CURIOSITÀ/La città del “Diario”

di Paola Milli

Pieve Santo Stefano è un piccolo comune di tremila anime, in provincia di Arezzo, al confine con l'Umbria e la Romagna, le istituzioni locali e non, i media e la cultura "alta" hanno preso ad occuparsene, a livello di informazione e comunicazione, un quarto di secolo fa, quando nel lontano 1984 il giornalista Saverio Tutino, classe 1923, partigiano durante la Resistenza, nel dopoguerra inviato e corrispondente da diversi paesi del mondo, concepì l'idea di una "Banca della Memoria" e volle realizzarla.

Nacque così L'Archivio dei Diari, un luogo tributato alla scrittura che racconta la storia, partendo da esperienze individuali, in modo più autentico e incisivo che non i libri didattici, più spesso introduttivi a narrazioni schematiche e dimostrative. Tutino, durante i suoi viaggi di lavoro, visse l'esperienza dei diari a livello personale, vi ricorse per far entrare la realtà, la memoria dei fatti, nella storia.
Racconta: "Io parlavo di me all'inizio delle pagine di diario, solo per testimoniare che ero fisicamente nel luogo di cui narravo. Poi l'autobiografia si faceva reportage, confondendosi in esso, la soggettiva entrava nella concretezza dei fatti, io ero dentro il fatto come testimone privilegiato, non inventavo nulla, non ricostruivo, registravo gli eventi nel loro accadere. Dunque scrivevo a margine del mio mestiere di giornalista pagine di diario quotidiano, ovunque mi portassi, volevo consegnare alla storia la memoria di quel che si compiva davanti ai miei occhi, tutto quel che accadeva e che quasi mai finiva sui giornali".

Questa eredità da distribuire tra i suoi simili, come un seme gettato sulla terra per produrre frutti, ha significato conteggiare il patrimonio inesauribile dato da scritti autobiografici di gente qualunque, che vive la vita quotidiana dietro la quale c'è la storia dell'Italia laboriosa, ma anche incredula e sognatrice, poco incline ad insorgere. Presso il palazzo comunale, nella sede del Municipio, cominciarono a giungere diari, epistolari, racconti della vita di tutti i giorni, salvati dall'oblio e dalla cancellazione. Il premio è stato solo un mezzo per incentivare gli afflussi poiché è evidente, ricorda Tutino, che il premio per un diario non può premiare l'opera, come se fosse letteraria, deve premiare l'autore: "E' un'iniziativa volta alla ricerca di persone che si rivelino tali dentro il loro diario, non di diari che facciano concorrenza ad opere letterarie".
Vi è una commissione di lettura che si riunisce da ottobre a giugno e decreta gli otto finalisti, più alcune segnalazioni e la lista d'onore che comprende un diarista, scelto da ogni membro della commissione, non compreso tra i finalisti. La giuria nazionale, composta da psicologi, letterati, giornalisti, scrittori, comprende tra i suoi membri Natalia Cangi che è anche presidente della commissione di lettura e come tale portavoce degli orientamenti di questa. Ogni anno i primi cento diari, memorie, epistolari che arrivano entrano di diritto nel concorso per il Premio Pieve, le altre opere pervenute in seguito saranno le prime dell'anno successivo. Quest'anno il termine è fissato al 15 gennaio 2010, c'è un regolamento che in undici articoli contempla le condizioni da osservare: i diari devono essere tutti rigorosamente autobiografici, in lingua italiana o in uno dei suoi tanti dialetti, non devono mai essere stati pubblicati, nemmeno parzialmente su internet.

La qualità letteraria non è assolutamente un criterio di selezione, non dobbiamo, ricorda Mario Aldinucci, presente nel primo comitato organizzatore, credere di scoprire un bestseller, quello che a noi preme è, per citare ancora una volta Saverio Tutino, un "best" della dignità umana, la sua identità. Tutino che, all'unisono ripetono Aldinucci e Antonella Brandizzi, responsabile dell'ufficio stampa dell'archivio, ha reinventato la letteratura autobiografica quale forma di letteratura primaria e spontanea che permette di registrare ciò che molti "sentono di fronte alla vita", senza ricorrere a mezzi intermedi (registratori, interviste, sociologi).
Nel 1998 viene pubblicato il primo numero di "Prima Persona", rivista semestrale di studi e approfondimenti dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve, nella cui redazione lavorano una decina di persone, impegnate a rintracciare e valorizzare gli aspetti tematici della produzione memorialistica. Duccio Demetrio, pedagogista,  collaboratore della rivista, ha più volte sottolineato che lavorando all'archivio è dato studiare la genesi di come l'educazione sentimentale, amorosa, lavorativa, alla cura di sé e alla gestione delle responsabilità civili e sociali, e tanto altro, contava e conta nella formazione del proprio potersi dire donne e uomini.

