PRIMO PIANO/AFGHANISTAN/Ricordo dei ragazzi della Folgore

di Gina Di Meo

Spesso noi giornalisti siamo bravi a fare gli "spavaldi" e a raccontare con freddezza glaciale di storie che riguardano gli altri, siamo bravi a commentare con il nostro senno di prima o di poi. Ma arriva un momento in cui prima o poi, invece, ti tocca scrivere di situazioni in cui sei tu stesso coinvolto emotivamente. Questa volta è toccato a me e non poteva capitarmi una situazione peggiore. Parlare di sei ragazzi morti in un sol colpo! In altre occasioni, cinicamente avrei detto: Ho fatto Poker... tutti in una volta, solo che quei ragazzi io li avevo conosciuti e come si fa a scrivere in modo distaccato di persone con le quali hai riso, scherzato fino a pochi giorni prima? Mi è arrivata la notizia dell'attentato agli italiani a Kabul mentre mi stavano imbarcando sul volo per New York. Sono stata assalita da sentimenti di nervosismo. Non potevo far niente, ero in volo, non potevo informarmi su chi fossero le vittime. Per tutto il viaggio non ho fatto altro che pensare al momento in cui avrei letto i nomi dei ragazzi morti. E come ogni copione dall'epilogo tragico che si rispetti, in cui dal male si passa solo al peggio, mi sono ritrovata davanti il più macabro degli scenari. Tutti e sei, li avevo conosciuti tutti e sei! Antonio Fortunato, Roberto Valente, Matteo Mureddu, Giandomenico Pistonami, Davide Ricchiuto, Massimiliano Randino.

Ad un tratto sono stata assalita da tanti flashback. Mi sono venute in mente le volte in cui ci siamo parlati, i loro accenti, i loro discorsi. "Ma lei è una giornalista?". Mi hanno chiesto quando ci siamo presentati. E io che sono scoppiata a ridere per il Lei... . "Ragazzi, niente Lei - gli dicevo - non sono un militare di grado superiore. Mi chiamo Gina e basta". E poi mi chiedevano dove lavoravo, com'era vivere a New York, molti di loro sognavano di andarci. E mi sono ricordata anche delle volte che mi hanno fatto la scorta per andare all'aeroporto. Non riuscivo a partire per Bagram, da dove avrei dovuto iniziare l'embed con i soldati americani. Per quattro volte sono rimasta a terra perché il volo veniva continuamente cancellato. E loro pazientemente andavano e tornavano dalla base e ogni volta ridendo mi dicevano: "Che dici parti questa volta?" Oppure: "Si vede che è destino che devi rimanere con noi". E io: "No, purtroppo devo andare".
Mi ricordo anche delle loro conversazioni. Non vedevano l'ora di tornare a casa, mancava poco ormai. Parlavano delle vacanze, delle cose che avrebbero fatto, qualcuno non sapeva se al rientro avrebbe trovato ancora la ragazza ad aspettarlo! Discorsi da ragazzi, che non vedevano l'ora di tornare alla normalità. E io come faccio a dimenticare tutte le volte in cui non sopportavo il modo in cui mi stavano addosso, ma lo facevano solo per proteggermi, e io ora sono qui a raccontare e loro no.

Se in un mese e mezzo passato in Afghanistan non mi è pesato niente in fondo è anche merito loro. Mi hanno fatto sentire "a casa", e ogni possibile tensione o momento di stanchezza scivolava via. Si rideva, si scherzava, c'era la pizza il sabato al Genio, oppure il caffè da Ciano, l'incontro al Tappeto Volante (posti della "movida" a Camp Invicta, base a Kabul del 186mo Reggimento Paracadutisti Folgore di Siena) e tanti altri momenti in cui anche se indossavi la mimentica, pensavi a ritagliarti attimi di vita normale. Durante tutta la mia permanenza in Afghanistan non ho mai avvertito il senso del pericolo, ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché non ho mai avuto paura, anche sotto ripetuti attacchi da parte dei talebani. Comincio a pensarci adesso, quando la tragicità degli eventi ti travolge in modo così diretto rifletti su cose a cui non riuscivi a pensare perché troppo presa dall'entusiasmo della novità.

