Visti da New York

L’intellettuale di ferro

di Stefano Vaccara

A venti anni dalla morte di Leonardo Sciascia, mi viene scontato pensare: quale sarebbe stato il j’accuse dello scrittore di Racalmuto sull’Italia di Berlusconi?
È rischioso, diciamo anche smaccata arroganza, tentare l’esercizio dell’attribuzione d’opinione con chi non c’è più. Ma pur rischiando l’arroganza della presunzione, ho sempre creduto che le idée dei grandi maestri come Sciascia restino immortali, lasciate lì per confortarci anche dopo la loro scomparsa.

Probabilmente Sciascia si sarebbe occupato poco o per nulla del “caso Berlusconi”, e si sarebbe invece lanciato a penna sguainata sul nodo, molto più antico e vitale per la democrazia, della difesa della Giustizia giusta.

Non c’è alcun dubbio che il Cavaliere si faccia le leggi ad hoc per proteggersi dai processi, ma non ho alcun dubbio che l’autore di “A ciascuno il suo” avrebbe scartato l’attacco a Berlusconi come soluzione per l’eliminazione del problema. Sciascia invece avrebbe dedicato le sue energie per puntare il dito altrove, contro coloro ai quali conviene mantenere congelate le vergogne del sistema giudiziario italiano. Ci sono riusciti finora avendo e sfruttando l’alibi Berlusconi, alibi anche per una classe politica latitante e timorosa di ritorsioni perché minacciata dai troppi scheletri nascosti. Per questi anni di immobilità, per essere tenuti così in scacco, questi politici ominicchi sarebbero ora retrocessi da Sciascia nella più infima delle categorie descritte ne “Il Giorno della Civetta” dal mafioso Don Arena: quella dei quaquaraquà.

Sciascia non avrebbe certo difeso le schifezze delle ultime ore, quelle ghedinate di ddl, però avrebbe con un suo intervento fulminato i “professionisti dell’anti-berlusconismo”. Li avrebbe accusati di complicità col “nemico”, li avrebbe additati a veri responsabili del fatiscente stato del diritto in Italia.

Sciascia avrebbe continuato anche oggi ad essere, come fece per tutta la vita, un difensore strenuo delle garanzie del cittadino difronte allo Stato che lo accusa. E avrebbe ricordato agli ominicchi diventati quaquaraquà della sinistra, che in tutte le altre democrazie occidentali spetta proprio a loro la difesa del garantismo mentre va alla destra l’istinto di cercare l’ordine anche a discapito della legge. Non avrebbe avuto scampo Sciascia, lui maestro elementare di un paesino dell’interno siciliano diventato tra i grandi neo-illuministi d’Europa, per questa sinistra italiana non più comunista ma che troppo a lungo ha succhiato veleno dalle radici staliniste. Questa sinistra Italiana che tra la difesa dei diritti del cittadino e i privilegi della magistratura, fallisce sempre l’appuntamento con la scelta scontata.

Sciascia, che da deputato radicale si gettò nella difesa di Enzo Tortora, l’imputato simbolo dei mali della giustizia in Italia, non avrebbe avuto oggi alcuno timore reverenziale. La sua ossessione per la giustizia giusta, l’impegno per la ricerca della verità possibile, che da deputato radicale aveva con coraggio perseguito anche attraverso la sua fulminante ricerca e analisi sul grande mistero della Repubblica titolato “L’Affaire Moro”.

Intellettuale di ferro Sciascia. Perché inflessibile ma solo di fronte alle prerogative del suo ruolo in democrazia: mai tradire la coscienza critica dell’intellettuale, che per natura deve essere disorganica, non deve aver mai paura di contraddire il potere, ma deve sempre dubitare anche di se stesso contro ogni dogmatismo.

Nacque così, seguendo la sua coscienza di intellettuale di ferro, quell’articolo sul Corriere della Sera titolato “I professionisti dell’antimafia”. Disprezzato senza essere capito dagli stessi ominicchi retrocessi oggi a quaquaraquà e che ancora lo attacherebbero. Invece Sciascia fu capito dagli “uomini”, come Falcone e Borsellino, che non fecero mancare la stima nei confronti di un maestro dal quale avevano imparato, attraverso i suoi romanzi, a come combattere più efficacemente la mafia. Come ha ricordato qualche anno fa Agnese Borsellino, vedova del magistrato ucciso dalla mafia- e sulla ricerca degli altri mandanti avremmo bisogno del genio di Sciascia -: “Leonardo Sciascia vent’anni fa aveva capito tutto prima degli altri”.

Tranne che nella sua amata Francia, non sembra che le istituzioni italiane, in Italia come all’estero, si siano poi così mobilitate per celebrarne a venti anni dalla scomparsa l’esempio e l’attualità. Vero intellettuale di ferro Sciascia, scomodo anche da morto.