GLOBO ITALICO/Familismo e pluriappartenenza

di Piero Bassetti e Niccolò d’Aquino

In alcune delle nostre conversazioni hai accennato al fatto che l’italicità è fatta sia di valori sia di disvalori. Come per qualsiasi altra aggregazione e comunità transnazionale - anglosassone, ispanica, ebraica, cinese e via dicendo - valori e disvalori sono interconnessi e inscindibili fra loro. Finiranno quindi con l’entrare insieme gli uni e gli altri nella globalizzazione?
«Sì. Perché l’italicità è tenuta insieme da un set di valori, di tradizioni, di "modi" di essere, di guardare al mondo e di affrontarlo. E tra questi è indubbio che ci siano anche dei disvalori. Il principale dei quali è il cosiddetto "familismo amorale", che proprio esaminando il caso Italia il ricercatore di Harvard Robert Putnam individuò già nel 1993 nel suo Making Democracy Work, sulla base di una intuizione di 35 anni prima del sociologo Edward Banfield. Familismo amorale significa, in parole semplici, che invece di una corretta partecipazione al processo democratico che favorirebbe l’intera collettività, si privilegia il favore ai propri familiari. E per farlo si finisce con il ricorrere spesso a corruzione, clientelismo e altri comportamenti contrari alla legge. Due sono le conseguenze più importanti che derivano dal familismo amorale. Primo: la priorità data al privato sul pubblico, quello che è stato definito un "limitato senso civico" tipico di un certo modo di sentire italiano. Secondo e, forse, più grave ancora: la propensione a stabilire rapporti sulla base di solidarietà di tipo familistico. Il tutto ha origini e spiegazioni lontane. Il privilegiare la loyalty inter-amicale o familiale rispetto a quella verso le istituzioni è insito nella cultura italiana. Se tuo fratello commette un reato, nel modo di pensare italiano il desiderio di proteggerlo piuttosto che il dovere di denunciarlo è più istintivo che in altre culture. E’ questo che ha prodotto il problema della "mafiosità". La matrice di fondo della mafia è proprio qui: nel poter contare su questa loyalty familistica assoluta che non è sottoposta alla legge degli altri ma a regole che contrastano con i criteri fondamentali della democrazia e dello Stato di diritto».

Al di là degli ovvi giudizi negativi sul fenomeno, questo "modo di essere" non può non avere delle ragioni e delle origini storiche. Si è sempre detto che nasce dalla sfiducia nei confronti di uno Stato, quello risorgimentale, imposto con la forza.
«Sì. Ma una teoria che mi convince di più è quella antropologica. Parte da più lontano e ha a che vedere con la cultura mediterranea in generale, non solo quella italiana. Perché la mafiosità, intesa come difesa verso l’esterno usando come strumenti la familialità e l’amicalità, non è certo solo italiana. Pensa, per fare un solo esempio, a quella ebraica. Il fenomeno, in realtà, risale molto indietro nei secoli: qualcuno ha detto che risale addirittura ai fenici che, per i loro viaggi e per diffondere la propria cultura avevano bisogno di "andare insieme" nei nuovi territori, cioè con la complicità e la solidarietà dei gruppi più ristretti, cioè quello familiale e amicale. La cultura mediterranea sarebbe quindi molto particolare. Perché parte da un dono di natura: il clima. A differenza di quanto avviene nel Nord, la natura nel Mediterraneo è sempre stata sostanzialmente non ostile. Il che ha portato a sentire meno l’esigenza di aggregarsi nelle istituzioni più ampie e in grado di offrire una maggiore protezione collettiva, quali quelle dello Stato. La priorità aggregante nel Mediterraneo è stata di dimensioni geografiche più limitate, praticamente territoriale. Sostanzialmente il punto principale era di andare d’accordo con il vicino.  L’istituzione è stata sempre vista come qualcosa "al di sopra", spesso imposta e quindi non immediatamente necessaria».

Putnam, che hai citato prima, parlava di "familismo amorale" riferendosi soprattutto al Mezzogiorno d’Italia. Secondo la sua tesi la democrazia nell’Italia del Sud non può funzionare perché la gente antepone l’interesse familiare a quello della collettività. Mentre al Nord questo legame non esisterebbe o lo sarebbe in misura ridotta.

