LETTERATURA \ TEMI & PERSONAGGI/Scrittore, poeta e alpinista

di Maricla Sellari

"Ouverture" è il titolo dato alla conferenza che ha aperto quest'anno gli Incontri Celimontani della comunità monastica camaldolese a San Gregorio al Celio. Un grande convento con una bella Chiesa che sorge sulle rovine della casa patrizia di San Gregorio Magno, a due passi dal Colosseo, circondata da orti ancora oggi coltivati con uva, zucchine, piante di fichi, cavoli, lattuga e qua e là cespugli di fiori. Orti cittadini che destano la meraviglia dei turisti in visita alle rovine dell'antica  Roma.
Erri De Luca  ["Nel nome della madre" (Feltrinelli), "Nocciolo d'oliva" (Messaggero) e "Il giorno prima della felicità" (Feltrinelli), solo per fare qualche titolo recente, nonché molte traduzioni dai testi sacri] parla di sé e delle sue letture in ebraico dell'Antico Testamento. Era in un periodo della sua vita in cui non aveva libri a disposizione e pur essendo un lettore avido fin dalla giovinezza, non  aveva  voglia di ‘letteratura'. Non aveva voglia di leggere storie che lo scrittore prepara per conquistare il suo lettore. L'unico libro che aveva a disposizione era la Bibbia. Così è cominciata la consuetudine con la  Parola; a questa lettura ancora oggi dedica l'inizio di ogni sua giornata. Della Parola lo hanno colpito alcune cose. Una divinità che parla con una voce che si ode in un silenzio impalpabile, sottile. Una divinità che non si vede, che non ha un'immagine e che ha portato il suo popolo dalla schiavitù egiziana in una terra piena di immagini e di idoli. Cosa dice questa divinità?  Chiede di essere amata in modo totale, con il cuore, il fiato e le forze.

Erri De Luca (nelle foto) sta in piedi, perché vuole vedere i partecipanti. E' alto, magrissimo, indossa un pullover grigio, gli occhi bassi profondi, scavati nelle orbite. Parla e ogni tanto la sua lingua napoletana, che usa con arte, gli strappa un timido sorriso; solleva leggermente la testa verso un uditorio conquistato, anch'esso sorridente. Parla della preghiera che per lui è come una serenata davanti ad una finestra chiusa dietro la quale si spera che ci sia qualcuno ad ascoltare.  Dice di  non essere credente.
Dice. Cerco ogni giorno e ogni giorno mi nego. Così come i credenti rinnovano ogni giorno la loro fede. La loro insistente promessa e richiesta d'amore. La fede è una continua richiesta alla divinità di esserci, presente nella vita quotidiana. Non so dare del tu alla divinità, come fa Davide che nel salmo chiede al signore di liberarlo dai sangui. E Davide aveva sangue sulle sue mani. Sa che Dio non chiede olocausti e sacrifici, ma un cuore spaccato. Questo Dio unico che parla e chiede di essere ascoltato e amato perché parla? A chi parla se è solo? La sua parola è potente, la sua parola è un atto che dà vita all'universo. Non come la nostra parola di oggi, subito prontamente negata, quando non smentita dai fatti!

In qualche momento, pure attentissima, mi perdo dietro i miei pensieri, le mie associazioni  o il fruscio di un foglio dietro di me. La grande biblioteca di San Gregorio al Celio, rifugio degli studiosi camaldolesi è gremita in occasione della ‘Ouverture' agli Incontri Celimontani che quest'anno, con cadenza mensile, ruotano attorno alla "Paura dell'altro", tema cruciale nella realtà  odierna, italiana ma non solo.
De Luca inizia da lui, Jahvè, la Divinità, che parla e chiede di essere amata. In questo senso va inteso il termine ouverture. Questo Dio dell'amore è esigente. Solo attraverso un sentimento di amore totale l'uomo si rinnoverà e si arricchirà in cuore fiato ed energie. Ricorda l'episodio della tentazione di Abramo, quando Jahvè chiede ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio. Abramo ubbidisce e quando Isacco ha già il coltello alla gola un angelo lo ferma dicendo ‘ora so che rispetti Dio....' Ma come, non lo sapeva prima?  Abramo testimonia il suo amore totale nei confronti di Dio, ma Dio non poteva esserne sicuro in anticipo; doveva mettere alla prova la sua creatura. Abramo ubbidisce non per timore ma per amore, l'unico timore essendo quello di perdere il rapporto ‘amoroso' con il suo Dio.

