CINEMA/Un talento da... sogno

di Francesca Guinand

Il Grande sogno" lei l'ha vissuto davvero, non solo sul grande schermo col film di Michele Placido. Una carriera sfolgorante, immediata, quella di Jasmine Trinca, fatta di grandi film, registi eccellenti e indubbio talento. Alla Mostra di Venezia l'Italia quest'anno ha brillato poco. Solo due premi, solo a due donne, due attrici: Trinca, che si è aggiudicata il Premio Speciale Marcello Mastroianni di miglior attore emergente per "Il grande sogno" e Ksenia Rappoport, miglior interprete femminile per "La doppia ora", di Giuseppe Capotondi.

Ad "Oggi 7" Jasmine racconta che «quando ho saputo del Premio Mastroianni era notte, dopo la telefonata non sono più riuscita a chiudere occhio. In molti mi hanno detto che io non sono un'attrice emergente, perché ho fatto già diversi film, ma per me è stata una grande gioia, sono onorata di aver ricevuto questo premio, che porta questo nome, che mi è stato assegnato da una giuria così prestigiosa. Isomma c'era Ang Lee a presiderla, e ricevere un premio da un regista come lui, che sicuramente non conosce cosa ho fatto prima del "Grande Sogno", che ha deciso di assegnarmelo perché mi ha visto sullo schermo più o meno giovane, mi ha fatto un piacere immenso».

Perché l'Italia quest'anno a Venezia non ha portato a casa premi importanti? Secondo te ha un significato aver premiato solo due interpreti femminili?
«Se si vuole analizzare la Venezia di quest'anno, io direi che bisogna farlo in positivo, nel senso che la Mostra è stata aperta con un film italiano ("Baarìa", di Giuseppe Tornatore, ndr) il che vuol dire che per i selezionatori era un film grandioso, adatto a simboleggiare il cinema italiano. "Baarìa" è un film nostrano che ha aperto un festival internazionale in Italia, è sicuramente un film ambizioso sotto il punto di vista della "magnificent", dello spettacolo, un film di grande fattura costato 30 milioni di euro. Il segnale positivo è che l'Italia era ben rappresentata, infatti in concorso c'erano quattro film, tutti diversi tra loro e di qualità. Oltre al riconoscimento personale per il Premio Mastroianni, mi è piaciuto che siano state premiate due donne, perché  nel nostro Paese sono valutati sempre meglio e di più, anche dal punto di vista del compenso, i ruoli maschili e per le attrici della mia età (oggi Jasmine ha 28 anni, ndr) c'è poco spazio e poca scelta. Vista da questa prospettiva secondo me a Venezia si è premiato il tenativo di spaziare, di cercare nuovi orizzonti interpretativi».


Eri all'ultimo anno di liceo quando nel 2001 Nanni Moretti ti ha scelto per interpretare il ruolo di sua figlia nel film "La stanza del figlio", che ti ha portato anche a Cannes. Così è iniziato il tuo "Grande sogno"?

«Per me è stata più un'occasione del destino, poteva essere un altro, e invece è stato il cinema. Ricordo che il giorno del provino al mio liceo di Roma, il Virgilio, tutta la scuola si era presentata. Ad un certo punto volevo andarmene, perché dovevo fare i compiti del giorno dopo, ma in quel momento ho pensato che se me ne fossi andata non avrei potuto sapere come poteva andare a finire. È stato un momento del destino. Non volevo fare l'attrice, volevo fare archelogia. Non avevo ambizione, non pensavo fosse una cosa per me, ma quel giorno ero curiosa di conoscere Nanni. Dopo i primi provini andati bene, più si avvicinava la scelta più iniziavo a crederci. Speravo. Quest'inizio mi ha portato davvero fortuna, anche se non ho cavalcato il successo del primo film, perché per tre anni ho fatto l'università. Poi nel 2003 mi ha chiamato Giordana per "La meglio gioventù". All'inizio doveva essere un film per la tv, poi è andato a Cannes. In questo caso la fortuna è stata aver fatto film di qualità che hanno avuto un buon riscontro».

