MUSICA LIRICA/Mito, fede e storia

di Franco Borrelli

Mitologia, fede e storia (non necessariamente in quest'ordine) sono state le maggiori componenti della produzione lirico-drammatica dei secoli  XVII e XVIII. Attraverso il ricorso all'Ellade, o ai Cesari o ai santi l'autore (sia del libretto che della musica) si toccavano corde delicate quanto immediate, offrendo considerazioni, provocando catarsi ed offrendo occasioni per guardarsi un po' dentro. In tutto ciò, conflitti e turbolenze di coscienza venivano risolti in maniera apparentemente superficiale, quasi in monotonia tonale, senza troppi slanci di gioia e senza neppure pesanti avvilimenti dinanzi al male e\o al delitto.

Quando ci si avvicina a questa produzione, pensare a Verdi e Puccini (tanto per fare solo un paio di nomi) è peccato e colpa di giudizio. Sarebbe un po' come paragonare un bambino ad un adulto (per dare un esempio immediato). Il piccolo, si sa, per destino diventerà grande, saranno i due sempre la stessa persona, eppure le loro diversità saranno abissali. Stesso discorso per l'opera, quella del XVII-XVIII secolo è bambina a confronto di quella matura del XIX-inizio XX secolo. Non è una colpa, si badi, e nemmeno un torto. E', semplicemente vita, storia, fatti cioè innegabili. Per godersele entrambe e giustificarle in tutto il loro indubbio valore, basterebbe dire che quella più vicina a noi non esisterebbe se non ci fosse stata quella più antica. Sembra un'esaltazione dell'ovvio, ma è pura verità, accertabile, misurabile e verificabile.

Il preambolo, forse lungo, per segnalare l'uscita di tre capolavori dell'epoca: «Il Sant'Alessio» di Stefano Landi (1631), libretto di Giulio Rospigliosi, «L'incoronazione di Poppea» di Claudio Monteverdi (1643), libretto di Giovanni Francesco Busenello, e l'«Orphée et Eurydice» di Christoph W. Gluck (1762), libretto di Ranieri de' Calzabigi, rispettivamente fede, storia e mitologia, targate Virgin Classics, Decca (gruppo Universal) ed EMI Classics. Si tratta di tre pregevolissime messinscene contemporanee in Dvd: assai pittorica (quasi da polittico tardo medieval-rinascimentale) la prima, nuda quasi nelle scene la seconda e da sogno impalpabile la terza.

«Il Sant'Alessio» è, tra gli altri, interpretato da Philippe Jaroussky (Alessio), Max Emanuel Cencic (Sposa), Terry Wey (Religione, Roma), Alain Buet (Eufemiano, padre di Alessio) e Luigi De Donato (Demonio), controtenori in quantità anche e soprattutto in vesti femminili), con Les Arts Florissants di William Christie; «L'incoronazione di Poppea» trova in Danielle de Niese il suo gioiello, accanto al Nerone di Alice Coote (qui una donna in una parte maschile), all'Ottavia di Tamara Mumford e al Seneca di Paolo Battaglia, fra gli altri, con l'orchestra della Age of the Enlightenment diretta da Emmanuelle Haïm; l'ultima, infine, l'«Orphée et Eurydice», stuendamente interpretata da Madgalena Kozená (Orfeo), Madeline Bender (Euridice) e Patrice Petibon (Amore), con il Monteverdi Choir e l'Orchestre Révolutionnaire et Romantique diretti dal maestro John Eliot Gardiner. Le registrazioni sono tutte e tre del 2008.

«Il Sant'Alessio» è un dramma musicale basato sulla vita di Sant'Alessio. È la composizione più conosciuta di Landi ed una delle opere più significative del primo Barocco. Non solo fu la prima opera scritta su un soggetto storico, ma nel descrivere minuziosamente la vita interiore del santo tentò una caratterizzazione psicologica di tipo nuovo nell'ambito del teatro d'opera. La parte di Sant'Alessio è estremamente acuta ed è stata concepita per essere cantata da un castrato. Alla prima esecuzione, metà dei cantati provenivano dal coro papale, e c'erano diverse altre parti per soprano cantate da castrati. Landi - come fa notare Giulia Grassi - usò soprattutto la forma della "canzona" con funzione di sinfonia, per la prima volta nella storia dell'opera.

