LIBRI/La grandezza del piccolo

di Franco Borrelli

Canto delle cose minime e quasi insignificanti del quotidiano queste poesie di Barbara Carle (nella foto). «Toccare quello che resta» (è il titolo della silloge bilingue uscita per i tipi della Ghenomena di Formia [www.ghenomena.it], in inglese "Tangible Remains") diventa così non solo e non tanto il dettato e il risultato di una vita, ma lo scopo della stessa, e quindi la giustificazione piena di un poetare dalle venature malinconiche sì ma non tristi. Passano le cose, passano gli avvenimenti, ma alla fine la compagnia che resta è quella di una foto in bianco e nera (sbiadita forse sulla carta, ma non nella memoria), di un libro cui ci sentiamo più legati, di una scatola ove abbiamo riposto oggetti minimi, di una candela, di un paio d'occhiali, di una pianta d'ulivo o d'eucalipto, di una sciarpa cui eravamo affezionati, di una finestra alla quale ci piaceva affacciarci, o di una fonte (come, qui, quella toscana di Valchiusa) o di un quadro dinanzi al quale ci siamo più volte fermati a meditare pensando magari a niente.

Pervasa d'una sua tuttavia spiccata mediterraneità, questa canzone a più parti della Carle non cela una sua certa epicità e non nasconde quel multiculturalismo che connota l’esistenza dell'autrice. Una laurea alla Columbia University la sua, un'attività costante di traduttrice dall'italiano, critica attenta e puntigliosa delle cose di casa nostra, un'anima italica - ha scritto molti articoli sulla nostra poesia - che qui esplode particolarmente, senza negarsi tuttavia il sole e le spiagge dela California, un peregrinare idealmente iniziato ai tempi d'Omero e concretizzantesi nell'immagine di un certo eroe Achille, che l'ha portata dal Nord Africa all'Asia, dal Sud America all'Europa, alla ricerca di una ragione dell'essere che par aver trovato un po’ di requie adesso a Sacramento, dove la Carle insegna presso la locale University.

Domenico Adriano, in una breve nota al volume, parla di "feroce eleganza", di "durezza e dolcezza", e non si (ci) nasconde che questo canto "sconcerti e disseti": "E non fa differenza che questo sia un canto d'amore soprattutto per le cose. Fosse un ago o una sedia, un pettine o una palla, una scatola o una scopa, ogni "reliquia"... è vista come per la prima volta (vien da pensare a scoperte dell'uomo come la spiga e la ruota)".
Che sia un cantare delicato, schivo eppur deciso, risulta anche dall'assenza dei titoli. Ogni poesia, col suo bravo testo a fronte, è infatti "orfana" di una parola che guidi il lettore. Non c'è indicazione di che cosa si stia cantando; ognuno può liberamente perciò - proprio perché la poesia è e deve essere soprattutto libertà - farsi la sua idea, senza condizionamenti, e riservarsi di confrontarla poi con quella dell'autrice che solo alla fine del volume, quasi di nascosto, elenca i titoli delle sue liriche. Quasi una sfida, quindi, lanciata all'immaginazione: vediamo un po’ se riesco a darti visione di quel che penso e poi mettiamoci a confronto.
"Il lettore ha trovato - confessa alla fine l'autrice - cinquanta poesie numerate, tutte ispirate da diversi oggetti. I titoli si trovano nell'indice. Sono stati omessi apposta per evitare di ridurre la poesia al suo titolo, per non condizionare il lettore. Ogni poesia è ispirata da un oggetto, eppure non pretende di descriverlo realisticamente né desidera rimanere circoscritta dentro la premessa originaria della propria espressione... Quasi tutte queste reliquie - conclude la Carle - esistono da centinaia o migliaia di anni e sono sopravvissute ai vari crolli delle civiltà".

Ma una sfida non a chi sia più forte, bensì tesa a cercare un accordo che salvi, del nostro giorno, davvero tutte le cose, comprese anche quelle minime assai spesso ignorate e non degnate (ma solo apparentemente) di uno sguardo.

La meraviglia di questo far versi si traduce e traluce così in un discorso poetico e musicale che si slarga a cerchi concentrici come acque di lago colpite da un sasso lanciato quasi per gioco. E il cantare si fa pertanto musica, armonia di suoni e di parole (anche quelle non dette) che ti riportano al cuore note coinvolgenti come quelle del "Valzer triste" di Sibelius, o, meglio, d’un adagio-largo come quello dell'«Inverno» vivaldiano, della memoria della "Mia patria" di Smetana, o anche, con più aderenza alla solitudine dell'anima e al desiderio di compagnie ed affetti, come quelle del "Kinderzehen" di Schumann.
Un'ultima annotazione, infine, per la traduzione a fronte - sempre utile se non indispensabile a confronti e verifiche immediate -: non è detto chi l'abbia realizzata, ne quale, l'inglese o l'italiana, sia venuta prima; non importa: la nostra intuizione è che vi abbia provveduto la stessa autrice, non nuova affatto ad operazioni del genere, capace com'è di leggere nel profondo dell'anima (e delle parole) di culture solo in superficie lontane tempi e geografie.