Sono numerose le opere memorialistiche che hanno segnato la mente e il cuore dei lettori giurati, il primo nome che viene in mente è quello di Vincenzo Rabito, autore di "Terra Matta", un caso letterario, ha vinto l'edizione del 2000, Einaudi ha poi pubblicato l'opera autobiografica nel 2007. Rabito, siciliano semianalfabeta, non adotta un dialetto stretto, egli ha creato una lingua sua, cercando di italianizzare il dialetto siciliano, armonizzando una lingua di notevole complessità: milleventisette pagine dattiloscritte a interlinea zero che la commissione si è vista costretta a tagliare per la mole incredibile. Egli, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di ripercorrerla a ritroso, compiendo un viaggio nella memoria, rivisitando le antiche emozioni, i mai sopiti tormenti e tutto ciò che può accadere nell'esistenza delle umane creature.
Il risultato è stato un'autobiografia che ha commosso e appassionato lettori, studiosi, accademici, meritando menzioni nelle tesi di laurea, destando interesse anche nel mondo editoriale. Vincenzo Rabito è scomparso nel 1981, i suoi figli hanno trovato il dattiloscritto, ignorandone l'esistenza, dopo la sua morte, e perché nulla andasse perduto lo hanno inviato all'Archivio di Pieve Santo Stefano.

"Schiena di vetro" racconta invece la storia di Raoul Rossetti, minatore emigrato in Belgio che ha affidato all'Archivio dei diari la sua vicenda umana, l'opera ha avuto due edizioni, una pubblicata nell'89 da Einaudi, l'altra nel '95 da Baldini e Castoldi.
Tommaso Bordonaro, classe 1909, originario di Bolognetta, vicino Palermo, ha vinto il Premio Pieve nel 1990 per il miglior diario inedito: "La Spartenza", anche qui è un siciliano a raccontarsi, un contadino che racconta la sua storia di vita dalla nascita al 1988. Bordonaro viveva dal 1947 a Garfield, nel New Jersey, la partenza fu l'evento che divise la sua esperienza nel mondo, trascorsa tra la Sicilia rurale d'anteguerra e la comunità d'immigrati italiani dove faticosamente cercò un futuro linguistico ed etico, oltre che la sopravvivenza materiale. La sua lingua dialettale, etichettata sociolinguisticamente come "italiano popolare regionale" che avvicina, deformandolo, l'inglese, descrive con un'efficacia sobria di sillabe, ma altamente visionaria, fatti e persone, luoghi e tempi, come pochi altri hanno saputo fare. Egli salpò trentottenne per "l'Estate Unite d'America" trovando subito lavoro come becchino nel cimitero dei "Giurei". Gli emigranti che hanno affrontato l'esperienza dell'emigrazione esterna hanno dovuto riformulare culturalmente la propria identità, la loro scrittura nasce da un evento separatore. Da sempre il processo migratorio svolge un ruolo fondamentale di stimolo alla diffusione della scrittura tra masse poco alfabetizzate.

Una donna, Clelia Marchi, contadina di Poggio Rusco, nella campagna padana, ha riempito lenzuola di testimonianze di sé, della sua famiglia, della sua storia, dai lavori agricoli agli affetti, come fossero pagine di un diario e le ha portate in un giorno d'inverno del 1986 a Pieve Santo Stefano per consegnarle all'Archivio. E' stato perché non trovava nemmeno un pezzo di carta in casa che scelse il lenzuolo come fosse carta, e vi affidò tutta la ricchezza di una vita che aveva conosciuto l'amore, ma anche la fatica del lavoro nei campi e poi la solitudine, quando a sessant'anni si ritrovò sola per la morte del marito e i figli erano ormai adulti.

Le storie di Clelia Marchi non sono letteratura, sono vere, "Gnanca na busia", come lei ha scritto, e importanti anche perché raramente la civiltà contadina ha dato testimonianza del proprio vissuto, gelosamente custodito nel silenzio della storia. Nel 1992 la Fondazione Mondadori ha stampato le memorie di Clelia, in omaggio ad Arnoldo, il fondatore della casa editrice, anch'egli nativo di Poggio Rusco.
Un diario molto particolare e toccante è sicuramente quello di Orlando Orlandi Posti, giovanissimo esponente della resistenza romana, catturato dalla Gestapo e condotto nella prigione di via Tasso. Egli, che compì diciotto anni in cella, scriveva in minuscoli bigliettini di carta che nascondeva nei colletti delle camicie, sperando che sua madre, che regolarmente le ritirava per lavarle e riportarle pulite, li trovasse. Sono parole di grande forza d'animo e disperazione rivolte alla sua ragazza Marcella, a sua madre, parole d'addio, nella consapevolezza che non avrebbe più riavuto la libertà e nemmeno la vita. Orlando Orlandi Posti è stato fucilato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine, i suoi bigliettini sono divenuti un piccolo, prezioso libro che l'editore Donzelli ha stampato nel 2004.

Un ulteriore riconoscimento all'attività dell'Archivio di Pieve è stato tributato dalla Sacher Film di Nanni Moretti nel 2001, quando sette registi realizzarono film-documentari tratti da storie dell'Archivio di Pieve, presentati dallo stesso regista alla Mostra del cinema di Venezia e al Festival di Locarno. Nel corso del XX secolo, costellato di guerre e separazioni, la scrittura autobiografica ha consentito di porre un argine ad individualità sempre più frammentate, attraverso un meritorio tentativo di auto-comprensione che partendo dal sé giunge all'universale bisogno di comunicazione e partecipazione all'alterità di ogni singolo cammino.
Sottoscriviamo a pieno titolo una citazione che Saverio Tutino fece oltre vent'anni fa, chiamando in causa un altro grande siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa: "Quello di tenere un diario o di scrivere a una certa età le proprie memorie dovrebbe essere un dovere imposto dallo stato; il materiale che si sarebbe accumulato dopo tre o quattro generazioni avrebbe un valore inestimabile".