GLOBO ITALICO/Italicità e cultura nuova

di Piero Bassetti e Niccolò d’Aquino

Alle nuove aggregazioni del mondo globale, i vecchi modelli culturali cominciano a stare stretti. Dalla letteratura all'arte la nuova cultura è fatta di pluriappartenenze che travalicano i vecchi confini. Bisogna, quindi, trovare nuovi riferimenti. Qual è il modello culturale italico?
«È una domanda complessa. Innanzitutto: quale cultura? Quando si parla di cultura non bisogna pensare solo ai valori ma anche ai linguaggi che li esprimono. Compresi i gesti. La gestualità è fondamentale per il "riconoscimento" e l'appartenenza. Se all'estero si vede da lontano un italiano è probabile che gli altri italiani lo possano individuare dalla gestualità, prima ancora che dalle sue parole. Per rispondere alla domanda, comunque, partirei dalla italianità, cioè dallo "step" precedente alla italicità. L'italianità ruotava e ruota attorno a una serie di riferimenti moderni usciti dalla pace di Westfalia che, nel 1648, ridisegnò e codificò i confini d'Europa rimasti sostanzialmente inalterati fino ai giorni nostri. I riferimenti, sostanzialmente, erano: cittadinanza, lingua, religione, territorio. Messi insieme, componevano lo Stato nazionale come lo abbiamo conosciuto finora. Per l'Italia, elencando alla rinfusa e mettendo insieme "valori" e piani diversi, questo ha voluto dire: Rinascimento ma anche Chiesa di Roma ma anche Made in Italy. Questo modo culturale di concepire la vita "all'italiana", questa Italian way of life, è sempre stata riconosciuta all'estero come "italianità". Che si poneva sullo stesso livello delle altre appartenenze nazionali: francese, inglese, spagnola. Oguna delle quali difendeva saldamente la propria identità. Il territorio era una questione di confini: per piantare il paletto doganale in un posto piuttosto che in un altro si scatenavano guerre sanguinose. E la lingua, intesa come strumento non solo di riconoscibilità e appartenenza ma anche di potere, era un altro dei valori che facevano la differenza e venivano difesi per sottolineare questa differenza. Così come l'arte: la contrapposizone tra, poniamo, la pittura fiamminga e quella rinascimentale italiana non era solo un argomento da salotto. Insomma: nei secoli dopo Westfalia, anziché cercare punti di incontro e di fusione le Nazioni hanno sempre puntato i piedi per rimarcare le proprie specificità e unicità».


Oggi, invece?

«Oggi, invece, si impone una domanda. Possono altri "linguaggi", diversi cioè dalla "lingua" tradizionale, assumere un ruolo espressivo e di racconto dei nuovi valori transnazionali sui quali si stanno formando le nuove aggregazioni tra cui l'italicità? Per me la risposta è: "Sì". Partiamo proprio dalla lingua, cioè dallo strumento comunicativo di base. Per l'italianità - da Dante fino a Italo Calvino, passando per Boccaccio, Petrarca, Manzoni eccetera - la lingua era solo e soltanto l'italiano. Una lingua rigorosa, pulita, emendata per quanto possibile da contaminazioni come anglismi e francesismi e costantemente "risciacquata in Arno". Invece la lingua della italicità, cioè dell'aggregazione che va "oltre" l'italianità, è tutt'altro. L'italicità, infatti, per esprimersi non esige per forza l'italiano. Va benissimo l'inglese, lingua sempre più universale. O vanno bene le altre lingue locali dove l'italicità sta andando a radicarsi. Per fare un esempio gastronomico: la cucina italiana, ormai, può essere cucinata tanto in Italia quanto all'estero, e all'estero la situazione non cambia se i commensali parlano non l'italiano ma la lingua locale: si tratta sempre di cucina italiana anche se magari rivisitata dai gusti locali. Fuor di metafora: la capacità espressiva italica la si cerca e la si trova sia in Calvino sia in Don De Lillo o John Fante o Donna Gabaccia per fare esempi di scrittori americani di discendenza italiana. Ormai, insomma, c'è un linguaggio "italico" che non è la lingua italiana».


Ma che cos'è che accomuna gli italici nel loro nuovo guardare all'arte, alla cultura?

«Il non guardare e raffrontarsi con il mondo e, in questo caso, con la cultura partendo sempre dalla ricerca di elementi stilistici di "purezza" italiana contrapposta alla "purezza" di altri linguaggi nazionali. I linguaggi globali, ormai, interagiscono e si fondono tra loro. Dando vita a espressioni e stilemi glocali. Molti italici sono lettori e osservatori che non conoscono l'italiano bensì l'inglese, oppure lo spagnolo o il francese. E gli scrittori, come gli altri artisti, sono la riprova di questa novità. John Fante, che scriveva in inglese, ha un modo di vedere e di raccontare il mondo che va letto e assimilato in inglese. Questa visione metanazionale comincia ad essere capita dalle "antenne" più sensibili. Non a caso Globus et Locus, su invito della Fondazione Agnelli, sta integrando nella propria attività  il  centro di ricerche conosciuto negli Usa come il torinese Altreitalie, diretto da Maddalena Tirabassi, che indaga tra l'altro sui problemi che si ponevano all'italiano che emigrava, raffrontandoli a quelli di un americo-italiano. Quest'ultimo, se è uno scrittore o comunque un artista che vuole esprimersi, deve scegliere: esprimersi in italiano o in inglese? Sceglie una terza strada: essere percepito da entrambe i mondi. Quindi, elabora quasi senza volere degli stilemi che sono meta-nazionali».

