PUNTO DI VISTA/“Sitting ducks” da sacrificare

di Toni De Santoli

Una volta si andava in guerra e si sapeva perché ci si andava. Ora non più. Ora si va in guerra senza nemmeno sapere perché. E’ guerra in Afghanistan, dove giovedì scorso altri sei soldati italiani (paracadutisti della “Folgore”) sono stati uccisi dai talebani. E’ guerra in Irak, guerra in Palestina, non ci sono mezzi termini. Ma loro, i tromboni della nostra classe politica, i tromboni della destra e della sinistra - ma anche tanti uomini politici di altri Paesi - non la chiamano “guerra”. Le missioni affidate ai nostri soldati (e agli altri militari) vengono presentate come “missioni di pace”. Ma la “missione di pace” ha un solo risultato: prendere sberle una dopo l’altra da un nemico il quale sa di non rischiare poi molto, piangere quindi soldati caduti per una causa che causa nemmeno è. E’ un qualcosa di fasullo, di aereo, di accademico. Ben più micidiale (almeno secondo noi) dell’azione stessa di un governo di guerrafondai. Ma si dice, appunto, “missione di pace”. La chiamano così anche gli americani, che di tanto in tanto in Afghanistan sferrano però offensive aeree che mietono vittime soprattutto fra i civili. Martellate che ti gelano il sangue nelle vene.

Missione di pace - si ripete per l’ennesima volta - missione in difesa della democrazia, missione per l’affermazione della democrazia. Parole vuote. Concetti altrettanto vacui. Dimostrazione di una “forma mentis” che non tiene conto della realtà, dei dati di fatto, delle particolarità di popoli e Paesi che una volta (ai tempi di Malraux, di Orson Welles, di Edda Ciano) definivamo “esotici”, e che, invece, “esotici” più non sono. Due gli elementi che li hanno intossicati dal dopoguerra a oggi: il comunismo in salsa orientale e l’avvento dell’integralismo islamico. Del comunismo in salsa orientale rimane “soltanto” la ferocia cinese contro i tibetani e altre etnie che rivendicano la giusta indipendenza. Ma l’integralismo islamico è un fenomeno ancor più inquietante, subdolo e diretto al tempo stesso, cruento per sua stessa natura. In Afghanistan questo fenomeno si sposa al fiero senso di indipendenza del popolo. Se le guerre afghane non riuscirono a vincerle neanche gli inglesi e i sovietici, figuriamoci se in Afghanistan la pacificazione può essere stabilita attraverso “missioni di pace”, con gli americani che a regolari scadenze polverizzano paesi e villaggi, con gli italiani, gli inglesi, i tedeschi nel ruolo delle “sitting ducks”. E sei “sitting ducks” italiane sono state, sì, massacrate giovedì mattina a Kabul e questo mentre sulle elezioni (…) appena svoltesi in Afghanistan gravano fondati sospetti di irregolarità. Ma ci si diverte all’Onu e in varie cancellerie (compresa quella italiana di militaristi che riscuotono tutta la nostra sfiducia), fra un Martini e l’altro, fra una tartina e l’altra, a varare - come se esse fossero campionati di calcio o tornei di tennis – “missioni di pace” che molta stampa accetta e avalla senza il senso critico che deve invece ispirare ogni direttore, ogni inviato speciale, ogni cronista.

La guerra in Afghanistan potrebbe essere vinta e la pace stabilita solo a patto di un bagno di sangue nel quale annegasse la metà (e magari anche qualcosa di più della metà) del popolo afghano. Il conflitto afghano si risolverebbe cancellando città e paesi, in “stile” apocalittico. Ma siamo disposti a commettere una tale carneficina, a provocare tali e tante devastazioni? Certo che no. Certo che non lo siamo. Nel ’68, dal Vietnam, Walter Cronkite disse agli americani e al resto del mondo: “This war cannot be won” (non era del tutto vero, ma questo è un altro paio di maniche…). Ebbene, nemmeno la guerra afghana può essere vinta. In Afghanistan soldati italiani, inglesi, americani muoiono invano. Vengono quindi uccisi due volte… Uccisi fra i Martini e le tartine consumate nello splendore di New York, Roma, Londra…