Visti da New York

Folgore, troppi nemici

di Stefano Vaccara

Folgore! Folgore! Folgore!. Un quarto di secolo fa, studente universitario a Siena, sentivo quell'urlo salire forte, un urlo che sembrava far vibrare le viuzze medioevali della più bella tra le piccole città d'Italia. Tra noi studenti si sorrideva a quel saluto dei parà al tricolore, come dire "che illusi". Non c'erano punti di contatto tra la cultura pacifista universitaria e quei giovani militari che con la testa rasata e il giubotto verde ogni tanto si vedevano girare per la Piazza del Campo.

  A parecchi anni e tante miglia di distanza, ora mi sento così vicino al sacrificio di quei sei giovani uomini del 186esimo della Folgore, i temerari paracadutisti italiani che lo scorso giovedì in Afghanistan sono stati fatti saltare in aria dai talebani .Da giovedì la "missione" della Folgore nella polveriera afghana è diventata ancora più pericolosa, non per l'attacco subito ma per l'immediata  reazione arrivata da Roma.

  Quando il ministro leghista Umberto Bossi a poche ore dalla notizia dell'attentato ha sparato "tutti a casa entro Natale", era come se ai talebani fosse stato consegnato un biglietto di congratulazioni: bravi, obiettivo raggiunto, se assestate un altro colpetto, vedrete che l'Italia fuggirà.

  La risposta del ministro La Russa era stata netta: "Non ci faremo intimidire" e quella di Bossi era una dichiarazione "incomprensibile". Dal Premier Berlusconi, troppo attento a tenere in equilibrio il suo sempre più sdrucciolevole governo, la replica al suo ministro del "tutti a casa" era stata più soft: la "forte riduzione" è già prevista, ma non possiamo andarcene senza aver finito il lavoro, e poi non è una decisione che possiamo "prendere da soli". Come dire, vorremmo pure andarcene, ma non possiamo senza l'assenso degli altri alleati.

  Poveri soldati italiani. Quando un anno fa ad essere colpiti allo stesso modo furono i francesi, il Presidente Sarkozy si precipitò in Afghanistan e fece un discorso chiaro e netto: "Non abbiamo il diritto di perdere, di rinunciare a difendere i nostri valori.... Una sconfitta qui la pagheremmo sul territorio francese". Cioè i vostri commilitoni non sono morti invano, il vostro sacrificio non vi è chiesto solo per compiere una missione voluta dall'Onu per aiutare un paese lontano ad uscire dall'oppressione di fanatici islamisti, ma state rischiando la vita per la patria. State compiendo la vostra missione.

  È questo messaggio che i parà della Folgore avrebbero dovuto subito ricevere, chiaro e forte, dopo l'attentato: grazie soldati italiani che vi sacrificate in Afghanistan, state sì facendo un immenso lavoro nell'aiutare i civili colpiti dalla guerra - come la coraggiosa collega Gina Di Meo ha raccontato in queste settimane su Oggi7 nel suo emozionante reportage dall'Afghanistan - ma state soprattutto proteggendo l'Italia. La missione del 186esimo reggimento. Per questo potete continuare a gridare orgogliosi, come durante i tempi dell'addestramento a Siena, "Folgore! Folgore!".

  Invece il messaggio arrivato da Roma ai nemici è stato: un altro colpo agli italiani e l'Italia suonerà la ritirata. Quasi un incitamento a colpire la parte "molle" della Nato. Bossi ha poi fatto marcia indietro, Berlusconi lo avrà convinto. Ma era ormai troppo tardi.

  Prima di arrivare a New York per l'assemblea generale dell'Onu, il Premier italiano farebbe meglio a far una tappa a Kabul. Quei soldati lo meritano. Altrimenti riportiamoli a casa, tutti e immediatamente. Non meritano di diventare il bersaglio preferito tra gli alleati Nato, per colpa di un governo che ha paura, circondato com'è da troppi nemici soprattutto interni e che ormai pensa solo alla propria sopravvivenza.