ATTUALITÀ/Quel silenzio “malato”

di Generoso d’Agnese

E' possibile immaginare il silenzio? Il silenzio che c'è in una strada percorsa di notte? Il silenzio che c'è in casa quando tutti dormono? Il silenzio quando si è in barca e intorno c'è il mare calmo? Bene... tutte queste sensazioni non sono assolutamente paragonabili al silenzio che ti investe in una città completamente svuotata della sua gente... un silenzio "malato", opprimente, con l'alito della morte che ti arriva ad accarezzare la pelle.

Siamo tornati all'Aquila dopo 5 mesi. Con in tasca la preziosa autorizzazione a entrare nella zona "off limits" e con la furba incoscienza dei reporter decisi a raccontare il lento (lentissimo) ritorno alla normalità. Con me c'era il fidato  fotoreporter italo-americano Luciano Borsari (Zuma Press San Diego) e il responsabile della protezione civile dell'associazione Nuova Acropoli (ingegnere in prima linea nel portare soccorsi alla città con i suoi volontari).

Avevamo deciso di fare un reportage da mettere su CD, e per fare il punto a 5 mesi dal sisma. Siamo andati nei punti prestabiliti dal rigido protocollo che però si è ammorbidito strada facendo quando abbiamo scoperto che un vigile del fuoco era un figlio dell'Italia estera (Richard Bordoni è nato e cresciuto in Inghilterra) ed è scattata la solidarietà tra italici nati fuori dai confini nazionali. In qualche modo siamo riusciti a raccogliere documenti fotografici nelle aree sotto sequestro giudiziario e completamente "off limits" per la stampa. La giornata è stata atroce... per tutto quel che vivi vedendo i disastri, ma anche per tutto quel che vivi avendo vissuto in questa città, ricordando i rumori e gli odori di certi vicoli, le facce delle persone... lì c'era il negozietto che faceva le fotocopie quando frequentavamo gli studi universitari... in quell'angolo c'era il simpatico commerciante che preparava gustosi panini per le nostre esangui finanze giornaliere... in quell'altra casa c'era Maria (nome di fantasia) la ragazza per la quale tutti gli amici avevano il chiodo fisso... ora tutto è silenzio..un silenzio opprimente.

Abbiamo sentito distintamente le voci di operai che lavoravano a un chilometro di distanza, e silenzio era rotto solo dal passaggio di qualche raro veicolo dei vigili del fuoco e dal vocìo di qualche gruppo di giornalisti o di persone autorizzate a riprendersi qualche cosa in casa. E' sabato e anche in tempi di forzata ricostruzione esistono i week end. Esistono per gli operai che mettono in sicurezza le mura pericolanti e i tetti sghembi posizionati di traverso sulle scatole murarie sottostanti. Molte con le porte aperte.
Tante porte aperte... case che si lasciano violentare visivamente nelle loro intimità, regalando un surreale time out alle 3.32 del 6 aprile. Porte aperte dalle quali puoi sbirciare quel che è rimasto della vita quotidiana... e tra le macerie spunta persino una frivola guepiere lasciata stesa su un termosifone di un appartamento squarciato nel suo scheletro di ferro e cemento... testimone seducente in un mare di sconforto!

E poi i cani. I cani randagi li hanno microcippati e gli hanno messo i collari e i volontari portano loro il cibo mettendolo in ciotole nei posti dove sono abituati a mangiare. Cani che non hanno padroni e non amano i canili, animali che sono perfino scappati per tornare nella loro città. Sono cani assetati di coccole. Un vecchio bracco si è avvicinato senza paura alla sagoma ingombrante del fotografo Luciano Borsari, reclamando senza sosta la sua dose di carezze e appoggiando i suoi tristi occhi nel grembo di chi cerca di raccogliere un alito di vita tra la polvere e gli immensi mucchi di calcinacci.  

