LETTERATURA & MUSICA LIRICA/Un po’ di latte per Caruso

di Mario Fedrigo

Il "Club la Bohème" cessò l'attività per dissesti finanziari, secondo i racconti di Arnaldo Gragnani, ma molto probabilmente perché i "Bohèmien", che sicuramente potevano permettersi quel ‘lusso', si stancarono. Non dimentichiamo che anche Elvira, al tempo compagna e poi moglie di Puccini, non vedeva di buon occhio quei raduni e non ne faceva mistero. La baracca fu poi acquistata dai F.lli Gragnani.

Non ho conosciuto Arnaldo Gragnani,  perché quando arrivai nella sua casa, il fedele guardiacaccia era morto da pochi anni. Furono le tre figlie che, forse stupite dal mio entusiasmo, mi fecero fotocopiare dei fogli su cui il padre, vecchio e malato, aveva scritto a matita, con grafia incerta e con una sintassi a dir poco pittoresca, i suoi ricordi del Maestro. Notizie non sempre esatte, talvolta fantasiose, nate dalle chiacchiere del borgo. Ne riporto alcune così come scritte.

«Fino al '93 furono gli anni della miseria, si pensi che un cugino del sottoscritto, che aveva un negozio di alimentari ed era il titolare dell'ufficio postale di Torre, fu autorizzato dal Maestro, che aprisse le lettere assicurate che gli mandava la casa Ricordi (a quell'epoca non usavano assegni, erano biglietti di banca dentro alla lettera cuciti con spago e ceralacca) e si pagasse le spese fatte al suo negozio e il resto (se qualche volta avanzava) lo lasciava al Maestro. Ciò avvenne per pochi mesi, ma dopo la Manon, le assicurate cominciarono a venire più ricolme di biglietti di banca e il postino cominciò a vergognarsi ad aprirle.

Appena il Maestro si trovò in condizioni economiche un po' più floride prese in affitto la casa del Grottanelli (ora di proprietà dei F.lli Manfredi). Fu in quella casa che terminò la Bohème e scrisse tutta la Tosca. Dopo il grande successo di ‘Tosca' fu invitato alla tenuta degli Arciduchi e in quella occasione il Puccini chiese a quei signori se gli avessero venduto l'attuale Villa, dove abitava prima col Barsuglia. Senza esitazione tali signori furono lietissimi di vendergli quello stabile e fissarono il ridicolo prezzo di lire diecimila. [n.d.r. Qui il buon Gragnani fa confusione, infatti, nel rogito redatto dal notaio dott. Tarcisio Del Prete il 17 luglio 1899, cioè sei mesi prima di Tosca, Puccini acquista "pel convenuto prezzo di Italiane lire Cinquemila" la villa dall' Ing. Osvaldo Vitali che non agisce in proprio, ma come "Mandatario Speciale" su incarico del "Mandatario Generale" di Donna Bianca di Borbone "Consorte del Serenissimo Arciduca Leopoldo Salvatore D'Austria". Sull'atto "Registrato in Viareggio addì sette agosto 1899 al N° 59 Vol. 19 Atti Pubblici" si legge che "Quale immobile il Sig. Osvaldo Vitali nei nomi esser pervenuto nella Augusta Venditrice parte della successione della Sua genitrice Donna Margherita Duchessa di Madrid e parte per aver acquistato i diritti delle sue Auguste sorelle Donna Beatrice, Donna Alice e Donna Elvira Di Borbone: dichiara pure che è libero ed esente da ogni e qualunque precedente vincolo, obbligazione ed ipoteche, e dà facoltà al Signor Compratore di prenderne il possesso immediatamente".]

Cominciarono i lavori e siccome lo spazio dalla parte del lago era poco, chiese ed ottenne dal Ginori di riempire un po' di Lago e così nacque il giardino rotondo. Terminati i lavori di riattamento (che furono abbastanza lunghi) si proseguì con la casa e dove era la scuderia ci sorse la sala e ove abitava il contadino, il garage».

