LETTERATURA/PERSONAGGI/Un mito chiamato Nanda

di Fabrizio Sebastian Caleffi

Il magic moment della leggendaria Nanda è stato in bianco e nero: il bianco e nero dei grandi film americani, i film di Hollywood nella golden age. La stagione eroica di Fernanda Pivano è stata quella del passaggio dal b/a al colore: dal bianco e nero del petting nei drive in ai colori psichedelici della beat generation e della splendida fioritura del sogno hippy, quando abbiamo avuto la sensazione di abitare un Pianeta Fresco. L'autunno di Nanda è stato un meraviglioso pomeriggio al Central park, con le mille luci di New York tutte accese, è stato un sontuoso tramonto californiano dopo una bella riunione all'ippodromo di Santa Ana. L'inverno del suo scontento coincide con troppe illusioni perdute.
Ma la Nanda è morta d'estate: in piena estate, quando a Milano si muore di caldo. Entrando direttamente nella leggenda, ne ha assunto subito il carattere, riconoscibile nella disinvolta imprecisione dell'aneddotica: il suo quasi coetaneo Lawrence Ferlinghetti, ricordandola da San Francisco, ha citato la tristezza di Fernanda per il decesso del marito Ettorino, che non avrebbe retto alla malattia per curare la quale si trovava con la moglie negli States, alla Stanford University: "purtroppo lui morì poco tempo dopo". Ma Ettore Sottsass jr. è rimasto vigorosamente junior ben oltre la stagione americana, come ben sa chi incontrava lo Sean Connery dei designer in via Pontaccio fino ad epoca recente: nato a Innsbruck nel 1917, è uscito di scena a Milano novant'anni e una Valentina Olivetti dopo.  

Fernanda Pivano ha saputo trovare tutto nei libri: in questo libro, che racconta la sua avventura pubblica e privata, strutturato come la sceneggiatura di un film, troverete tutto su Nostra Signora degli Americani, una protagonista della civiltà delle immagini, un'icona dei migliori anni della nostra vita; il film non sarà un biopic, ma il road movie di un viaggio straordinario, di un Viaggio al Centro delle Cose. Un viaggio senza fine/senza un attimo di respiro.  Bon voyage!

Prima dei Titoli di Testa
"Gli artisti, come gli aviatori, prendono la rincorsa" (Gordon Craig).
Erano altri anni. Erano gli anni in cui la celebrità si misurava a teatro. Quando entravi da Sardi's, a Manhattan, dopo un successo nei teatri di Broadway, i presenti si alzavano per tributarti una standing ovation. Quando si rideva ad una battuta sul tuo nome in scena, a Milano, significava che contavi qualcosa in città, contavi, tanto per fare qualche nome, quanto Strelher, Eco, OdB, Mariolino Corso, Maria Giulia Crespi, padre Turoldo, la Biki, la Cederna, Testori, Mondino, il pittore divino mondano e tutto il gruppo del Giamaica e la Inge .  

Fu in quei tempi che debuttai in palcoscenico. Enfant prodige (e gatè) della drammaturgia, mi trovai a firmare la regia di uno dei più clamorosi successi dell'epoca, "Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi", monologo iperironico di Livia Cerini, scritto da lei stessa e da Umberto Simonetta: ogni sera, quando Paola Sangalli nel teatrino di via Formentini 10 a Brera pronunciava una sorta di filastrocca-mantra che recitava Panza Nanda, Shiva Nanda, Nanda Pivano  scattava puntuale l'applauso.
Era un applauso di riconoscimento e di riconoscenza: riconoscimento di una Figura imprescindibile per la comprensione dello Spirito del Tempo, riconoscenza per la Traduttrice dei linguaggi della Gioventù del Mondo.