Hanno occhi tristi  i cani dell'Aquila. Seppur randagi sono abituati ad avere gli uomini intorno a loro, ad annusare quell'inconfondibile odore della vita che ora ha abbandonato le strade del centro storico.
I monumenti storici? Ricevono la loro dose di citazione nei giornali quotidiani e mostrano sofferenti le loro ferite profonde. Si è salvata la Fontana delle 99 cannelle. Una sola mattonella ha ceduto sotto la spinta del terremoto, con la faglia che si apriva a pochi metri di distanza. Il forte cinquecentesco ha assorbito con dignità nella sua struttura più antica regalando alla distruzione le sue murature più recenti. Per i restanti monumenti c'è solo un rendiconto in rosso. Tra i vicoli del capoluogo abruzzese, ti imbatti nelle immagini surreali di chiese e case le cui pareti sembrano essere state staccate dalla struttura e riappoggiate alla stessa come se una mano gigante e invisibile si fosse stancata di giocare all'enorme puzzle del tessuto urbanistico cittadino.

Diversi edifici sembrano quasi intatti fuori ma è soltanto un'illusione. Se sbirci dall'uscio ti ritrovi a contemplare delle grandi scatole ripiene di detriti. Ci vorranno almeno dieci anni per recuperare decentemente il patrimonio architettonico e senza nemmeno fare tutti i lavori preventivati.
Le case nuove, quelle invece stanno nascendo nei quartieri collaterali e sembrano belle. Sicuramente colorate rispetto al colore grigio polvere che riflette il quadrilatero storico dell'Aquila. Case che portano il logo delle regioni italiane che contribuiscono in questa grande corsa della solidarietà. Case che poggiano su strutture oscillanti e promettono di sfidare un futuro sisma che tutti si augurano lontanissimo.
Accanto alla città fantasma e ai cantieri aperti vive quel che resta di questo operoso e orgoglioso centro appenninico. "Bar collo ma non mollo" è il motto scelto dai volontari di Nuova Acropoli, associazione di volontariato socio-culturale e di protezione civile, che in questo sisma ha avuto il gravoso compito di prestare aiuto ai propri iscritti, dopo aver seppellito 5 amici inghiottiti dai crolli. Entro il 30 settembre bisogna sgomberare i campi e tutti gli sfollati dovranno essere ricollocati. Nel campo allestito nel parcheggio dell'Alenia Spazio rimangono ancora 95 persone delle iniziali 200 e tutti si fanno coraggio.

Hanno superato il peggio e tra le tende regna un'efficienza degna delle legioni romane. Rimarranno le mense e le cucine da campo e le infermerie, le tende per l'assistenza psicologica e quella burocratica... rimarrà la voglia di continuare insieme il cammino verso la riconquista della memoria e dell'identità. Per ora però c'è solo tanto caldo da godere come il minore dei mali, a fronte di un inverno che tra queste conche appenniniche arriva presto e subdola.

Sono andato a vedere le case in cui ho abitato durante i miei sette anni di vita all'Aquila. Una non esiste più.  Un'altra casa invece è rimasta in piedi, fu costruita negli anni '30 e con le  linee inconfondibili dello stile fascista. Tutte le costruzioni di quest'epoca sembrano aver retto bene al terribile sisma.  Perfino la chiesa del Cristo Re costruita accanto all'ISEF (Istituto superiore di educazione fisica) entrambi intatti seppur con qualche graffio. Solo fortuna?

Ho scovato la casa dove abitavano due cari amici, che andavo a trovare durante i miei anni universitari e con il quale prendevo il caffè prima di andare tutti insieme a lezione. E' completamente "nuda". Le pareti esterne sono venute giù offrendosi ai passanti con tutta la mobilia in vista. La mente ha ripercorso i tanti momenti di divertimento di piccole pazzie fatte tra amici e la tristezza mi ha fatto quasi piangere. L'ultimo sosta alla sede universitaria. Completamente distrutta, insieme ad altri edifici accademici situati  nel centro storico. E con il crollo si  è spezzato l'ultimo legame che avevo con i miei anni universitari. Ora non c'è più neanche l'edificio a ricordarmi che un giorno sono stato uno studente aquilano. Jemm'annanz!