TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Sogni da minatori

di Mario Fratti

Arrivano sèmpre amici dall’Italia. La loro prima domanda è sempre: “Qual è lo spettacolo migliore?” Dico timidamente: “Billy Elliot”, ma i biglietti costano molto. Famiglia ricca che non paga le tasse. Comprano biglietti per tutti. Vedo questo magnifico musical per la terza volta. Mi piace sempre di più.

“Billy Elliot, The Musical” al teatro imperial (249 West 45th Street). Basato sul noto film. Quasi tre ore di piacere ininterrotto. Il protagonista non è sempre lo stesso. E’ esausto, alla fine. Ne usano tre che si alternano. I tredicenni David Alvarez, Trent Nowalik e Kiril Kulish. In ottobre avranno un nuovo danzatore: Alex Ko. Siamo fra i lavoratori che son costretti allo sciopero dalla feroce conservatrice Margaret Thatcher. Un mondo di umili minatori che hanno orgoglio e si battono da leoni.

Fra di loro, una famiglia con sogni e problemi. Padre disoccupato (Gregory Jbara), una simpatica nonna (Carole Shelley), il giovane Billy che sogna di diventare ballerino e suo fratello (Santino Fontana) che non vede di buon occhio un fratellino che volteggia fra decine di ragazzine in tutù. C’è per fortuna una brava insegnante (Haydn Gwynne che ebbe il ruolo anche in Inghilterra) che vede talento in Billy e lo incoraggia. Fra scontri con la polizia che ostacola gli scioperanti, ben diretti da Stephen Daldry, scene in cui prevalgono ballerine di diverse forme che fan corona all’abile Billy. L’insegnante riesce a convincere il riluttante padre a portarlo a Londra, per un’audizione. Scena ben calibrata, divertente. Si ride molto anche alla scena col suo amichetto Michael (Frank Dolce) che si veste da ballerina. Gran senso dell’umorismo.

Il sogno sta per essere realizzato mentre i minatori perdono terreno contro una ricca, potente Thatcher. Qualche tradimento, qualche cedimento ma fanno lo stesso la colletta. Commovente. Balletti con coreografia adatta e convincente (Peter Darling). Canzoni che chiariscono e si fanno applaudire. Specialmente “Solidarity”, “Dear Billy” (la lettera della madre), “Angry Dance”, “Merry Christmas, Maggie” (l’intera compagnia che prende in giro la Thatcher) ed “Electricity” (il brillante Billy). Applausi a non finire. Libretto e liriche di Lee Hall; musica di Elton John. Spero vediate cento spettacoli all’anno, ma se ne vedete solo uno, scegliete “Billy”.

Gli irlandesi sono attivissimi nel mondo dello spettacolo. Al teatro 59E59, un festival di monologhi. “The Lemon Tree” di Rosemary Jenkinson. L’appassionato attore Jerzy Gwlazdowski descrive il mondo delle sofferenze in Palestina. Simile soggetto in “Luther” di Lucy Caldwell. Il bravo palestinese Ethan Hova è specialista nel riparare violini. Intorno a lui, bombe e distruzione. E’ paziente e rassegnato nella sua prigione, una casa che sta per essere demolita. “Miracle Conway” di Geraldine Aron, recitato da Rosemary Fine. Ama improvvisare liriche. Anche quelle degli altri. “Gin in a Teacup” di Rosalind Haslett. Aysan Celik parla di moda, la sua ossessione. Ultimo è “Fugue” di Belinda McKeon. Mark Byrne ci descrive come lascia l’Irlanda per evitare il conflitto religioso fra cattolici e protestanti. Viene a New York. Anche qui armi, morte, edifici bruciati, botte se sei nella strada sbagliata. Cinque brevi atti unici, ispirati da fatti veri. Cinque brave scrittrici irlandesi. Sanno scrivere. L’accento è un po’ difficile ma gli attori si muovono con abilità e stile. Il festival di questi nuovi autori è in molti teatri.

Il 59E59 è vicino a casa mia. Vi ho anche visto ed ammirato “The Pride of Parnell Street” di Sebastian Barry. Ottimismo ed amore di una coppia, nonostante i tanti guai e le sofferenze. Gli irlandesi sono forti e sanno sopravvivere. Lei è Mary Murray. Ci racconta la sua vita mentre il marito (Aidan Kelly) è a letto, pallido e sofferente. Entrambi sulla stessa scena. Si guarderanno con amore solo alla fine. Lei racconta un episodio importante. Quando la nazionale di calcio irlandese fu sconfitta nel 1990, gli uomini persero la testa e, purtroppo, ubriachi, cominciarono a picchiare e distruggere. Ma lei lo ama ancora e le due mani s’incontrano alla fine. Due attori magnifici. Storia d’amore commovente.

La prima commedia musicale Off è nel teatrino Clurman (410 West 42nd Street). “Dial ‘N’ for Negress”. Scritta. Da un’idea originale di Kevin Smith Kirkwood e Travis Kramer. Libretto e liriche sono di Kramer, la musica di Tom Oster e Kirkwood. Kirkwood ammette nella sua biografia di essere gay e diventa il protagonista. Negress (Kirkwood) esce dalla prigione, minacciato dal poliziotto Dick (Eric Roediger). Il predicatore James Solomon Benn tuona il suo messaggio ed il protagonista decide di diventar buono e salvare le prostitute dalle grinfie degli sfruttatori. Le quattro attrici cantano e danzano con piacere perché hanno finalmente un amico (Katie Boren, Tamala Baldwin, Pilin Anice ed Emily McNamara). Arrivano anche tre loschi personaggi con nomi italiani: Antonio, Mario e Finnocchio (è ora il predicatore con accento italiano). Il poliziotto è feroce ed uccide Negress. Lo vediamo fra gli angeli ma poi torna per il trionfo finale.

Altre notizie italiane. La pittrice mantovana Antonella Sissa mostra i suoi originali dipinti alla galleria Jadite (413 West 50th Street, tel. 212/315-2740). Il noto cantante Dino Rosi invita di nuovo tutti alla Broadway Public Library (tel. 718/721-2462), il 3 ottobre alle 3:00 p.m.: canzoni napoletane ed arie da note opere.