IL FUORIUSCITO/Quando i giudici dicono basta!

di Franco Pantarelli

Hanno sopportato, sopportato, sopportato e adesso si sono stufati. L'ultima esternazione di Silvio Berlusconi contro i magistrati ha finalmente avuto la risposta che merita: piantala di dire buffonate e lasciaci lavorare in pace. Va bene, la sparata di Berlusconi non l'hanno chiamata buffonata ma "tesi ridicola" e la richiesta di lasciarli lavorare in pace si è concretizzata nella sollecitazione di riforme "davvero importanti" capaci di far funzionare la giustizia "nell'interesse dei cittadini e del mondo produttivo, e perciò dell'intero Paese", invece delle riforme "punitive nei confronti dei magistrati". Ma loro sono gente civile. Gli insulti preferiscono lasciarli ad altri, forse perché sono abituati alla concretezza dei fatti e delle prove e non agli svolazzi retorici del marketing politico.

Anzi, a vederli protestare unitariamente in tutte le procure d'Italia, a sentirli intervenire nelle assemblee tenute nelle procure maggiori e a leggere le dichiarazioni che molti di loro hanno voluto rilasciare, l'dea che viene alla mente è che sia proprio attraverso la loro "civiltà" che contino di ottenere risultati, mettendo in luce la differenza di metodo, oltre che di sostanza, che li separa da Berlusconi, nella speranza che prima o poi ci si cominci a rendere conto di quanto l'Italia sia "speciale" nel contesto dei Paesi democratici.

Dovunque questa loro protesta vada a parare, una cosa è certa: che a questo punto non sono più disposti a farsi insultare da Berlusconi; che le sue prossime, immancabili sparate da bullo avranno le risposta che meritano e che quelle risposte saranno sempre più proporzionate al grado di cafonaggine che lui raggiungerà e alla sua lontananza - sempre maggiore - dalla "cultura dell'uomo di Stato... la cultura della persona che deve difendere le sue istituzioni", come si è sentito dire nell'assemblea tenuta a Milano, cioè la sede del principale oggetto del desiderio distruttivo di Berlusconi.

La prospettiva di una "guerra" in Italia fra il potere esecutivo e il potere giudiziario non è certamente il massimo che gli italiani possano augurarsi, ma una guerra combattuta da due parti è sempre meglio di quella combattuta da una parte sola. E non è per niente detto che la sconfitta sia così scontata. Ci sarà da vedere come verranno giocate le carte di cui si dispone, quanto e se l'attuale unitarietà delle diverse correnti dell'Associazione Nazionale Magistrati durerà, e bisognerà anche vedere se il Partito Democratico, dopo la lunghissima, incredibile vacanza dalla politica attiva che si è preso per eleggere il segretario che si sapeva sin dall'inizio che avrebbe eletto, si deciderà a fare un'opposizione decente, partendo magari dalla regolare presenza in aula dei suoi parlamentari quando c'è da votare. Ma tutto sommato le possibilità di lottare con profitto ci sono: sono quelle che (ancora) offrono le regole della democrazia.

Per dire, proprio nella stessa giornata in cui i magistrati facevano sentire la loro voce, Berlusconi ha fatto sapere di essere pronto ad affrontare i processi che lo aspettano (quelli "liberati" dalla sconfitta del lodo Alfano) "anche se questo gli porterà via del tempo dall'attività di governo". Mi lancio in una profezia: sta mentendo - come gli capita praticamente ogni volta che apre bocca - e non tarderemo a vedere i suoi avvocaticchi lavorare sodo su rinvii a ripetizione delle udienze. Ma non è questo il punto. Il punto è che ha sentito il bisogno di mostrarsi "rispettoso" della legge, fiutando la necessità di fingere "un'altra volta almeno", come cantava Umberto Bindi. E questo vuol dire che una certa impressione i magistrati in assemblea in tutto il Paese gliel'hanno fatta. Come dice quel personaggio di "Cime tempestose"? Ah ecco: "Sei un debole, e prepotente come tutti i deboli".

La tribù dei fuorusciti per scelta non ha modo, per ragioni di semplice lontananza fisica, di partecipare a questa "guerra", se poi ci sarà. Però i suoi auspici che vinca il migliore (che vuol dire la legge, la Costituzione, la democrazia) sono di tutto cuore.