Libera

Sulle tracce dei re delle Hawaii

di Elisabetta de Dominis

Are you princess Dominis?" Ho fissato il mio sguardo sorpreso negli occhi oblunghi e velati di quell'uomo che si era avvicinato e mi sorrideva dolcemente, ma ho risposto "Yes" perché di Dominis lì, quel pomeriggio nel parco reale dello Iolani Palace a Honolulu, di certo c'ero solo io. Allora lui, il principe Kahuhipa Kawananakoa, ponendo una mano sulla mia spalla, ha accostato la sua fronte alla mia e, guardandomi negli occhi, ha inalato il mio mana. Poi, baciandomi lievemente una guancia mi ha augurato: "Aloha".          

                                                            
Ero principessa?! E mica principessa di un posto qualsiasi, no del paradiso terrestre: le isole Hawaii. La mia singolare discendenza dal principe consorte dell'ultima regina delle Hawaii, John Dominis, era stata riconosciuta.
Accidenti, se lo sapevo, alle Hawaii ci venivo già da piccola: mi sarei risparmiata quella soffocante educazione "noblesse oblige" a cui ero stata sottoposta in previsione di future nozze principesche. Che infine riuscii ad evitare grazie alla mia studiata maleducazione... ma questa è un'altra storia. Volevo solo rimarcare che è bello ritrovarsi principessa senza dover per forza sposare un principe. Quanto è bello rinunciare ad esserlo per essere se stesse.

Sotto quegli immensi alberi secolari non si soppesavano i quarti di nobiltà, i rami principali e le discendenze patrilineari come nella vecchia Europa: lì - in uno Stato americano! - c'erano diversi principi che si consideravano tali anche solo per discendenza cadetta, matrilineare o addirittura per hanai. (Che più che un'adozione era una specie di affiliazione, in quanto dei bambini venivano dati in affido ad un'altra famiglia, spesso di rango reale, per tenerla strettamente legata e assicurarsi a vicenda la discendenza. Perciò i pretendenti al trono delle Hawaii sono cresciuti come i funghi. E la loro complessa genealogia è ancor più complicata da un alfabeto composto di sole 12 lettere e dai ricorrenti nomi di re che iniziano per K).

Quello era un giorno particolare: il 2 settembre, l'anniversario del 161esimo compleanno della regina Lliliuokalani, che è ancora nel cuore della sua gente. E a me pareva di vivere in una favola. Nel parco del palazzo reale c'erano due gruppi di hawaiiani, venuti dalle isole Kauai e Molokai, che celebravano la loro regina con canti e discorsi. Un uomo corpulento e tarchiato, dall'aspetto fiero, con un drappo verde annodato sulla spalla destra e un bastone di legno avvolto nelle spire di un serpente intagliato, si muoveva attorniato da 9 body gard  che indossavano una polo nera con il distintivo del Polynesian Kingdom of Atooi.  Ali'i Nui  Dayne Aipoalani, pretendente al trono del regno polinesiano della Luce di Dio, sostiene di essere pronipote di Kamehameha I il grande, che unificò il regno delle Hawaii. Tale regno non comprende solo - mi spiega - le isole di Kauai e Nihau, le cui terre gli spettano per diritto ereditario, ma l'intera Polinesia, essendo stato votato da 14 re polinesiani in un parlamento polinesiano riunitosi in Nuova Zelanda, secondo l'antica tradizione che prevedeva un re d'elezione. C'è un'antica profezia che rafforza la sua pretesa: "Quando la cima della piramide si riunirà alla base, il regno del Pacifico ritornerà unito". E lui questa pietra l'ha trovata 10 mesi fa tra le rovine di un antico tempio nella Kahoana Waiana, una valle di Kauai divisa in due parti da una montagna nel mezzo.  A breve - dice - partirà per la Nuova Zelanda dove si incontrerà con un altro re polinesiano che recherà il basamento della pietra. E la profezia si compirà. "Oh Hawaii - intona un cantautore sul palco - stay together, it is now and forever".

Vengo presentata a una bella donna dal portamento regale che, sentendo come  mi chiamo, mi guarda meravigliata come se fossi un fantasma vivente, poi mi fa un sacco di feste: sto scoprendo che qui tutti conoscono il mio cognome e mi considerano loro parente. E' Owana Salazar, pronipote della sorellastra della regina Liliuokalani per parte di madre, la sovrana Kapiolani di Kauai, da cui discende anche Aipoalani. Dunque sono cugini, non importa se lontani. Mi spiega, protocollo alla mano, che la sua linea dinastica come pretendente al trono è stata riconosciuta dal re Kamehameha III nel 1844. Ciò sebbene quattro anni prima, con la promulgazione della prima costituzione, fosse stata sancita la fine della discendenza matrilineare. (Il successore Kamehameha V non ebbe eredi e nel 1874 venne eletto re Kalakaua, padre di Liliuokalani, dai quali discendono due linee dinastiche - non dirette, anche perché la regina non ha avuto figli - che attualmente vantano pretese al trono, di cui il principe ereditario riconosciuto è David Kawananakoa, secondo il professor Niklaus Schweizer, console svizzero e massimo esperto della storia del regno delle Hawaii).