È un processo ancora agli albori o si cominciano a individuare i primi stilemi comuni della cultura italica?
«Mi convince molto il suggerimento di Fred Gardaphé, professore di studi italoamericani a New York. Il quale, partendo dal familismo tipico della italianità - in questo caso un familismo vitale, non quello amorale di cui abbiamo già parlato e che degenera in fenomeni di mafiosità  - sostiene che gli emigranti italiani nel mondo hanno in comune, nel loro nuovo aggregarsi, il privilegiare i luoghi urbani e i piccoli spazi di quartiere. C'è una tendenza costante alla urbanità affollata, vista e vissuta da vicino. Nei film dei cineasti italoamericani, da Scorsese a Coppola a Michael Cimino o nei libri degli scrittori italoamericani ma anche anche italofrancesi o italoqualcosaltro, raramente lo scenario di fondo è il grande spazio. Ci si muove nell'ambito della famiglia, degli amici, del quartiere. La meditazione sui grandi spazi, sui temi dello sconosciuto e del mistero e i panorami immensi della natura non rientrano, almeno per ora, nell'humus culturale della italicità».

Uno scrittore come Don De Lillo ripete sempre che lui non solo non si sente italiano - e fin qui lo si può capire - ma anche che nulla nella sua scrittura origina dalla italianità dei suoi genitori. Si considera soltanto uno scrittore americano.
«De Lillo ha tutta la nostra solidarietà e comprensione. Ma credo che non si offenderebbe affatto se la Tirabassi o qualche altro studioso riscontrasse, in una esegesi stilistica, che nel suo linguaggio espressivo ci sono stilemi e riferimenti che sono di chiara riconducibilità a una cultura italica. Sottolineo: italica, non italiana. Il suo modo di esprimersi non può e non deve essere lo stesso di Calvino. Insomma, credo che se a De Lillo chiedessimo se si sente italiano anche a noi risponderebbe di no, come ha già fatto. Ma dovrebbe dare una risposta diversa se gli domandassimo, prove alla mano, se si sente italico. La stessa risposta la darebbe Francesco Borromini, celebre architetto italo-svizzero del Seicento. Per difendere la sua cittadinanza svizzera avrebbe detto che "no" non si sente italiano. Ma italico, sì. In conclusione, per tornare ai nostri tempi: la nostra proposta di un "contenitore" italico trascende e supera il dilemma che fa soffrire De Lillo e con lui tutti i giovani della Generazione Due anche della Generazione Tre».

Oggi la cultura è sempre più internazionale. Autori cinesi vengono tradotti in tutte le lingue. Mostre ed eventi fanno conoscere le opere di artisti di tutto il mondo a un pubblico dall'altra parte del pianeta. A questo mondo sempre più globalizzato che cosa può portare la cultura italica?
«Cioè: in che maniera la cultura italica si posiziona tra le culture del mondo? Lo sta facendo in maniera moderna e giusta. Come le altre culture, si sta sganciando dalle sue origini e dai riferimenti tradizionali per trovare nuovi ancoraggi valoriali. Cito un esempio: che cos'è la anglosassonia? Siamo tutti consapevoli che un australiano è anglosassone, ma non diciamo certo che un australiano è inglese. La cultura anglosassone ha indubbiamente molto di "british" ma, in Australia, risente anche molto dell'influsso aborigeno. Lo stesso vale per la cultura ispanica. E' per questo che possiamo dire che c'è una cultura italica che si candida a prendere il suo posto nella globalizzazione: partendo dai valori italiani ma fondendoli nella nuova aggregazione dei differenti glocalismi dove si ancora. E qui si apre il discorso dei dialetti».


Cioè?

«Stiamo assistendo, in campo linguistico ma anche culturale, a un doppio percorso apparentemente contrastante. Da una parte c'è una "ascesa" dal nazionale verso il globale, dall'altra c'è una indubbia rivalutazione e rivisitazione del dialetto. E questo vale non solo in Italia. I brasiliani di origine italiana che parlano "taliano" hanno la loro matrice culturale non tanto in Italia quanto nel Veneto. E via dicendo: gli italiani che emigravano per lo più non sapevano o non parlavano italiano ma il dialetto delle regioni di provenienza. Tutto questo permette di recuperare una dimensione culturale e di aggregazione che a Globus et Locus teniamo in grande considerazione. Noi siamo convinti che la dialettica tra dialetti e dimensioni politiche sia in atto da sempre. La storia della lingua italiana è la storia del passaggio del dialetto toscano a lingua nazionale. Se il toscano Dante fu il primo ad usare il "volgare", il milanese Manzoni - che parlava milanese - si impose di imparare a scrivere in italiano. E scrisse "I promessi sposi". Portando anche lui una parte del suo localismo, in questo caso la milanesità, nella nuova aggregazione italiana. È lo stesso meccanismo, ampliato su scala globale, che sta avvenendo ora».

È il successo del multiculturalismo?
«No: del pluriculturalismo. Che è cosa diversa dal multiculturalismo. Il multiculturalismo è un accostamento di culture. È fine a se stesso, non porta a sviluppi. Il pluriculturalismo, invece, è "cultura plurale": in continua e proficua evoluzione».