Danze e sezioni comiche si alternano ad arie serie, recitativi e ad un lamento in forma di madrigale, ciò che conferisce all'opera quella varietà drammatica che contribuì al suo successo, come testimoniano le frequenti esecuzioni negli anni successivi alla prima. Fu anche la prima opera drammatica a mescolare con successo monodia (canto a una voce, praticato nell'antichità e nel Medioevo) e polifonia (a più voci e suoni armonici).

Alessio, come racconta suo padre Eufemiano al cavaliere Adrasto, è scomparso la sera delle nozze e di lui non si hanno più notizie. In realtà Alessio è a Roma e vive in incognito nella casa paterna, come mendicante. Si odono I lamenti della sposa e della madre di Alessio, consolate dalla nutrice. Dopo il lamento di Eufemiano, compare il Demonio, che racconta di aver convinto la sposa a partire in cerca di Alessio, con lo scopo di spingere il santo a rivelarsi. La sposa, vestita da pellegrina, è raggiunta dalla madre, che vuole accompagnarla nel viaggio. Il finto mendicante tenta di dissuaderle, e lo svenimento della sposa lo lascia agitato e confuso. Nella scena centrale del dramma, il Demonio si presenta ad Alessio «in forma di eremita» e cerca di indurlo a scoprirsi ai parenti. Il Demonio precipita poi scornato nell'inferno; quindi, le circostanze prodigiose della morte di Alessio sono raccontate da un nunzio, i parenti piangono la morte del santo, viene letta una lettera da lui scritta prima di morire, ma gli angeli esortano tutti a gioire insieme alla Religione, che proclama l'elogio finale di Alessio dedicandogli una chiesa. L'opera termina con il coro degli angeli e il balletto delle virtù, mentre si assiste all'apoteosi del santo.

Con l'«Orphée et Eurydice» di Gluck siamo nel bel mezzo della mitologia classica. Orfeo era un poeta e un musico. Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica e i suoi versi erano così dolci - come recita Seneca - e affascinanti che l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si muovevano, gli uccelli si commuovevano così tanto che non avevano la forza di volare e cadevano, le ninfe uscivano dalle querce e le belve dalle loro tane per andare ad ascoltarlo.

La sua sposa era la ninfa Euridice, ma non era il solo ad amarla: c'era anche Aristeo e un giorno Euridice, mentre correva per sfuggire a questo innamorato sgradito, era stata morsa da un serpente nascosto tra l'erba alta ed era morta all'istante. Orfeo allora aveva deciso di andare a riprendersela ed era sceso nell'Ade, nell'oscuro regno dei morti. Con la sua musica era riuscito a commuovere tutti, tanto che il dio Ade e sua moglie Persefone avevano provato pietà per la triste storia dei due innamorati. Così Ade aveva concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un patto: Euridice doveva seguirlo lungo la strada buia degli Inferi e lui non doveva mai voltarsi a guardarla prima di arrivare nel mondo dei vivi (Poliziano) I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata, malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l'estremo saluto (Ovidio). Ma qui però, subentra Amore, e la favola trova il suo lieto fine.

Con la «L'incoronazione di Poppea» di Monteverdi (che pure aveva musicato un suo «Orfeo») siamo invece nella torbida Roma di Nerone e Seneca, segnata da passoni, sete di potere e lussuria. Primo vero esempio, questo, di melodramma storico, caratterizzato dal turbisoso contrasto delle emozioni e da un canto che più bello e limpido di così si fa fatica a trovare (almeno stando all'epoca XVII- XVIII  secolo).