Sul lato nord della villa troviamo questa lapide
XXVIII DECEMBRE MCMXXIV

IL POPOLO DI TORRE DEL LAGO
POSE QUESTA PIETRA
A TERMINE DI DEVOZIONE
NELLE CASA
OVE EBBERO NASCIMENTO
LE INNUMERI CREATURE DI SOGNO
CHE
GIACOMO PUCCINI
TRASSE DAL SUO SPIRITO
IMMORTALE
E RESE VIVE
COL MAGISTERO DELL'ARTE
PERCHÉ DICESSERO ALL'UNIVERSO
ITALIA
La signora Giulia Manfredi lasciò, registrata su nastro, questa testimonianza.
«Mi ricordo bene quando c'erano le capanne; ce n'erano tre o quattro molto grandi e poi c'era quella della Bohème che era lì dove ora c'è il giornalaio. Poi c'è la villa di Puccini che era fatta diversa. Per fare il giardino dovette chiedere il permesso a Ginori, perché il lago era suo e Puccini dovette riportare della terra. Venne qui nella villa nel 1900. Prima veniva lo stesso, ma abitava nella casa dei Conti Grottanelli di Siena. Lo sentivamo suonare molto bene, perché abitava proprio in casa nostra e lui non lo sapeva, ma venivano tante persone, dei signori, proprio per sentirlo suonare e si fermavano la notte fino al tocco, le due, le tre... secondo. Portava a casa tante folaghe e le regalava a tutti. La sera, uscito da tavola, veniva giù da noi si sedeva a tavola a parlare di caccia fin verso le dieci e mezza; all'undici poi tornava in casa a suonare. La sera d'estate si sedeva lì fuori, veniva Orlando, veniva Gamba e stavamo lì a chiacchierare. Con noi era molto buono ci abbracciava, ci baciava».

Il racconto di Arnaldo Gragnani in parte contrasta con quello di Giulia Manfredi, ma lasciamo le cose così come stanno: la sostanza c'è. [n.d.r. Nel racconto di Giulia Manfredi compare il nome di Salvatore Orlando, un ingegnere navale, appartenente ad una celebre famiglia di armatori. E' padre di Salvatore jr., musicista (autore anche di due opere liriche, Arlecchino Re e La rose aux cheveux), al quale si devono molte testimonianze riguardanti Puccini. Si nomina anche Gamba, un avvocato di Genova, che acquistò la casa dei Grottanelli, poi passata ai Manfredi].

Puccini finalmente si fa una casa, una villa tutta sua.

Anche in questa impresa il Maestro partecipò alacremente seguendo i lavori, per farla proprio come la desiderava. Teneva molto alla sala-studio che troviamo al piano terra. La voleva bella e decorata. Fece ricorso ad alcuni amici pittori e si rivolse, in prima battuta a Luigi De Servi, lucchese, che conosceva fin da ragazzo, a cui si affiancò il livornese Plinio Nomellini. In misura minore lavorarono anche il fiorentino Galileo Chini, che creò poi le scene dello ‘Schicchi', del ‘Tabarro' e della ‘Turandot, e l'amico Ferruccio Pagni. Sollecitava i ‘suoi pittori' così com'era solito fare per tutte le cose che gli stavano a cuore e informava amici e parenti sullo stato dei lavori. Scrive. A Mazzini senza data «...Nella sala nuova faremo dei pranzetti...». Da Roma a De Servi (fine dicembre 1899) «Riferisci anche a Nomellini e dimmi quando andrete a Torre». Da Torre a De Servi (1/2/1900) «Mandami subito, ti prego, i prezzi e relative dimensioni etc., urgendo mettere i rosoni al soffitto. Nomellini lavora. Vieni presto...». Da Torino a Giovacchino Mazzini (febbraio 1900) «...Nomellini mi ha quasi finito la sala che sarà molto originale...». Da Torino a De Servi (22/2/1900) «...arriverò a Genova sabato (24/2) verso le 12 col treno di Milano. Vorrò parlarti di Torre e della sala. Mi urge sia finita per il 20 dovendo ricevere Giacosa per lavorare al nuovo libretto. Salutami Nomellini e vieni insieme a lui...». Da Torre alla sorella Ramelde (8/5/1900) «...Vieni a vedere la mia maisonnette, con la sala straordinaria...». La villa, finalmente, era terminata.