Tutti lì non facevano che ripetermi quanto fosse pericoloso e io continuavo con il mio stato di "insana incoscienza", anche quando a Farah, Afghanistan sud-occidentale, mi hanno mostrato le foto dell'attentato in cui ha perso la vita lo scorso 14 luglio il Primo Caporal Maggiore Alessandro Di Lisio. Durante una conversazione, un giorno il capitano Aldo Lanteri dell'8° Eeggimento genio paracadutisti di Legnago, mi raccontò che in Afghanistan era cambiata la loro mentalità come militari. «In Libano la nostra missione era di soccorso alla popolazione - diceva - in Iraq c'erano molte più restrizioni, più regole d'ingaggio. Qui siamo impegnati in una guerra. Parecchie nostre capacità come guastatori sono venute fuori qui, anche le tecniche di route clearance le stiamo sperimentando qui, gli insurgents sono molto più evoluti».

Qui siamo nella zona di "residenza" dei cosiddetti talebani "pensanti", quelli di tipo ideologico, gli irriducibili ed è qui che sei mesi fa è arrivato il 187mo Reggimento Paracadutisti Folgore di Livorno. Alessandro era un esperto artificiere e faceva parte di un team specializzato nella bonifica delle strade prima del passaggio di convogli militari e diplomatici. È una ferirta ancora aperta non solo emotivamente parlando e che ha lasciato semiparalizzato un altro dei ragazzi della squadra e gli altri ancora in convalescenza. Per noi ha ricordato quel giorno il capitano Matteo Epifani, del I Reggimento Bersaglieri di Cosenza, che era a poche centinaia di metri di distanza dal blindato saltato in aria. «Erano due mesi - ci dice - che svolgevamo attività con il plotone Genio dei paracadustisti (di cui faceva parte Alessandro, ndr). Facevano operazioni di route clearance, e le Ied (Improvised explosive device) erano state sempre scoperte in anticipo, fino a quel giorno. Qui, purtroppo, quando la fortuna gira male si incorre in questo tipo di eventi. Gli insorti ci osservano, ci studiano e prendono contromisure. Quando c'è stata l'esplosione, io ho dovuto accertare personalmente quello che era successo, nel Lince (Vtlm, il blindato dell'Iveco dell'esercito italiano) con Alessandro c'erano altri tre commilitoni, lui era l'uomo in ralla. I ragazzi del plotone Genio sono rimasti tutti molto provati, fino ad allora avevano sempre riconosciuto gli ordigni, il fatto che proprio loro siano stati colpiti e poi vedere il loro compagno per terra, con cui passano 24 ore al giorno e allo stesso tempo continuare a combattere è stato molto doloroso. Ma nonostante ciò non ci sono state scene di delirio, anche se emotivamente molto provati si deve reagire in quelle situazioni».

Secondo quanto ci è stato raccontato, è probabile che Alessandro abbia visto qualcosa e abbia detto al conducente di fare qualche manovra, in questo modo ha evitato che anche altri mezzi saltassero in aria. Ma dopo la tragedia il dramma non è finito perché i suoi compagni hanno dovuto recuperare i pezzi per le indagini ed il suo corpo è rimasto per terra fino a sera. «Abbiamo prima dovuto portar via i feriti - continua Epifani - e a noi è toccato stare lì a vederlo sotto un telo mimetico, abbiamo dovuto controllare anche eventuali nostre reazioni di vendetta, tanto più che a distanza sembrava ci fosse qualcuno che festeggiava per quanto accaduto». E riguardo alle polemiche scoppiate in Italia dopo l'incidente. «Qui la polemica è l'ultima cosa che ci serve. Siamo qui per accordi internazionali, dibattere sul mantenere o meno le truppe lascia il tempo che trova, meglio pensare al modo in cui uscirne. Anche noi vorremmo stare altrove. La polemica è un atteggiamento molto italiano, non ci aiuta, sarebbe meglio dire: Siamo vicini ai nostri soldati, alle loro famiglie! Le persone comuni non devono fare i militari».

