Minnesota Orchestra & Janine Jansen/Beethoven, il Dante della sinfonia

di Franco Borrelli

Silenzio e stupore. Nient'altro che meraviglia, in un mare di emozioni e di nuove suggestioni. E' quel che si prova, in immediatezza e senza bizantinismi cervellotici, a leggere un canto di Dante (mettiamo quello di Paolo e Francesca, ad esempio, o quelli di Ugolino o di Ulisse), dinanzi all'enigma Gioconda, di fronte alla maestosità di un Mosè, o ad ascoltare un concerto o una sinfonia. Le parole non servono perché non basterebbero; l'incrociarsi dei pensieri (o la loro sorprendente... assenza) potrebbe bastare. Ad ammirare e giustificare insieme versi, sculture, dipinti o note che l'anima assorbe e che avvicinano la mente all'Assoluto. Com'altro spiegare il capolavoro in genere, la sua concezione, il travaglio e il mistero dietro il suo messaggio, tutte cose queste che sembrano trovarsi al di là di ogni ragione?

Come i versi del Ghibellin Fuggiasco (e pensiamo qui piuttosto all'Inferno che alle altre due cantiche, essendo delle tre la più umana e sanguigna e, pertanto, credibile perché... vera), così anche le sinfonie di Beethoven, tutte e nove intese come unicum, "spiegano", laddove possibile, quanto di bene e di male sia nell'animo umano. E illustrano i sentimenti che agitano il cuore, conducendolo ora alla gioia ora alla disperazione, in un fluttuante gioco di sensazioni e sentimenti.

Così, in esse, nelle sinfonie beethoveniane, troviamo tutto il canto d'amore possibile per le creature e le cose che ci circondano: dall'abbraccio alla natura, a piante ed animali che più ecologico (ed umano) di così non si può (la "Sesta"), al dolore per le crociate sociali e le illusioni svanite e il sopraggiungere dei rimpianti per aver riposto in un Napoleone pseudolibertario (la "Terza") le speranze per un'Europa giovane libera democratica e senza più totalitarismi; dalla misteriosa titanica lotta col destino e dall'inesorabilità dello scorrere del tempo (la "Quinta") a quel senso drammatico finché si voglia - dell'inesorabile scorrere dell'esistenza e del finire di cose ed emozioni - ma comprensibile e perciò coinvolgente (la "Settima"), a quel miscuglio d'innocenza quasi bambina (la "Nona"), di solennità corale, di fratellanza universale e d'inevitabilità fideistica, poetica più che mai, perché di tutti, sotto qualunque stella su qualunque spiaggia nei secoli dei secoli. E vi si aggiunga anche la semplicità delle attese, dell'amore (anche passionale e, comunque, sempre tormentato per la Donna), e la sorpresa drammatica per la capacità dell'uomo di farsi purtroppo anche angelo del male e portatore perciò di violenza e dolore, ed il quadro si chiude proprio allo stesso punto da cui è iniziato: silenzio e stupore. Null'altro.

Tutto questo (e altro - perché in un capolavoro scava scava trovi sempre del nuovo e dell'impensabile) è possibile trovare nel ciclo di «Beethoven - The Symphonies» che la prestigiosa Minnesota Orchestra ha recentemente presentato in un box di cinque Cd, guidata dal maestro finlandese Osmo Vänskä, che del genio di Bonn (1770-1827) riesce qui a "leggere" tutta l'intensità romantica e il dramma del suo incredibile poema sull'uomo (come proprio Dante in poesia) [www.minnesotaorchestra.org].
Un progetto discografico iniziato nel 2005 e ora finalmente concluso per intero, a testimonianza e a passare nuove suggestioni a chi l'ascolti. Chi poi voglia "toccar con mano", non ha che andare alla Carnegie Hall dove, il prossimo marzo, Vänska & Co., porteranno magie e coinvolgimenti emotivi.

Sempre in tema beethoveniano, da segnalare la notevole lettura che la violinista Janine Jansen dà del suo "Concerto per violino ed orchestra". In «Beethoven Britten Violin Concertos», un Cd della Decca (gruppo Universal Classics), la virtuosa nata in Olanda poco più di trent'anni fa, presenta un accoppiamento abbastanza interessante, rispecchiante mondi apparentemente lontani (il primo ebbe la "prima" nel 1806, il secondo nel 1940), ma vicini magicamente per atmosfere e realtà psicologiche, tecnicamente irti di difficoltà, e accomunati entrambi da una purezza d'ispirazione che lascia stupefatti all'ascolto.
Quello di Beethoven è senza dubbio alcuno il "gigante" per eccellenza nell'àmbito dei concerti per violino ed orchestra mai concepiti e composti, ma quello di Britten non sfigura di molto nello stargli vicino.
La Jansen ha cominciato a suonare il violino a soli sei anni d'età, figlia d'arte a tutti gli effetti (padre e fratelli musicisti, madre cantante d'opera), e nemmeno tre anni fa ci ha proposto una delle letture più intense e fedeli delle "Quattro stagioni" vivaldiane. Un'altra prova d'incredibile maturità, qui, da parte di un'artista ancora relativamente giovane che in cantiere ha già più di qualche altra sorpresa.

Per la cronaca, questo Beethoven la Jansen l'ha registrato con la Deutsche Kammerphilharmonie di Brema, mentre per Britten ha avuto la compagnia della London Symphony: entrambe con Paavo Järvi sul podio.