SPETTACOLO/Il manager delle star

di Lorenza Cerbini

Si è occupato di lui anche il quotidiano economico “Sole 24Ore”, definendolo il “manager delle star”. In Italia, Oscar Generale è associato a “divi” come Julia Roberts, Demi Moore, Sharon Stone, Dustin Hoffman, George Clooney. Attori diventati testimonial del “Made in Italy” nel mondo, volti di aziende come Rosato (gioielli), Ferrè (moda), Vergnano (caffè), Dierre (porte).

Tuttavia, Oscar Generale è più di un manager. E’ un sociologo di costume, un innovativo, un uomo che senza possedere un costossimo e prestigiosissimo master in qualche università famosissima ha fondato la sua compagnia (Oscar Generale Productions Inc.) e si è imposto nell’intrigante business del “product placement”.

Oscar è un “manager zip”. Un uomo cerniera, che fa da contatto tra le aziende italiane e le star di Hollywood. Riassume: «Propongo prodotti. Le star li indossano, oppure li usano. Essendo delle icone, automaticamente danno valore aggiunto agli oggetti di cui si circondano. Creano tendenze. Il messaggio è diretto e fortissimo». Giusto.

 
Non solo pubblicità in formati classici, ma Oscar si occupa anche di produzioni televisive e cinematografiche. Elenca tra i suoi ultimi impegni: «Sto lavorando per “Sex and The City”. Ho collaborato con la produzione di “Fame”».
A New York, questo manager trentacinquenne originario di Torino è però un novizio. Solo quattro mesi fa ha aperto il suo showroom (76 Green Street). La ragione? «Fornire alle star uno spazio dove sentirsi a casa, dove poter scegliere con tranquillità i migliori prodotti sul mercato». Un esempio? Spiega: «Sto lavorando con Gianmarco Lorenzi, un calzaturificio marchigiano che produce scarpe da donna di grande qualità e grande design. Beyonce ne ha comprate sei paia e adesso le vuole anche Jennifer Lopez».

Come entri in contatto con le star di Hollywood?
«Rapporti personali creati nel tempo, soprattutto quando lavoravo nel settore pubblicitario. Poi, ho un ottimo rapporto con manager e agenti».

Il progetto che ti ha emotivamente coinvolto di più?
«Quando ho convinto Julia Roberts a fare pubblicità per Gianfranco Ferrè».

Il progetto naufragato che ti ha emotivamente coinvolto di più?
«Una campagna per gli orologi Breil. Eravamo ad un passo dalla firma di Angelina Jolie… Sarebbe stata la testimonial perfetta. Immaginate Angelina dire: “Don’t touch my Breil”. Perfetta, perfetta».

La differenza tra le star italiane e quelle americane?  
«In Italia molto è improvvisato. Le star si creano e spesso non sanno né recitare, né ballare. Troppo spesso, i personaggi diventano popolari non per le loro qualità.  Ed è difficile pure lavorarci. Promuovere Dustin Hoffman crea meno problemi che lavorare con una velina».

Come vi siete conosciuti con Hoffman?
«Per la promozione del caffè Vergnano. Poi siamo diventati molto amici, tanto che è finito in una puntata di “Scherzi a parte!”».

E lo hai portato anche al Festival di Sanremo...
«Sì, nell’edizione del 2004 condotta da Simona Ventura. E’ stato in quella occasione che Dustin mi ha detto che con la mia testa sarei dovuto venire a lavorare qui negli States… A Sanremo ho portato pure Hugh Grant e John Travolta».

Quale la chiave per convincere una star americana ad accettare una campagna pubblicitaria per un marchio italiano?
«Con le star americane pagare non basta. Hanno talmente tante offerte che possono permettersi il lusso di scegliere. E quindi i prodotti vanno presentati bene. Un esempio. Ho convinto Sharon Stone a fare pubblicità alle porte Dierre. Le ho fatto capire che quelle porte sono state costruite con un altissimo livello di creatività e tecnologia. Lei ne ha capito le qualità e le potenzialità e ha accettato. Il testimoniale attuale è Andy Garcia».

Costa più una star americana o una star italiana?
«Una star italiana costa di più. E’ una questione di territorio. In termine di esposizione dell’immagine, il territorio italiano è piccolo confrontato con gli Usa, quindi le star americane costano di meno».

Ad un’azienda italiana conviene  di più un testimonial locale o estero?
«Se l’azienda prevede di espandersi all’estero, meglio puntare sui divi di Hollywood che sono conosciuti in tutto il mondo. Un esempio. Dalla campagna pubblicitaria Roberts-Ferrè erano esclusi gli Usa e il Canada. Ma la risonanza è stata tale che sono usciti moltissimi editoriali pure qui in Nord America. Tutti sapevano che Julia era la testimonial di Ferrè».

Adesso con quali star stai lavorando?
«Con Lindsay Lohan per “Fornarina”, Ashley Tisdale per “Puerco Espin”, e ho terminato uno shooting con Mischa Barton».

Se tu sei la mente della tua azienda, chi è il braccio?
«Per i contatti italiani mi aiuta la mia partner, Simona Politi. Le produzioni vanno curate direttamente, per questo sono spessissimo mente e braccio. A volte lavoro anche 18 ore al giorno. Ad esempio, nel nuovo showroom a Soho mi vengono a trovare le star, ma anche le stylist delle star, le stylist che curano gli editoriali e le custom-designer delle produzioni cinematografiche. Poi ho persone che mi autano a selezionare progetti e sceneggiature, ne ricevo oltre cento al mese».


Il tuo futuro?

«Il cinema. Ho già prodotto quattro lungometraggi».

Hai lavorato anche con Dario Argento, vero?
«Sì, sono stato co-produttore per “Giallo”. Il film è stato girato tra Usa e Italia. Secondo Dario è una delle sue opere migliori. E’ terminato, ma stiamo cercando un distributore che dia al film la giusta visibilità».

Nuovi progetti all’orizzonte?
«Ho acquistato i diritti del romanzo “La Valle delle farfalle” di Nicola Longo. Federico Fellini voleva farne un film, ma quell’opera non l’ha mai realizzata. Sto lavorando sulla sceneggiatura e vorrei un regista americano… diciamo Coppola, Scorsese, De Palma».

Conoscendo bene le star di Hollywood e quelle italiane… lo scapolo d’oro George Clooney porterà all’altare Elisabetta Canalis?
«Conoscendo George… beh, non so quanto dura».