LIBRI/Le mille e una Sicilia

di Salvatore Ferlita

Una cosa o una persona di cui tutti parlano": così l'intramontabile Niccolò Tommaseo definisce la parola "mito". E da qui Giuseppe Quatriglio, giornalista culturale e scrittore, autore di «L'isola dei miti» (Flaccovio editore, 136 pagine, 14 euro) prende le mosse per compiere il suo mirabolante periplo della Sicilia, a caccia di circostanze, leggende, personaggi, luoghi, entrati a far parte dell'immaginario collettivo sull'Isola.

Si tratta di una vertiginosa ricapitolazione di storia, geografia, letteratura, arte, civiltà, che si agglutinano nel racconto sapido e veloce di Quatriglio, e che soprattutto si animano, sprigionando un fascino sempre nuovo. È difficile da definire, questo libro scritto a cavallo dei secoli, una sorta di enciclopedia, di cartaceo arcipelago di storie, di cosmogonia laica e insieme di topografia dell'anima di una terra da sempre officina di miti, fucina di storie e racconti.

L'autore, che negli anni ha collezionato i tasselli di questo variopinto puzzle, è riuscito a trovare il giusto passo narrativo, a escogitare il dovuto trapasso da un argomento all'altro: da qui la piacevolezza della lettura. Dentro al libro, di conseguenza, ci si può ritagliare una serie di percorsi, magari lasciandosi guidare da una suggestione, da una curiosità, dalla bizzarria della scelta effettuata: chi ha la presunzione di sapere tutto sul conto della Trinacria (e di certo non poteva mancare in questo guazzabuglio di miti e leggende un omaggio a Colapesce), di essere addentro ai più inaccessibili misteri, avrà la bella sorpresa di scovare un dettaglio rimasto in ombra, un episodio ignorato, di gustare aneddoti curiosi, ricostruzioni pertinenti, descrizioni spesso circostanziare, in una ragnatela fitta di echi e rimandi, i cui fili permettono al lettore di riallacciarsi agli snodi cruciali della storia isolana, ai personaggi più noti e determinanti, ai luoghi sospesi tra incanto e memoria, alle leggende più misteriose.

C'è carne al fuoco per tutti i palati: dal cultore di musica all'appassionato di storia all'estimatore delle carte letterarie, «L'isola dei miti» si fa vademecum prezioso, una sorta di baedeker sui generis, che non appaga solo chi è a digiuno di cose isolane. Ben si comprende che la materia dinnanzi alla quale s'è posto l'autore è a dir poco esorbitante, ma Quatriglio è riuscito a dar forma a un percorso perfettamente a sua misura, muovendosi in una geografia, fisica e insieme metafisica, che lui conosce a menadito. A cominciare dalla sua città, inventariata per la montagna che la sovrasta, "il più bel promontorio del mondo" come lo definì Goethe, scrigno di tesori geologici e archeologici, storici e religiosi, con quella sua aureola di leggenda che ha mai smesso di affascinare visitatori e scrittori.

Ma Palermo è presente anche con l'albergo delle Palme, che i cultori di ricordi storici, scrive Quatriglio, associano subito al musicista Richard Wagner, il cui soggiorno, tra il 1881 e il 1882, segnò l'acme di quella stagione palermitana, "della nobiltà e della classe imprenditoriale, contrassegnata dalla celebrazione dei riti del lusso e della mondanità".
E da qui il racconto dell'autore si snoda tra le notizie che riguardano la lunga sosta di Wagner in città e la storia dell'edificio, e la frenesia delle grandi famiglie palermitane, dai Tasca ai Lanza ai Ganci, che presero contatti con gli illustri ospiti, che se li contesero, fomentando curiosità e soprattutto pettegolezzi.
Certo, parlando di Palermo, non poteva mancare un omaggio allo "stupor mundi", ossia Federico II, con la sua passione per i falchi, l'amore per la raffinatezza, il pallino della cultura, con una debolezza particolare per la filosofia e la poesia.

Quatriglio, che erra in un continente esplorato sino allo sfinimento, trova sempre un sentiero da battere che gli consente di scongiurare la ripetizione inutile, l'incrudelire su qualcosa di definitivamente assodato: ricorrendo spesso alla citazione curiosa, alla specola straniante da cui lanciare il suo sguardo. Come quando ci si sposta da Palermo (che da queste pagine si affaccia anche col volto corrusco di Cagliostro) a Catania, la cui realtà è osservata attraverso i monumenti storici, i luoghi che le conferiscono una precisa identità: viene fuori così il volto che cambia della città, i locali storici che chiudono i battenti, il rischio della perdita della memoria.

Ecco, in queste pagine, Quatriglio dà il meglio di sé. Ne è prova ulteriore il ragionamento fatto intorno alla casa di Verga, al suo rifugio, sito nel centro storico di Catania, una costruzione ottocentesca di via Sant'Anna. Dagli oggetti osservati, dalle stanze visitate, dai volumi della biblioteca compulsati (con le loro dediche inaspettate, come quella di Marinetti che si rivolge a Verga apostrofandolo maestro), l'autore riesce a cavare un'atmosfera particolarissima, che stilla di umori proustiani e che restituisce al lettore il Verga in carne e ossa, con le sue idiosincrasie e i malumori.