Che si dice in Italia

Questione di mentalità

di Gabriella Patti

Certo, la nomina (se si concretizzerà) di Massimo D'Alema a "ministro degli Esteri" dell'Unione europea è motivo di gratificazione per un'Italia che non sta certo attraversando un momento felice. Non riesco, però, a non fare la bastian contraria, a non farmi venire in mente alcune considerazioni e qualche dubbio. Innanzitutto è impossibile non sottolineare che, per quanto prestigioso, questo incarico non riuscirà a colmare la paurosa lacuna di personalità italiane in qualsiasi posizione di comando internazionale o anche solo europea. Come puntualizzato dal Fatto quotidiano in un articolo di qualche giorno fa "tutte le candidature presentate dal 2001 a oggi dai governi Berlusconi sono state fallimentari". Persino quella del forzista Mario Mauro alla presidenza del Parlamento europeo non è stata appoggiata dal suo partito. Ma Mauro, diciamolo, è figura politica di secondo piano. Il fatto è che da quando Romano Prodi ha lasciato Bruxelles e, per ragioni di bassa bottega provinciale è stato lasciato al suo destino Mario Monti, di gran lunga il miglior commissario europeo targato Italia che si ricordi e uno dei pochi ascoltati e stimati all'estero, a livello internazionale siamo spariti. Non abbiamo più nessuna di quelle posizioni che ci spetterebbero a rigore di logica e di peso economico (l'Italia, per dirne una, è pur sempre uno dei principali e più puntuali contribuenti delle Nazioni Unite e dell'Unione europea). Tutta colpa dell'attuale governo? Sono la solita antiberlusconiana incallita? No, stavolta, non credo che tutta la responsabilità sia di Palazzo Chigi.

D'accordo: man mano che si materializzavano delle posizioni importanti i vari i vari Rocco Buttiglione, Emma Bonino - per lasciar perdere Mario Monti - non sono stati appoggiati, se non a parole. Ben altro l'impegno messo dalle cancellerie spagnola, tedesca, francese o britannica verso i propri candidati. La Spagna per esempio, un Paese che nella classifica internazionale dovrebbe ancora, ma forse ancora per poco, venire dopo l'Italia: da Rodrigo Rato al Fondo monetario, a Josep Borrel alla presidenza del Parlamento europeo, a Xavier Solana agli "esteri", a Joaquin Almunia agli Affari economici dell'Unione europea, sono tutte personalità - alcune dello schieramento opposto al governo in carica - per cui Madrid si è battuta fino allo stremo. Vincendo.

L'impegno italiano per i propri candidati è stato invece quasi inesistente. Ma credo che la colpa vada cercata anche lontano dal governo. E' una questione di mentalità. E' chiaro che per i politici italiani tutto ciò che è fuori dai confini nazionali è poco interessante. Ricordate il caso, ormai lontano nel tempo, di Franco Maria Malfatti che nel 1972 mollò precipitosamente la presidenza dlela Commissione europea per candidarsi alle elezioni nazionali? Le altre nazioni si scandalizzarono e, da allora, ne ha risentito la nostra credibilità internazionale - faticosamente ricostruita dopo il disastro della guerra . Il fatto si è ripetuto in epoca ben più frecente: nel 2003 Antonio Martino, candidato dagli alleati (non dall'Italia) alla guida della Nato e con la vittoria in tasca, semplicemente rifiutò. Altri tempi, direte. E ora la candidatura D'Alema farebbe giustizia di un passato da dimenticare. Anche perché, in linea con quanto avviene altrove, si tratta di un politico dell'opposizione che la maggioranza appoggerebbe con convinzione. Sarà. Ma, a parte i dubbi espressi da alcune nazioni ex comuniste sull'opportunità di affidare a un ex comunista la rappresentanza di grande visibilità quale è quella di "Mister Pesc"; a parte le perplessità espresse da altre parti per la sua posizione non equilibrata, c'è chi dice "filo-palestinese", in materia di Medio Oriente; quello che mi fa riflettere è la tempistica. D'Alema si è appena ripreso il controllo del Pd, imponendo alla Segreteria un uomo di suo gradimento - Pier Luigi Bersani - e, di fatto facendo virare a sinistra il principale partito d'opposizione. Il che, scusate, mi sembra il modo migliore per indebolire ancora di più il già agonizzante schieramento anti-berlusconiano. E, subito dopo, il governo lancia la sua candidatura. Un giornale certamente filo governativo, Libero diretto dal fidato Maurizio Belpietro, ha pubblicato a tutta prima pagina un disegno ironico. Vi sono rappresentati Berlusconi e D'Alema, strettamente abbracciati che si sganasciano in una grande grande risata da amiconi. Faccio proprio male ad essere perplessa?

E DUE. Cade anche la seconda delle "i" su cui il governo aveva promesso di impostare il rilancio economico del Paese. Le ricordate? Impresa, inglese e internet. L'insegnamento dell'inglese, disse il Nostro con grande enfasi, è fondamentale, bisogna cominciare a impararlo a scuola. Giusto. Peccato che ora, come già sapete, la riforma del ministro Mariastella Gelmini (auguri per la gravidanza) abbia ridotto le ore di questo insegnamento. Adesso è la volta di internet. In materia di informatica e online siamo nelle ultime posizioni europee. Ci saremmi rifatti, questa la promessa, con l'avvio della banda larga: collegamenti velocissimi e all'avanguardia. Invece no, marcia indietro. Non ci sono i soldi, dice il ministro Tremonti dando lo stop. Forse converrebbe tornare alle vecchie e fidate macchine da scrivere Olivetti. A questo punto gli imprenditori - la terza "i" - cominciano a mostrare segni di nervosismo. Difficile non capirli.