A modo mio

Sudan islamico. Lubna che vuole i pantaloni

di Luigi Troiani

Vent’anni fa Mondadori pubblicava un libro che fece scalpore, perché l’autrice, Lara Cardella, allora sconosciuta diciannovenne di Licata, raccontava vita e tormenti di una ragazza nella Sicilia del tempo. Il libro squarcib ai lettori, con l’angoscia giovanile davanti al muro della tradizione, il velo del maschilismo isolano e mediterraneo. Se ne ebbero copie in molte lingue, inclusa l’inglese Good Girls don’t Wear Trousers. Il titolo originale era “Volevo i pantaloni”.

   Curiosa avversione, quella dei maschi estremi, verso un indumento pratico e peraltro castigato, salvo le versioni fascianti ad evidenziatutto, d’altronde impensabili in societB sessualmente represse. Un’avversione che trova origine nell’assimilazione simbolica con il maschio che la storia del costume affida  ai due tubolari in stoffa, ricomposti ad unitB dal gioco del cavallo che sale al punto vita. Ai suoi giorni, Giovanna d’Arco fu perseguitata dai suoi aguzzini anche perché indossava i pantaloni (e come avrebbe potuto cavalcare e far la guerra, la povera pulzella?). Espressioni come “ci pensa pantalone”, “paga pantalone”, “P lui che porta i pantaloni” appartengono a un’inveterata mentalitB di potere maschile. Cosa c’entri il pudore, Dio solo lo sa.

   Nelle societB pij tradizionali, il bitubolare indossato dal corpo femminile continua a destare rancorose obiezioni. Che arrivano a generare articoli di legge e persecuzioni di genere, tanto pij odiose quanto pij motivate da menti sadiche con richiami religiosi esplicitamente sessuofobici. Eloquente il caso recentemente salito alla ribalta della cronaca, grazie al coraggio di una collega sudanese quarantenne, Lubna Ahmed al-Hussein, arrestata il 3 luglio in un ristorante di Khartoum perché in pantaloni (per niente attillati, anzi ineleganti e ampi, posti sotto una sorta di casacca). Dodici tra donne e ragazze (una sedicenne, due diciassettenni) che erano con lei, in pantaloni,  hanno conciliato su dieci frustate (invece delle quaranta di legge) e circa 100 dollari di multa, finendo nell’elenco delle ventimila donne che, nell’ultimo ventennio, sono state punite in Sudan, in base all’articolo 152 del codice penale del 1991 di ispirazione coranica, per avere indosso “abiti immorali o indecenti… (che) portano l’opinione pubblica all’indignazione”.

   Lubna, che si P esposta ad una forte e rischiosa battaglia civile, ha rigettato l’offerta di “perdono” presidenziale e si P dimessa dall’ufficio Onu in Sudan rinunciando alle immunitB derivanti dall’incarico di addetto stampa. La scorsa settimana, multata di 200 dollari, ne ha rifiutato il pagamento, preferendo l’alternativa dell’incarcerazione. Il sindacato dei giornalisti, filogovernativo, ha pagato per lei, che si P ritrovata, dopo un giorno di galera, beffata benché libera e in pantaloni. Aveva portato il caso all’attenzione della corte costituzionale sudanese e dell’opinione pubblica mondiale, con il supporto di Amnesty International. ContinuerB la battaglia, anche perché, come ha dichiarato a un giornale italiano, vuole che le figlie (la giornalista P vedova e non pub contare sull’appoggio di un uomo) “non vivano mai nel terrore di queste polizie”.

   La conferenza internazionale sulla violenza contro le donne, che Roma ha ospitato proprio nei giorni risolutivi della vicenda giudiziaria sudanese, ha raccontato cifre spaventose di violenze contro corpi e menti femminili. GioverB ricordare che non P un argine a certi comportamenti la reiterazione compulsiva, dalla cattedra televisiva, del modello consumistico di ragazze e donnine usa e getta. In questo, il sire di Mediaset ha responsabilitB imperdonabili