Owana sale sul palco e legge con accento accorato: "Se c'è chi conosce la verità, lo dirà ad un altro e la nostra Nazione risorgerà". E' un passo della lettera di protesta della regina Liliuokalani, datata 12 giugno 1897 e indirizzata al governo di Whashington, per l'annessione del regno delle Hawaii agli Stati Uniti, avvenuta attraverso un trattato unilaterale imposto dal presidente americano McKinley. Da quel giorno Liliuokalani, per la nuova Repubblica americana, è solo Lydia Dominis, ma per gli hawaiani non cesserà di essere la loro regina. "Happy birthday to the queen!"

Quella stessa mattina di buon'ora mi ero recata al Royal Mausoleum per la celebrazione ufficiale dell'anniversario della regina. I posti erano tutti occupati da una platea elegante, accomodata sotto un grande tendone bianco davanti alla Kawaiaho Church, sovrastata da palme maestose. Il momento era solenne: un soprano stava intonando l'inno nazionale e la sua voce forte saliva alta come un lamento inconsolabile ma indomito. Mi scendevano le lacrime sotto gli occhiali da sole: percepivo la prostrazione di quel popolo mite ma fiero, che ancora non si spiegava come potesse essere stato tradito da quei bianchi a cui aveva affidato le proprie terre da coltivare.  Se ne erano impossessati con pochi dollari introducendo lo sconosciuto diritto di proprietà.

In prima fila c'era il legittimo pretendente al trono: David Kawananakoa (se si esclude sua zia Abigail, 82 anni di fierezza). Alto, occhi azzurri e carnagione chiara, non mi aspettavo fosse lui. Del resto, gli hawaiani sono stati decimati nel 90 per cento a causa dell'arrivo dei bianchi che gli hanno contagiati con malattie sconosciute per le quali non avevano gli anticorpi.
Dopo i discorsi, si è formata la fila, con tanto di uomini in divisa del Royal Order of Kamehameha, per scendere nella cripta dove è sepolta Liliuokalani assieme al suo sposo, John Dominis. Ho chiesto a un signore distinto, vicino a me, se potevo andarci e mi ha risposto che dovevo avere un omaggio floreale. Vista la mia espressione desolata, mi ha invitato ad accompagnarlo per deporre insieme la sua collana di orchidee.  Nel farlo, ha intonato un breve canto in hawaiano. Ecco: avevo visto dove riposava il cugino del mio bisnonno, sulla cui storia  avevo fantasticato per anni. Risalendo, il mio accompagnatore  Malulani Odegaard, discendente per parte di madre dall'eroe Kame'eiamoku, effigiato insieme al fratello Kamananawa sullo stemma reale, mi ha detto: "Ogni volta che sono venuto al compleanno della regina, quell'anno mi è successo qualcosa di bello". A me stava già succedendo.

Di lì a poco è arrivato a salutarmi un caro amico, Guido Pigliasco, che non vedevo da dieci anni e che è parte della mia storia hawaiana. Ho conosciuto Guido, avvocato di Milano, quando ero corrispondente del Giornale. Un giorno leggo un suo articolo sui movimenti per l'indipendenza delle Hawaii e mi metto in contatto con lui. Ci incontriamo e gli racconto la strana storia del mio antenato che sposò l'ultima regina delle Hawaii. Lui è innamorato di Oahu e ci trascorre sei mesi l'anno: s'impegna a fare delle ricerche per capire se e chi, a fine ‘800, avesse venduto Washington Place, la più sontuosa dimora di Honolulu di proprietà appunto del mio antenato, morto senza eredi, al governo degli Stati Uniti e fino a pochi anni fa residenza del governatore americano.

Avevo circa 11 anni quando un giorno si presentò sulla porta di casa, senza preavviso, uno studioso croato della storia della Dalmazia e dei suoi uomini illustri. Viveva in California e cercava mio nonno con cui aveva una corrispondenza culturale da anni.  Mio nonno purtroppo era scomparso da poco e Ante Kovacevic raccontò a mio padre le ricerche fatte sulla vita di quel nostro antenato che era partito in cerca di fortuna per l'America e si era poi trasferito alle Hawaii. Ci mostrò le foto di Washington Place, sostenendo che dovevamo intentare una causa al governo americano per appropriazione indebita. Mio padre, che era un uomo pacifico, fece sua la storia ma non il suggerimento legale. Davanti ai miei occhi intanto era iniziata a dipanarsi la pellicola di un film. Da quel giorno ho sognato le Hawaii.