Cosa era avvenuto nell'Eden, nel giardino recintato, di fronte all'albero del bene e del male? Quell'albero unico che si nutre dalla stessa radice. Noi al posto di Dio avremmo creato due alberi, uno del bene e uno, magari lontano, nascosto, quello del male. Ma non è così, l'albero del bene e del male è uno. La conoscenza è una. Una poetessa russa, Marina Cvetaeva, si era resa conto  che esiste non solo la forza di gravità, che Newton ha scoperto a causa di una mela marcia che gli è caduta sulla testa, ma l'attrazione vero il cielo. Questo è il gesto di Eva. Eva cosa fa? Coglie quel frutto dal ramo con una tensione di vita e le parole di Dio non sono una condanna ma una constatazione: partorirà con dolore... Sarà consapevole del bene e del male usando la sua libertà. Dio, Lui senza immagine, solo una voce che si ascolta nel silenzio, come un soffio, un batter d'ali, non la punisce come non punisce Adamo.

La situazione di Adamo dopo aver mangiato dall'albero è quella di sfruttare la terra, senza sosta e per avidità violentarla. Questo vuol dire ‘maledetto sia il suolo per causa tua'. A proposito del rapporto con la natura, Erri De Luca ricorda che da ragazzo trascorreva le vacanze nell'isola d'Ischia. Lì si accompagnava ai pescatori, lui silenzioso fino a farsi crescere le ragnatele in bocca, si meravigliava nel vedere che non sapevano nuotare. Navigavano quel mare con attenzione e rispetto, raccogliendo quello che il mare offriva loro, senza pretendere nulla. Sapevano che se la barca si fosse capovolta, non sarebbero sopravvisuti anche se avessero saputo nuotare. Questo rispetto per la natura ora si è perduto; la nostra conoscenza è violenza.

Dunque nell'Eden, dice De Luca Dio maledice il serpente. Ma loro, Adamo ed Eva, che si rendono conto della loro condizione di nudità, paternamente li ricopre con una tunica di pelle di animale. Dio è misericordioso e non punisce la sua creatura; però da quel momento dovrà cercarlo, temendo di perderlo, continuamente. E' di questo che ha paura il credente:  ha paura di perdere il rapporto esclusivo con il suo Dio. Credere non è possedere ma cercare, cercare e tornare a cercare.
Questa divinità unica che non ha e non vuole un'immagine parla per fare, per essere ascoltata e amata. E' una divinità gelosa, perché la gelosia è una componente dell'amore esclusivo. I suoi credenti non debbono amare altri che lui, e a lui affidarsi. Le guerre di religione sono nate dall'amore e non dall'odio per l'altro, dice De Luca. Sono nate  dall'amore esclusivo e totalizzante per il proprio Dio. Le guerre tra le religioni monoteiste sono avvenute per questo. Dovrebbe dirci qualcosa il fatto che le tre religioni monoteiste, che nel corso della storia hanno nominato in modo diverso il loro unico Dio, siano sorte proprio nello stesso spazio fisico, e che questo spazio ora si contendano.  

L'unica strada possibile è il congelamento della tregua, di una situazione in cui è reso impossibile il sopravvento dell'una sull'altra. Una sorta di guerra fredda, freddissima in un equilibrio di forze. Una visione originale, questa di Erri De Luca, largamente condivisa, consapevole della millenaria storia passata e ad essa aderente. Ma le speranze per il futuro per alcuni sono più ambiziose. Cos'è dunque la paura dell'altro in questo contesto?, ci chiediamo. Non sia azzardato pensare che una volta che ci siamo identificati totalmente con il nostro Dio e in lui riconosciuti, l'altro  ci spaventa perché rischia di farci perdere la nostra identità. Tuttavia è anche lecito sperare che uno scambio tra le diverse aspirazioni, le tensioni-attenzioni  che ci conducono verso la divintà,  possa portare ad un arricchimento anziché ad una perdita.
Si è fatto tardi, Erri De Luca ha passato un'ora e mezzo in piedi accanto all'Abate di San Gregorio, Don Inncenzo Gargano, senza smettere di parlare. E' ora di salutarsi e di tornare a casa. Gli Incontri Celimontani proseguiranno nel corso dell'anno  coinvolgendo studiosi di varie discipline, religiosi e non.