IL FUORIUSCITO/Il tempo dei farabutti

di Franco Pantarelli

E' tempo di farabutti: quelli che lo sono e quelli che dicono agli altri di esserlo. Anzi spesso accade che il manifestarsi di un farabutto avviene proprio attraverso l'atto di dare del farabutto a qualcun altro. La parola ha un'origine che lascia pochi dubbi sulla carineria di chi si guadagna il titolo. L'origine il tedesco "freibeuter" che a sua volta è una deformazione di "vrijbuiter", un termine marinaro olandese che mette insieme vrij, libero, e buiter, che vuol dire bottino o più esattamente fare bottino. Dunque è colui che arraffa il maltolto liberamente, alla luce del sole, senza necessità di nascondersi, come per esempio il corsaro dopo che ha domato - presumibilmente buttandolo a mare senza starsi a porre troppi scrupoli - l'equipaggio della nave caduta nelle sue mani. Non a caso gli studiosi fanno risalire la nascita della parola attorno al 1600, cioè il secolo d'oro della pirateria.

E tuttavia anche i corsari avevano una loro etica e quando potevano usavano punire a modo loro, cioè gettandoli a mare, gli emissari delle quattro potenze marine dell'epoca (Spagna, Inghilterra, Francia e Olanda) che di tanto in tanto li assoldavano perché combattessero i loro nemici e poi, quando il lavoro sporco era compiuto, facevano finta di non conoscerli perché non era bene confondersi con gente del genere. A quel punto le parti si rovesciavano e i farabutti erano loro, gli emissari dei governi, e se qualcuno dovesse trovare qualche analogia con certi recenti killeraggi giornalistici italiani di questi giorni in cui il direttore del giornale spara ad alzo zero contro chi osa parlare meno che entusiasticamente del suo editore, il quale però - dopo che il bersaglio è stato debitamente abbattuto secondo i suoi desideri - assume l'aria dell'innocentino e si "dissocia".

Il termine di farabutto che Silvio Berlusconi ha attribuito a chiunque mostri di non apprezzare la sua opera di governo o pretenda di fargli addirittura delle domande, non è nuovo nella politica italiana. Nella preistoria del 1998 i duellanti si chiamavano già Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi. Il primo presiedeva la Commissione Bicamerale destinata a trovare un accordo per creare un governo di coalizione, il secondo si era detto pronto al confronto ma quando le trattative stavano arrivando alla conclusione si era rimangiato tutto ciò su cui fino a quel momento si era impegnato e aveva reso del tutto inutile un lavoro di mesi. Le parole con cui D'Alema annunciò il fallimento furono un esempio di sobrietà: "Non si tratta con questi farabutti. Io dico: Berlusconi è un farabutto".

Dunque quando quella parola fece il suo debutto nel lessico politico italiano era rivolta proprio a Berlusconi. Ma tenendo della descrizione di lui che dette una volta Indro Montanelli - "Berlusconi a pranzo ha completamente dimenticato ciò che su una data persona o situazione ha detto a colazione, e a cena non ricorda più di averne parlato" - non pare proprio che se la sia tenuta in serbo aspettando il momento di "restituirla". Essendo la sua memoria tanto corta quanto lui vuole che sia quella degli italiani, la cosa più logica è immaginare che lo sfogo di D'Alema sia finito nel dimenticatoio sia dell'autore sia del destinatario e che la storia sia chiusa.

E invece no, perché Berlusconi e D'Alema hanno finito per ritrovarsi sulla stessa lunghezza d'onda in uno sviluppo che - nel mio piccolo - riguarda anche me, visto che ho aderito alla tribù degli italiani fuorusciti per ragioni di stomaco. L'altro giorno Berlusconi, forse pensando al Re Sole (e chi altri?), se ne esce con il suo bravo "L'Etat c'est moi", dicendo che chi non la pensa come lui "non è italiano". Il giorno dopo D'Alema afferma (quasi) la stessa cosa, intravedendo l'esistenza di "un anti-berlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano". Impossibile non pensare al vecchio Samuel Johnson e al suo immortale "Il patriottismo è l'ultimo rifugio di un farabutto". Naturalmente questo non rende Berlusconi e D'Alema uguali, ci mancherebbe. Però, in quanto peccatori potranno finire nello stesso girone.