La sala-studio, a cui teneva tanto, era il punto nevralgico della villa. Lì componeva, discuteva con i librettisti, incontrava gli artisti. In quella sala insegnò a Caruso ‘La Fanciulla del West'.
Così mi disse Marotti: «Caruso s'è fatto dare un bicchiere di latte, perché diceva che gli schiariva la gola; poi cantò "Tosca" da principio accompagnato da Puccini e guardava il soffitto. Puccini gli disse "Ma lei canta a mezza voce. Non facciamo truffe" - "Ma guardi che le sfondo le orecchie io!". Poi quando l'ha sentito è rimasto a bocca aperta "Ma chi t'ha mandato il Padre Eterno?". Questo si verificava di notte perché non volevano testimoni mentre invece, arrampicato sulla cancellata, c'era Arturo Manfredi che, temendo di essere stato scoperto, saltò giù in fretta ferendosi con le punte della cancellata e si tagliò una coscia. I fratelli Manfredi m'hanno raccontato l'episodio di Caruso che andava a provare in casa Puccini ed è successo quel macello».

Pare che il malcapitato fosse quasi felice di essere stato soccorso da Enrico Caruso e Giacomo Puccini e da loro accompagnato all'ospedale. La notte, quando il Maestro componeva proprio in quella mitica sala, si svolse un delicatissimo e toccante aneddoto raccontato sempre da Guido Marotti.
«Verso la fine di giugno del '19 lui stava componendo il finale della "Fanciulla del West". In una di quelle notti tiepide di plenilunio, quel cacciatore e pescatore di Torre del Lago che rispondeva al nome di Emilio Manfredi, era andato a pescare in mezzo al lago. Pescava tutta la notte. Puccini, che lavorava di notte, teneva accesa la luce della sala e suonava e cantava con le finestre spalancate. La sua voce si diffondeva nel silenzio notturno per il lago. E questo Manfredi se la godeva. Poi a un certo punto aveva già pescato abbastanza. Comincia ad albeggiare sui monti di Lucca e pian piano se ne ritorna a casa. Posò il barchino lì, allora non c'era il piazzale. Puccini in quel momento uscì fuori a prendere una boccata d'aria e a fumarsi una sigaretta accostandosi al cancello della villa. Quello, posato il barchino, non sentiva più nulla, ma vedeva la luce. Puccini sente camminare, apre il cancello e lo vede.

"O che ci fai qui?".
"Vado a dormire, ho pescato".
"Ti sei deciso a quest'ora ?".
"E sì, poi sentivo che lei suonava e cantava".
"Perché ti davo noia?".
"No, anzi mi piaceva ".
"Vieni un po' dentro. Siedi lì. Com'è che ti piaceva?".
"Oh bella, mi piaceva!".
Puccini si rimette a suonare proprio lì dove attacca la viola. Dove dice ‘anche tu lo vorrai', poi attacca il coro e termina con ‘Addio mia California ‘. A un certo punto si volta e vede che questo piange.
"Che fai?".
"Mi sono commosso".
"A sì? Allora se piace a te ci ho azzeccato in pieno e piace anche a me. Adesso va' a dormire".
Questo sta per uscire, Puccini lo ferma.
"Aspetta un momento" e gli porta una bella manciata di tabacco fine.
"Prendi, fumalo nella pipa e va' a dormire"».

Torre del Lago oggi si chiama Torre del Lago Puccini. Quei "120 abitanti, 12 case" di un tempo hanno voluto legarsi indissolubilmente a Lui. Immaginiamo quindi il profondo dolore che il Maestro ebbe quando, nel luglio 1921, iniziarono i lavori per impiantare le cave di torba che avrebbero sconvolto tutto l'ecosistema del lago.
[2 / fine]