In dissolvenza incrociata, altri battimani nei momenti topici di Nanda on the road: Fernanda Pivano, nata a Genova, trasferita a Torino, destinata a visitare il mondo e conoscere le nuove frontiere del sapere e del sentire, ma anche a restare, a somiglianza di certe tenaci e spericolate British Ladies, inglesi dovunque e forever, l'espressione tipica della borghesia ligure-sabauda, liceale al classico D'Azeglio, risponde a tono al suo prof, un certo Cesare Pavese, Fernanda Pivano, americana per vocazione, si laurea arpionando nella sua tesi Moby Dick (e porremo particolare attenzione alle plurivalenze di quel melvilliano e junghiano Dick, diffuso slang che indica il membro maschile, l'uccello, il bigolo, ‘sta minchia), Fernanda Pivano, cacciatrice di eroi, incontra Papa Hemingway a Cortina e viene da lui corteggiata, Fernanda Pivano, americana dell'immaginario, sbarca per la prima volta negli States a quasi quarant'anni d'età, la Nanda, così perbene, però mai perbenista, vola sull'ala creativa del Movimento nella Milano di Capanna e di Re Nudo (e del commissario Calabresi, da lei attaccato su L'Espresso nel 1971), la Nanda e i suoi amori, la Nanda e i suoi dolori, Fernanda Pivano la cui parola-chiave è "ambizioso", la Nanda e il sesso, la Nanda che è un po' come Zelda, una Zelda S©ott Fitz-sass che abbia letto troppo tardi "Paura di Volare", il romanzo epocale dell'amica Erica Jong, sconcia poetessa geniale a cui i maschietti non meno delle femminucce devono la formula magica della "scopata senza cerniera", la Nanda e le sue amiche, tipo Letizia Galli, illustre illustratrice, la Mulas rossa fotografa, Laura F* sceneggiatrice tosta, la Nanda e i suoi tic, la Nanda e le ragazze troppo brave a fare pompini.

Dissolvenza a nero e diamo il via ai Titoli di Testa: il film di Nanda Pivano sta per cominciare.
Una trama appassionante, un'esistenza eccitante. Storie di un mondo passato, finito, dimenticato: se non lo si recupera in fretta, se non parte subito un bel revival, se non si sa gestire l'esperienza della storia contenuta in queste storie, se non si evita l'abituale eclissi che segue le lacrime di coccodrillo dei "coccodrilli" e il sincero complain di compagne e compagni di strada alla cerimonia funebre, il Pianeta Fresco andrà inesorabilmente a male. E 92 anni di vita coraggiosa sembreranno sprecati.

Shooting Fernanda
.Che si può dire di un bambino? O di una bambina, della figlia di un banchiere genovese, di un banchiere genovese della tipologia più elegante, quella a cui appartengono quanti hanno abbastanza stile da perdere denaro, invece di accumularlo? Si può dire che questo bambino...questa bambina, partita da Genova verso la vita, tornerà a Genova dentro ad una cassa da morto, fredda come sono freddi i cadaveri anche in un giorno d'agosto, uno dei giorni più torridi dell'anno?

Che si deve dire dell'ultimo giorno del calendario di Fernanda Pivano, un giorno d'agosto, il diciottesimo dell'anno 2009? Che Nanda ha lasciato la Terra dalla sua stanza alla clinica privata Don Leone Porta di via Boscovich a Milano, dalle parti della Stazione Centrale? Bene: l'abbiamo detto. La bambina Pivano la fotografiamo con la pamela in capo: sapete com'è fatta una pamela, non è vero? La foto della bambina Pivano non l'abbiamo presa in un archivio: l'abbiamo ricavata dall'aspetto da bambina che aveva Fernanda l'ultima volta che l'abbiamo incontrata ed abbracciata.

E' stato a teatro, al Dal Verme, a Milano, alla Milanesiana. Dove, in carrozzina, come una bambina, una bambina saggia e malinconica, saggia, malinconica e dolce, la Nanda consegnava il suo premio, un premio autointitolato, con una cerimonia un po' splatter, alla già citata Erica Jong. Siano dunque le figure kantoriane della Classe Morta ad accompagnare Fernanda Pivano nelle quinte.