SPECIALE/INTERVISTA/I talebani? Come la mafia

di Gina Di Meo

Il presidente Barack Obama all'Assemblea Generale dell'Onu tace sull'Afghanistan, su quella che è ora diventata "la sua guerra personale" mentre da una parte il generale McChrystal, capo supremo di Isaf, quasi implora l'invio di nuove truppe e il vice-presidente Joe Biden spinge, invece, per concentrarsi sulla lotta a Al Qaeda. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, durante la conferenza stampa alla Missione Italiana a New York, ribadisce che prima di decidere sull'invio di nuove truppe, bisogna aspettare che Hamid Karzai sia riconfermato presidente, poi sostiene la necessitá di un cambio di strategia che vede l'impegno da parte del nuovo governo afghano a garantire la sicurezza nel paese, a favorire il benessere della popolazione e a combattere il proliferare della corruzione. «Il nuovo governo - ha commentato - dovrá ora cominciare a dare e non solo a ricevere».

A New York per la 64ma Assemblea Generale c'era anche Ettore Sequi, prima ambasciatore italiano a Kabul e ora rappresentante speciale dell'Unione Europea in Afghanistan. A lui abbiamo chiesto un parere in merito a exit strategy versus invio di nuove truppe.

Ambasciatore, in Italia si sta discutendo sulla possibilità di ritirare le nostre truppe dall'Afghanistan, Obama sta frenando sull'invio di nuove truppe, il generale McChrystal invece chiede più soldati, secondo lei qual è la ricetta giusta per l'Afghanistan?
«Piuttosto che di exit strategy io parlerei di transition strategy proprio perché l'obiettivo deve restare quello di trasferire gradualmente la sicurezza in mano agli afghani. Come far sì che ciò avvenga? Rafforzando in modo sostanziale il training di polizia e esercito afghani (Anp e Ana, nrd). Prima si riesce ad "afghanizzare" la sicurezza nel paese, maggiori saranno i passi verso la stabilizzazione. Allo stato attuale però non ci sono abbastanza forze di sicurezza per garantirne la presenza in ogni singolo distretto e io sto cercando di sensibilizzare i membri dell'Unione Europea ad inviare più formatori in Afghanistan».

Eppure l'Afghanistan sembra un paese che sfugge ad ogni controllo...
«Qui sta accadendo quello che in una certa fase storica accadde in Italia con la mafia: le nuove leve talebane stanno subentrando alle vecchie. Sono molto giovani, infiltrati da arabi, qaedisti, ceceni, uzbeki, che tentano di scalare le gerarchie interne e esasperando odio e violenza. Il generale Dalla Chiesa diceva che la mafia prolifera dove lo Stato è considerato incapace di dare certi servizi: sicurezza, posti di lavoro, in Afghanistan funziona allo stesso modo. A livello locale c'è la percezione che lo Stato sia assente e si è naturalmente portati a pensare che "quelli" (i talebani) sono più forti».

Cosa si fa allora in questi casi?
«Si deve mettere in condizione lo Stato di essere presente ed è appunto qui che ci vogliono le forze di sicurezza e le istituzioni devono guadagnare credibilitá. Ad esempio, il 60% delle cause giudiziarie in Afghanistan nasce intorno a conflitti sui confini dei campi. Ma se i giudici non ci sono o sono corrotti, si lascia spazio all'arbitrato dei talebani che Corano alla mano offrono un verdetto, gratuito ed immediato. Ma sicurezza significa anche conquistare oltre alle menti e ai cuori, anche lo stomaco della popolazione. Se non si crea sviluppo economico è naturale che si infoltiscano le fila della manovalanza talebana: chi si arruola con i talebani guadagna 300 dollari al mese, un giudice dello Stato ne guadagna 100. La sola dimensione militare in questo paese non è sufficiente».

Giá, ma come si fa a convincere la popolazione a rinunciare al guadagno immediato, come quello che può venire dalla coltivazione dell'oppio, ed optare per  le colture cosiddette "legali" che tuttavia richiedono più tempo e profitti minori?
«Se la scelta è tra la legalitá e l'illegalitá, la gente sceglie la legalitá, se la scelta è tra l'illegalitá e la fame, si sceglie l'illegalitá. I contadini devono avere la scelta, ma non è detto che sia necesariamente il grano. Voglio fare un altro esempio. Non molto tempo fa sono andato a trovare l'ambasciatore americano a Kabul e sulla scrivania del suo ufficio ho visto una bottiglia di olio. Mi sembrava di averla vista da qualche altra parte, poi mi sono ricordato che era il frutto di un esperimento fatto in collaborazione con gli italiani in una zona al confine con il Pakistan e dove c'è un'alta concentrazione di ulivi. Ne sono state prodotte circa 10mila bottiglie, si trattava di olio extra vergine di oliva che è risultato essere di qualitá superiore a moltissimi olii venduti in Pakistan. La bottiglia che era dall'ambasciatore era stata acquistata al mercato, questo vuol dire che la cosa ha funzionato. Si devono favorire colture alternative e poi garantirne l'accesso al mercato, naturalmente ci vuole tempo».

In cosa consiste il suo lavoro a Kabul?
«Il presidente Karzai mi ha fatto la stessa domanda quando ho assunto l'incarico... Gli ho detto: "Presidente, l'Europa è come l'Afghanistan, ci sono molte tribù, nel nostro caso 27, ogni tanto queste tribù si riuniscono, si discute, si prendono decisioni e il mio compito è quello di fare in modo che le diverse tribù abbiano un approccio comune". E lui: "Allora è proprio come il mio lavoro!" (Sequi ci ha detto che tra l'altro Karzai è un amante dell'espresso, e che afferma di conoscere bene Roma, ndr). Credo che una política comune in Afghanistan sia un vantaggio per tutti, anche per gli Stati Uniti».

E lei riesce in questo lavoro?
«Ë un proceso complesso, ma qualche passo è stato fatto».

Ed è ottimista per il futuro?
«Né l'uno né l'altro, sono piuttosto realista. Vedo sia luci che ombre. Le ombre sono sottosviluppo, corruzione, insicurezza, una condizione femminile arretrata, la droga, le luci le vedo nell'aumento del numero dei ministri all'interno del governo e anche nella componente giovane del paese. Oggi il 60% della popolazione afghana ha meno di 30 anni, e fra 10 anni il 75% ne avrà meno di venti. Saranno loro i beneficiari e i garanti del nuovo Afghanistan che stiamo faticosamente costruendo. Se si molla adesso, tradiamo un'intera generazione».

 Cosa pensa il governo afghano dell'Italia?
«L'Italia ha un vantaggio rispetto alle altre nazioni, ha offerto ospitalitá a due re in esilio, Amanullah Khan e Zaher Shah, il primo per pochissimo tempo, il secondo per 30 anni. Per gli afghani questa è una cosa fondamentale. Per loro siamo il paese che accoglie nel momento del bisogno».