«Il Nord, non solo quello d’Italia, è da sempre messo a confronto con sfide diverse rispetto al Sud. La prima delle quali è, come dicevo, la natura. I lunghi mesi di freddo, il tipo di campagne spesso più difficili da coltivare, diversi incentivi alla socialità, hanno spinto il Nord a concentrarsi su un diverso tipo di organizzazione sociale, in grado di offrire soluzioni più stabili e di lunga durata alle collettività. Putnam, sviluppando le tesi di Banfield, sottolineava l’indice di civismo raggiunto dalle realtà comunali del Medioevo italiano, ovvero: governi che controllavano realtà territorialmente piccole ma con popolazioni più o meno direttamente coinvolte nei processi decisionali e sostanzialmente rispettose della legge. All’opposto, nel Meridione le leggi erano imposte dall’alto e quindi il centro di potere statale era distante o, comunque, percepito come tale. Ma anche all’estero ci fu questa diversità. Gli inglesi, per esempio, costruirono una flotta potente che divenne una istituzione statuale: perché il mare, soprattutto quel tipo di mare, richiede una notevole solidarietà collettiva, superiore a quella richiesta sulla terra. O si pensi alle lotte epiche degli olandesi per costruire le dighe. Anche in questo caso è stata un’intera collettività che si è mobilizzata. Nel Sud, invece, il tema esistenziale è sempre stato vissuto come la realizzazione di possibilità coltivate nella famiglia. Detto in altre parole: chi ha soprattutto problemi di difesa dall’ambiente esterno ha più necessità delle istituzioni di chi ha un problema di intraprendenza individuale. Quindi, quando è emigrato, l’italiano ha portato con sè questo particolare tipo di approccio sociale. Arrivato in un paese del tutto nuovo e quindi in obiettive condizioni di difesa, l’italiano si è trovato di fronte alla scelta: chiudersi a riccio dentro casa oppure, dovendo per forza relazionarsi con il mondo esterno, farlo secondo le modalità che gli erano ancestralmente più consone, fondate quindi sui sistemi di valori familistici e amicali».

Ovvero, per tornare alla mia prima domanda, l’italico entra nella globalizzazione portandosi - assieme alle cose belle - anche questo ... disvalore?
«Ti rispondo prendendola alla larga. Sono convinto che la convivenza nel mondo moderno tenda a premiare le reti "strette", come sono - al negativo – anche quelle della mafia, piuttosto che premiare quelle a maglie larghe tipiche dello Stato di diritto. Le prime sono libere dai formalismi mentre le seconde sono per loro natura "formalizzate". Vorrei essere capito: non sto certo parlando bene del familismo amorale e, men che meno, della sua derivazione mafiosa. Anzi. Sto solo dicendo che in questa epoca contemporanea la cronaca di tutti i giorni ci sta facendo vedere come, anche in paesi molto grandi e di solidissima democrazia, le reti strette - per esempio quelle dei servizi segreti - stiano sempre più confrontandosi con il sistema istituzionale e puntino a prevalere su di questo. In Italia è in corso da tempo la battaglia tra lo Stato con la sua struttura formale e quella che chiamiamo "mafia" - ma che non ha un confine regionale: pensa a Gomorra, il libro denuncia di Saviano sulla camorra, pensa alla questione della spazzatura a Napoli. Ed è meglio non chiedersi chi stia vincendo. Ma per venire alla tua domanda. La globalizzazione sta ribaltando i vecchi parametri. La "funzione" conta più del territorio, ovvero: le aggregazioni tendono a essere funzionali piuttosto che meramente territoriali. Si pensi alle "comunità di pratica", cioè quelle comunità che si formano intorno a un "fare insieme"».

Ma come si governano queste nuove aggregazioni? Non certo con i vecchi metodi…
«Si governano con le reti. La rete è più efficace della radialità, non si governa più dal centro. Le associazioni - di interessi, di business ma anche di piacere e uso del tempo libero - sono sempre più trasversali e prevalenti. La pluriappartenenza prevale sulla monoappartenenza. Lo Stato, tutti gli Stati, finora sono stati costruiti con il meccanismo escludente: se sei dentro questi confini sei italiano, se sei fuori non sei italiano. Oggi invece stiamo costruendo l’Europa in maniera ben più ampia, sulla pluriappartenenza».

Spiega ancora che significa pluriappartenenza. Ci sono partiti e movimenti politici, non certo solo in Italia, che non ne vogliono sentir parlare.
«La pluriappartenenza è inevitabile. Per dire: uno è lombardo, quindi italiano, quindi europeo. Ormai viviamo in un mondo dove ognuno di noi è portatore di una pluralità di identità, ognuno appartiene a più di una dimensione aggregrante, non solo in termini etnici, di nazionalità o di religione ma anche in termini di gusti, di cultura, di passioni, di interessi. Ebbene quello che dico - e, ripeto, vorrei essere capito - è che nel nuovo sistema mondiale che si sta delineando gli italici potranno essere avvantaggiati. Perché questo nuovo set di appartenenze multiple con il quale tutti dovremo fare i conti si integra e "sta insieme" più facilmente con il nuovo sistema di loyalties spontanee e autogenerantesi piuttosto che con un sistema, come è stato finora, di loyalties costruito o imposto dall’alto. Il mondo globalizzato, anzi quello glocalizzato, sarà un insieme di comunità, che saranno aggregate non più in base al vecchio criterio territoriale dei confini decisi dallo Stato-Nazione ma su connessioni che prescinderanno dai limiti geografici. E in questo, il modo di essere italico è avvantaggiato».