A modo mio

Siamo cinesi

di Luigi Troiani

Di ritorno dal Columbus Day e dall'eccitazione del ritrovare colleghi ed amici della comunità italiana d'America, ricevo dalla scrittrice cino-italiana Hu Lanbo un saggio prezioso per originalità e contenuti. L'autore, Silvio Marconi, analizzando i flussi in uscita di due tra i più importanti movimenti migratori della storia, aggredisce stereotipi consolidati, azzardando il parallelismo tra emigranti italiani e cinesi.

Il titolo del saggio, che l'amica Lanbo tiene per la sua rivista mensile "Cina in Italia", è esplicito: "Italiani, cinesi d'Europa?". Ritengo utile far circolare tra i pochi affezionati lettori, le idee là contenute.
   La prima questione riguarda il senso di "estraneità" dell'emigrato, provocato dagli atteggiamenti discriminatori dei nativi. Marconi evidenzia come il meccanismo più consueto tocchi, in quest'ambito, la traslazione di comportamenti devianti da singoli all'intera collettività cui il singolo appartiene. E', per capirci, il processo che porta gli italiani espatriati ad essere collocati dentro il grande imbuto del fenomeno mafioso. Può capitare oggi alla comunità cinese presente in Italia, di essere criminalizzata nella sua interezza, esattamente come in passato è capitato a comunità italiane attive in Francia e Germania, in Australia e Canada e, ovviamente, negli Stati Uniti. Marconi dice che in Australia è stato in uso chiamare gli italiani "i Cinesi d'Europa", nel corso di campagne razziste che mettevano insieme le due comunità nella criminalizzazione e nella discriminazione. Guardando agli Stati Uniti, scrive che gli italiani sono stati sistematicamente considerati "non-bianchi" e assimilati nel disprezzo razzista e nella discriminazione a neri e asiatici.

   La seconda questione riguarda il fattore "distanza nel tempo". Sia gli italiani che i cinesi, nota l'autore, sono celebrati per i fasti passati, e in qualche modo non riconosciuti appieno per le realizzazioni del presente. L'archeologia e i musei spiegano che quando i cinesi e le antiche popolazioni italiche, in particolare quelle dell'Italia centrale e meridionale, si manifestavano con civiltà già avanzate, le genie nord europee e i ceppi che avrebbero poi generato la cosiddetta società anglo sassone giacevano in uno stato sostanzialmente primitivo. Riconoscere questa ovvietà, sarebbe in realtà un modo per svalutare del tutto l'attuale contributo che Cina e Italia, e i loro migranti, forniscono allo sviluppo della civiltà contemporanea, ai livelli nazionali e globale. La scala della "distanza" nel tempo viene ampliata a dismisura, si abusa del concetto di "periferia" (e sulla base di cosa si stabilisce il "centro" del mondo?, e chi lo decide?): Cina e Italia divengono periferiche e le loro forme più alte di civiltà vengono confiscate, e confinate dalla psicologia dominante nella notte dei tempi. Non rallegra avere consapevolezza che lo stesso destino viene attribuito a civiltà come quelle mesopotamica, iranica, berbera, americane pre-colombiane, indiane.

   La terza questione riguarda la svalutazione della metropoli di origine. Alla spinta economica cinese, si oppongono gli slogan della "scopiazzatura" e della bassa qualità; alla creatività e vitalità dell'impresa italiana, la dannazione della nostra politica e il suo alto tasso di corruttela. Nelle prime fasi di sviluppo, hanno copiato tutti i popoli, e la corruzione purtroppo è fenomeno universale; strumentale prendersela con due movimenti di popolo migrante.

   E' un tentativo, quello di Marconi, che merita approfondimento. Le similarità nei fenomeni legati alle migrazioni, se opportunamente valorizzate, possono assistere nella condivisione delle rivendicazioni sociali ed economiche verso le comunità di accoglienza.