SAN SEBASTIAN/Un giro del mondo in celloloideUn giro del mondo in celloloide

di Maricla Sellari

Ho scoperto da qualche tempo che nel buio di una sala cinematografica, durante un festival, attraverso le storie che il cinema racconta, è possibile intraprendere un viaggio che ci porta dentro il pianeta a contatto con i segreti, le aspirazioni le verità della famiglia umana. E' vero che conoscere, abbracciare per intero il nostro pianeta supera ormai le possibilità umane, ma lentamente comincia a diffondersi l'idea che siamo un grande pianeta, una grande famiglia di genti.

Al 57mo Festival di San Sebastian (nella foto), ho fatto il giro del mondo attraverso il cinema, badando ai contenuti e alle urgenze, incantata anche dalle molteplici forme che il racconto cinematografico sviluppa. Il mio percorso "originale" mi ha rivelato alla fine che solo alcune delle mie scelte coincidevano con il palmarés, quella lista di film che la giuria premia. Poco male, credo. Il piacere del viaggio e della scoperta sono rimasti intatti e il cinema si è rivelato una fonte di meraviglia per la quale è valsa la pena di spostarsi dalle rive del Mediterraneo ai confini dell'Atlantico.

Ci sono paesi dove una colpa va espiata o confessata pubblicamente, come nel bel film di Aaron Schneider, "Get Low", con la sceneggiatura di Chris Provenzano e dove la musica del Gruppo Rock The Doors è raccontata insieme alla disfatta di un sogno, come la filma in "When You're Strange" Tom Di Cillo; ci sono paesi dove ancora si piange per gli attentati terroristici e si cercano le ragioni per uscire dal dolore come è raccontato in "London River" dal bravo Rashid Bushareb; ci sono paesi che guardati attentamente da occhi amici mostrano bellezze e fragilità come accade nella irrisolta pellicola di Fernando Trueba girata in Cile dal titolo "Il ballo della Vittoria".

Ci sono paesi come la Somalia dove la vita di una donna è colorata fin dall'infanzia da umiliazione e dolore, come racconta in "Desert Flower" con maestria e coraggio la regista tedesca Sherry Hormann, in una "storia di lusso" ben confezionata ma incisiva, tratta dal romanzo di Waris Dirie; ci sono paesi dove essere minoranza è una colpa, anche per chi colpe non ne ha, come racconta in "The Children of Diyarbakir", nel Kurdistan turco, Miraz Besar. E' la storia di due ragazzini della minoranza kurda che restano orfani in seguito all'uccisione dei loro genitori da parte della repressione turca. Diventeranno ragazzini di strada; ci sono paesi antichi e giovani ad un tempo dove si sente con forza l'esigenza che la vita sia per tutti come è raccontato con spontaneità garbo e ironia nel bel film di Alvaro Pastor e Antonio Naharro "Yo, también", in cui Daniel un giovane di 34 anni, primo europeo con sindrome di Down a conseguire una laurea, inizia la sua vita lavorativa... e non solo. Film coraggioso e civile i cui attori sono stati premiati con la "concha" d'argento.

Ci sono paesi dove la vita di una donna è sicura, ma lascia drasticamente senza risposta le sue domande più profonde e spesso inespresse. E' la storia de "La mujer sin piano" il cui regista Javier Rebollo ha ricevuto la "Concha de plata". Un film che in molte sequenze ricorda l'indimenticabile "La notte" di Michelangelo Antonioni. In una Madrid notturna e deserta il ticchettio dei passi di questa donna si rivelerà essere l'indimenticabile suono della sua voce. Vi sono paesi dove all'inizio del secolo scorso in un mondo grigio, ingiustamente severo e profondamente ipocrita si cercano con attenzione e raffinatezza le ragioni profonde del nazismo, come ne "Il nastro bianco" di Michael Haneke, premiato con la Palma d'oro a Cannes. Vi sono paesi dove lasciata alle spalle ogni ansia di sopravvivenza, si può studiare con attenzione e affetto come fa Atom Egoyan in "Chloe" l'ambiguità dell'animo femminile, raggiungendo risultati importanti nella comprensione del dolore.

Dopo questa breve rassegna è forse lecito chiederci: dove va il cinema? Lontano, molto lontano dalle sue origini e qualche volta le troppe coproduzioni, necessarie dal punto di vista finanziario, rendono le opere ricche, ben confezionate ma prive di personalità, prodotti da supermercato. Per questo le mie personali preferenze vanno in altra direzione.
Ne riparleremo.