SPECIALE CINEMA/La guerra? Una barbarie

di Francesca Guinand

Emozioni e impegno, al Festival di Roma 2009 ha vinto la qualità. La giuria, presiedeuta da Milos Forman, con Gabriele Muccino, Gae Aulenti, Jean-Loup Dabadie, Pavel Lungin e Senta Berger ha premiato col Marc'Aurelio d'Oro per miglior film "Brotherskab / Brotherhood" di Nicolò Donato. Helen Mirren come migliore attrice per "The Last Station" e Sergio Castellitto miglior attore per "Alza la Testa".

Il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'argento è andato a "L'uomo che verrà" di Giorgio Diritti, che ha fatto il pieno portando a casa anche l'ambìto Premio Marc'Aurelio d'Oro del pubblico al miglior film-BNL. A Diritti anche il  premio "La meglio gioventù" del Ministero della Gioventù per il miglior film in concorso legato al mondo dei giovani e dedicato ai temi educativi e civili e ad Alba Rohrwacher, una delle attrici del film sulla strage di Monte Sole di Diritti, il premio speciale 10eLotto.

Dopo l'improvviso rifiuto della mostra del Cinema di Venezia, è arrivata la partecipazione al Festival di Roma dove il suo film sulla strage di Monte Sole ha vinto più premi. Una rivincita?
«Sì, in un certo senso sì, mi ha fatto molto piacere. Io ho un punto di vista particolare nei riguardi del Festival di Roma perché quest'anno ho vinto diversi premi, ho avuto la sensazione che sia una manifestazione che sta prendendo corpo, di qualità, che i romani frequentano: quest'anno il numero delle presenze è aumentato. Trovo anche sterili le polemiche con gli altri festival del cinema (come quella con Venezia), all'estero non è così, ce ne sono tanti e poi se servono a diffondere buon cinema, ben vengano i festival».

Cosa sigifica aver vinto il premio assegnato dal pubblico, direttamente dagli spettatori? Ha un valore in più, un significato diverso?
«È un premio importante perché se si fanno i film è perché si vuole parlare alla gente, è uno specchio del proprio lavoro: il tuo impegno è andato a buon fine, è un riconoscimento da chi ha visto il film. È importante perché il film non è semplice: è parlato in dialetto antico bolognese, è una pagina delicata della storia, fa pensare è  un film delicato e in un certo senso difficile. Questo premio del pubblico è un segnale bello».

Anche la critica ha accolto benissimo il film, Mereghetti sul Corriere della Sera ha scritto: «Film così aiutano ad allontanarsi dall'estetica di plastica delle fiction per tornare a misurarsi con la vera forza delle immagini e con la grande scommessa del cinema. Che è quella di emozionare e insieme far riflettere».
«Mi fa molto piacere questo commento di Mereghetti. Io credo che in un momento in cui sulle persone pesa un macigno come la crisi c'è una disponibilità in più a capire meglio la vita, e il cinema, entrando nell'autorialità, può instaurare un dialogo con lo spettatore su temi più spessi che non si basano solo su slogan».


Subito dopo la proiezione a Roma ha dichiarato ai giornali che dal Festival non si aspettava nulla, l'unica cosa che le interessa è «che fosse compresa l'importanza di questo lavoro per la memoria collettiva». Oltre alla memoria lei ha più volte sottolineato il suo intento di raccontare la verità: con la ricerca e lo studio di testi storici per ricostruire la strage di 770 civili - perlopiù bambini, donne e anziani - nel 1944 ad opera dei nazisti a Monte Sole vicino Bologna, con la ricerca delle dichirazioni di persone che hanno vissuto la guerra. Il suo è un film storico, nel senso più stretto del termine, è quasi un documentario?

«No, è cinema in tutti i sensi, la realtà e la realtà storica sono fondamentali perché non bisogna predere in giro le persone. La memoria comune deve essere utile nel quotodiano e nel futuro. Io dico sempre che tra qualche centinaio d'anni si potrà parlare delle guerra come di una vecchia e barbara usanza, come il cannibalismo, e che sarà la memoria a permettere di non commettere più gli stessi errori. Il cinema che aiuta a pensare oltre che emozionare è utile per costrire una società nuova».


Perché ha scelto proprio la strage di Monte Sole per non far addormentare la nostra memoria collettiva?

«Ho parlato di qualcosa che conosco perché Monte Sole è vicino casa mia, e poi mi sono accorto che erano trascorsi più di 60 anni e che si trattava comunque di vicende poco raccontate. Troppo spesso le vicende dei civili nelle guerre sono considerate lo scarto rispetto a quelle dei combattenti, e anche oggi sono un fatto accessorio (pensate alla strage dei sei militari uccisi a Kabul il 17 settembre, pochissimo si è parlato dei civili morti), comunque la vita di queste persone è tolta. Io credo che raccontare queste storie di civili al cinema serva, perché loro stessi possano riprendere voce».


A Venezia ha vinto "Lebanon" e a Roma lei a fatto incetta di premi con il suo film sulla strage di Monte Sole. È  un segnale, forse la gente ha bisogno di verità di film impegnati, concreti, più seri?

«Il cinema di intrattenimento ci aiuta, ma l'intrattenimeto introspettivo è altrettanto piacevole. Non mangiare sempre la stessa minestra fa bene: la gente aspetta e vuole anche sentimento, riflessione. In questo senso vedo anche poco coraggio da parte di produttori e tv, ma il pubblico poi ama anche i film impegnati, seri: pensi a "Gomorra", a "Il Divo": quando il cinema è buono, quando il cinema è autentico ha successo».

Il film racconta di una donna incinta e mentre trascorrono i mesi la madre e la figlia, Martina, aspettano il bambino che nascerà proprio nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944, la notte in cui le SS scatenano quella che passerà alla storia come la strage di Marzabotto: oltre 770 civili uccisi. La scelta è quella di raccontare la storia dal basso, dal punto di vista della piccola Martina?
«L'obiettivo non era di fare un film bellico, ma raccontare i civili presenti nella guerra e dare voce a tuttti i bambini morti a Monte Sole e perché credo che ogni spettatore si può identificare, da qui nasce il coinvolgimento emotivo, che è utile per riflettere».

Oltre ad attori professionisti come Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio ha scelto di far recitare anche gente comune. Perché?
«Fa parte del mio modo di intendere il lavoro, i volti caratteristici sono importanti per  disegnare un affresco globale».


A cosa sta lavorando adesso?

«Non mi dispiacerebbe lavorare sulla tematica dei giovani e la scuola. I giovani come risorsa sprecata: uno dei mali della Nazione, che è un po' vecchia, anche perché non riesce a rinnovarsi, questo è un grande limite e grande problema».

Pensa che il film arriverà negli Stati Uniti?
«In Europa ci sono già richieste, la settimana scorsa eravamo a Londra, poi andremo in Francia. Mi auguro che anche negli Usa ci sarà occasione, anche perché è un Paese coinvolto nella guerra e nel sacrificio di civili: l'11 settembre è stata un'ecatombe di civili».