IL FUORIUSCITO/Attenti a nuocere la Svizzera

di Franco Pantarelli

Se l'ingegner Diego Scala è ancora vivo, sta viaggiando attorno ai cento anni. E' difficile che sia in grado di riprendere le nostre discussioni con la vitalità di un tempo ed è un peccato, ora che il suo sogno sembra essersi in qualche modo avverato. Negli anni Sessanta Diego Scala era il capo di uno studio di ingegneria di Lugano ed io ero un ragazzo con la fregola di andare in giro per l'Europa. Ero approdato a quello studio dopo che un amico mi aveva segnalato l'opportunità di guadagnare un po' di soldi disegnando i tracciati e i profili longitudinali delle strade che l'ingegner Scala progettava: un lavoro per cui non servivano cognizioni tecniche ma solo una buona mano. La mano si era rivelata abbastanza buona, o almeno l'ingegnere l'aveva apprezzata, e la collaborazione ara andata avanti.

Lui però non si accontentava della mia mano. Come ticinese - lombardo con l'aggravante svizzera - amava approfittare della presenza nel suo studio di un "romano" per avventurarsi sul terreno dell'eterna disputa nord-sud. Per carità, niente di simile agli odierni cafoni della Lega Nord. Quello che avveniva fra noi era soltanto un gioco di attachi portati con irruenta giovialità (lui) e difese sul filo della paziente ironia (io, quando ci riuscivo). Un esempio? Un 2 giugno mi fece gli auguri per la festa nazionale italiana e mi consolò con il fatto che la vacanza l'avrei consumata il Primo agosto, cioè il giorno in cui Guglielmo Tell trafisse la mela posta sul capo del figliolo circa settecento anni fa. Poi, giacché c'era, aggiunse sornione: "Ma quante feste nazionali avete in Italia. A noi il Primo agosto sembra già tanto", con l'evidente intento di associare le tante feste alla scarsa voglia di lavorare degli italiani. Non sapendo che replicare, la buttai sul patriottico: "Vede, noi abbiamo avuto più guerre e quindi abbiamo più date da ricordare". "E vero, noi dobbiamo ancora batterci", replicò lui con tono mortificato.

Già perché fra le sue caratteristiche c'era anche uno spiccato spirito militarista. Spesso, a sentirlo, si intuiva che non gli piacevano molto né la neutralità svizzera né i civili. Lui (grazie ai meccanismi della "naia" elvetica di quel tempo) ad ogni stagione andava a compiere alcune settimane di servizio con il grado di capitano e quando tornava non smetteva mai di magnificare la disciplina e la rigida organizzazione delle forze armate svizzere, nonché quello che chiamava il "puntuale aggiornamento della realtà geopolitica" in quanto capitano gli era stato impartito. In che consistesse quell'aggiornamento geopolitico non mi era chiaro, ma mi venne da pensare che lo stesse evocando (sicuramente sbagliando) quando qualche tempo dopo, parlando dello scoppio di una delle ricorrenti crisi di governo italiane se ne uscì, senza rinunciare alla sua giovialità, con un "la crisi italiana va bene per la Svizzera, a noi farebbe molto comodo il porto di Genova".
La mia esperienza di disegnatore nel suo studio non durò molto e quindi non posso dire quanto l'ingegner Diego Scala sia andato avanti nel suo sogno di vedere un giorno la Svizzera bagnarsi i piedi nel Mar Ligure. Certo è che oggi osserverebbe con qualche brivido gli sviluppi della "guerra" in corso fra Svizzera e Italia, ra i quali: 1) le truppe cammellate di Giulio Tremonti (le povere Guardie di Finanza) mandate a perquisire le filiali italiane delle banche svizzere; 2) l'invio di agenti segreti italiani in territorio svizzero per identificare quelli che entrano nelle ed escono dalle banche di Chiasso o di Lugano (a Chiasso c'è stata anche la chiamata al "controllo popolare" contro gli intrusi armati di obietivo); 3) i mezzi blindati (detti anche "fiscovelox") piazzati ai valichi di frontiera.

Ho il sospetto però che uno "etico" come lui era si troverebbe alquanto a disagio in questo conflitto. L'attacco italiano, infatti, passa per una caccia agli evasori fiscali ma non è altro che una supplica ai riottosi che non vogliono accettare il "premio" che Tremonti ha elargito loro attraverso lo scudo fiscale. E per quanto riguarda la risposta svizzera, finora l'arma più usata è stata la minaccia di fare i nomi dei membri del governo di Roma che hanno un conto in Svizzera. Come si vede, todos caballeros.