MILANO FILM FESTIVAL/Migranti: da New York alla Serbia il passo è... breve

di Marina Catucci

Si parla di migranti e di New York al Milano Film Festival. Tra i film proposti "Here and There", del regista serbo Darko Lungolov, migrante a sua volta e newyorkese di adozione. Il film, premio come best New York Feature al Tribeca Film Festival, racconta di un musicista americano di mezza età (Robert) in crisi personale e creativa che si reca a Belgrado per sposare, previa ricompensa, la giovane fidanzata di un conoscente serbo (Branko) altrettanto giovane, in modo da farle ottenere  un visto per gli Stati Uniti. Il film si svolge a Belgrado ed a New York. In entrambe le situazioni, quella newyorkese e quella serba, lo sguardo è quello di uno straniero: la New York di Branko non è quella di Manhattan, quartiere intoccabile per chi non è ricco o newyorkese da qualche generazione, ma una periferia dove i tacchi di "Sex and the City" si spezzerebbero dopo due passi; l'arrivo in Serbia ( Country in transition  come la definisce cupamente il tassista) per Robert, il musicista, è un cambiamento di prospettiva totale.  

Non conosce nessuno ed è ospite della madre di Branko che lo pensa un collega e caro amico del figlio. Ma la città straniera è il luogo dove si riappacificherà con se stesso, riacquistando umanità, ed uscendo dal una depressione per niente cosmica, solo egoriferita. Questo passaggio accade una volta vestiti (letteralmente) i panni dell'altro. Robert, cambia atteggiamento ed espressione dal momento in cui perde le valigie e la madre di Branko di cui è ospite, gli lava e stira gli abiti e gli presta un pigiama del figlio.

 «Nel film Robert si aggira per la camera di Branko e vede le sue cose: i poster, gli oggetti della sua adolescenza, i fumetti di Alan Ford. Io sono un fan di Alan Ford, fumetto italiano ambientato a New York e popolare in Serbia, sono solo oggetti ma parlano della persona che li possiede. Sono stato a New York dieci anni filati senza mai tornare in Serbia - continua il regista - mi ci ero trasferito nel 1991 ed è stato uno choc. Da noi c'era una situazione pesante così ho raggiunto un cugino che già abitava in America. Sapevo di essere partito per tanto tempo, ignorando quando e se sarei tornato in Serbia e così appena arrivato a New York, invece che andare direttamente a casa di mio cugino, ho lasciato la valigia al deposito bagagli per qualche ora in modo da ritardare la mia condizione di immigrato. Volevo prima essere turista, vedere la città da turista almeno per qualche ora, prima di viverla da immigrato».

Il film di Lungolov è stato proiettato durante la giornata del festival dedicata ai migranti e si parla di New York come un esempio per le città italiane (e non solo) di integrazione, scambio di culture, in un momento in cui in Italia si assiste ad un irrigoidimento di posizioni non solo a livello legale ma nella società civile che non comprende i problemi pratici ed esistenziali che hanno i migranti.

«Il mio primo lavoro quando sono arrivato in America - racconta il regista - è stato proprio il traslocatore. Lavoravo dodici ore al giorno e giorno dopo giorno smettevo di essere quello che ero stato, di pensare ciò a cui avevo pensato per anni e diventavo qualcos'altro, qualcuno molto più sofferente  e prevedibile. Parlavo inglese ma stavo sempre con altri serbi. Per anni mi sono sentito perennemente fuori luogo e c'era un qui ed un lì, quello che ero diventato a New York e quello che ero in Serbia. Nel film Robert l'americano inizia a comprendere la Serbia quando, dopo aver perso la valigia con i suoi vestiti,  è costretto ad indossare gli abiti del ragazzo. E' necessario mettersi nei panni altrui, abbandonare il proprio status mentale ed abbracciare quello altrui».

Il film è una produzione indipendente, con un budget raccolto capillarmente per anni tra privati americani e sovvenzioni serbe, contattando e convincendo Cindy Lauper a farne parte e dopo aver vinto un premio al Tribeca Film Festival di New York, a maggio, ha cominciato a collezionare premi in tutto il mondo, ed è stato scelto per rappresentare la proposta serba all'oscar come miglior film straniero.

«Vivere da migrante dà comunque un perenne dualismo - continua il regista -; il film si chiama ‘Qui e lì' perché sono i termini ricorrenti oltre a ‘noi e loro'. Tutte le sfumature si perdono in un magma. Quando cominci a vedere te stesso come un ‘loro' ricambi con la stessa moneta. In ogni caso che tu sia ‘loro' o che tu sia ‘noi' in questo modo perdi te stesso».