 

Task Force South (l'unità organizzata per assolvere a specifici compiti militari costituita da paracadutisti e bersaglieri, con una componente del genio paracadutisti) controlla un'area di oltre 84mila mq con soli 430 uomini. «Si tratta di una zona ad alto rischio - ci spiega il Tenente Colonnello Rodolfo Sganga, comandante del Battle Group South -. La nostra policy è che ci muoviamo laddove siamo in grado di mantenere gli effetti della nostra operazione, ovvero una presenza costante  nel tempo. Siamo lungo la Ring Road (sorta di raccordo anulare di oltre 2mila km che collega le principali città afghane) e la 517, la strada statale che collega la Ring Road all'abitato di Farah e dove le attività degli insorti sono particolarmente attive. Qui i talebani cercano di protrarre gli attacchi nel tempo in modo da scoraggiarci e mandarci a casa. All'inizio il nemico ci studia e noi siamo quasi liberi di muoverci liberamente. I primi attacchi sono stati diretti ora quasi esclusivamente con Ied. Qui l'avversarsio è in grado di adattarsi velocemente al tipo di militare che si trova davanti e ha bisogno del supporto della popolazione locale anche se semplicemente neutrale, ossia che tiene la bocca chiusa (di tipo passivo, ndr). Noi invece abbiamo bisogno del supporto attivo della popolazione locale, che ci dica: Qui ci sono gli insorti. Gli insorti sono molto preparati nelle pratiche di insurgency vere e proprie, sono un avversario pensante che legge e studia e dipende molto da forze esterne per armi e fondi.

Lavoriamo, inoltre, con Anp e Ana perché vogliamo che la popolazione veda con i proprio occhi che sono gli afghani stessi a fare le operazioni e noi siamo di supporto, potremo andarcene di qui solo quando le forze locali saranno in grado di operare da sole. La stessa cosa vale per le attività Cimic (Civil-military Cooperation), sono gli afghani stessi, con la nostra presenza, a distribuire gli aiuti alla gente. Diciamo che abbiamo invertito strategia Isaf, lasciamo che gli afghani interagiscano tra loro».

Una politica che ha anche sempre valutato di non condurre bombardamenti in massa per non creare danni collaterali alla popolazione e che quindi mira al rispetto dei locali e a non far nascere ulteriori condizioni per gli insorti per reclutare a livello locale. Task Force South ha scelto di non bombardare neanche quando ci sono stati attacchi cruenti, come quello dello scorso 25 luglio. «Siamo stati attaccati con diversi tipi di armi - continua Sganga - e noi abbiamo impiegato circa 20 minuti a capire da dove sparassero. Ci hanno accerchiato e avevamo i mezzi impantanati nel letto del fiume. Abbiamo richiesto anche l'intervento di bombardieri americani ma non gli abbiamo detto di sparare, il tutto è andato avanti per cinque ore».
Eppure, in una zona che apparentemente sembra senza speranza, a fine mese l'Unama, una missione integrata amministrata da Undpko (United Nations peacekeeping) aprirà un proprio ufficio a Farah, ciò vuol dire che ci sono condizioni di sicurezza tali da consentire ad un'organizzazione non governativa di impiantarsi sul territorio.

«È una nostra vittoria dal punto di vista della sicurezza - conclude il tenente colonnello Sganga - è un cambio avvenuto solo negli ultimi mesi e ce lo ha confermato la stessa popolazione. Su Unama noi non abbiamo avuto nessuna influenza, sono stati loro a fare le valutazioni sul livello di sicurezza tramite un loro responsabile».