Sei giovane ma hai interpretato già tanti personaggi. Sei stata Giorgia, la ragazza problematica de la "Meglio Gioventù". Poi la fidanzata di Kim Rossi Stuart in "Romanzo Criminale". Dopo la protagonista di uno degli episodi di "Manuale d'amore" di Veronesi. Nel 2006 hai fatto ritorno al cinema di Moretti con "Il Caimano". A quale personaggio ti sei più affezionata?
«Mi sono affezionata molto a Giorgia, era un bellissimo personaggio. Io ero giovane sia d'età, quando abbiamo girato avevo 20 anni, ma anche come esperienza cinematografica: alle spalle avevo solo il lavoro con Moretti. Per "La meglio gioventù" ci fu una lunga preparazione: Giordana mi ha dato delle linee guida del personaggio, e poi io ho messo in Giorgia una parte di me stessa. Ci ho messo del mio, nel senso che sono partita da me stessa per sviluppare il personaggio, e comunque quando si lavora con un grande regista, tutto diventa più semplice».

Hai fatto quattro film con due registi ("La stanza del figlio" e "Il Caimano" con Nanni Moretti, "Romanzo criminale" e "Il Grande Sogno" con Michele Placido) e hai dichiarato più volte che ti piace girare con gli stessi autori. Perché?
«Mi piace, anche se tra un film e l'altro passano degli anni, quindi si cresce, si cambia, si fanno altre esperienze, però tornare a lavorare con lo stesso regista è un riconcoscimento del lavoro fatto e si ritrova una familiarità che ti aiuta, anche sul set. Nel tornare a lavorare con Placido ne "Il Grande Sogno" ho trovato un nuovo modo di sentirmi a casa».


Fino ad ora hai lavorato con dei grandi registi italiani. Come Moretti, Giordana, Placido e Veronesi. Sognando, con quale americano e con quale italiano vorresti girare un film?

«Mi piace molto il cinema americano, sparandola grossa, direi Michael Mann (il regista di "L'ultimo dei Mohicani", "The Insider", "Alì" e "Nemico pubblico", ndr), e Ridley Scott ("Blade Runner", "Thelma & Louise", "Soldato Jane" e "Il gladiatore", ndr). In Italia sarebbe un sogno lavorare con Bertolucci».

"Il grande sogno" è una storia di formazione, per Laura, che cambia e cresce in un periodo di cambiamenti.
«Il mio personaggio, Laura, è uno dei cardini della storia, che racconta un pezzo di vita del regista, interpretato da Riccardo Scamarcio, che fa il poliziotto durante gli scontri studenteschi a Valle Giulia. Mi piace definirlo un film sul '68 che si compone di storie private diverse. Il mio personaggio racconta quell'apporto cattolico al '68, quella parte di Italia tradizionale che si scontra col cambiamento. Laura e la sua famiglia si trasfomeranno in seguito a quell'anno, e Laura, da cattolica, piano piano entrerà nel movimento. Io vedo in lei una protofemminista si riappropria di se e del proprio corpo».


Voi attori per prepararvi al film avete studiato tutti insieme sui libri, sui documetari.

«Abbiamo studiato insieme, ed è stata una suggestione comune. C'è stata una preparazione politica e culturale, poi ognuno di noi ha approfondito il proprio percorso. Un po' conta studiare, poi sullo schermo si vede se c'è stato del tempo speso dietro a quel film».

Dalle proteste e ribellioni del "Grande Sogno" a quelle per i tagli del Governo al FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo. Cosa hai imparato da questo film e come sta secondo te il cinema italiano oggi?
«Adesso siamo più appiatitti rispetto al '68, c'è stato un lavoro di anni per rendere tutti più "seduti", le persone si accontentano, il sogno italiano si realizza nella pochezza che ci troviamo a vivere quotidianamente. La differenza grossa è il sentimento di comunanza tra studenti e lavoratori. Per quanto riguarda i tagli al FUS: la maggiornaza degli italiani è con il Ministro Brunetta perché il cinema, ma anche la cultura e lo spettacolo, passa come il mondo di lustrini e paillettes. L'idea generale è che chi lavora nella cultura è gente che dovrebbe andare a lavorare, e le priorità sono altre. Tra i tagli al FUS e il '68 ciò che manca è la solidarietà, non si fa fronte comune non solo contro un Governo, ma contro lo stato delle cose».