MUSICA LIRICA & CLASSICA/Bel canto e oltre

di Franco Borrelli

Colpo grosso e superbo di Andrea Bocelli alla Carnegie Hall: non solo è stato la stella delle serate (ben tre, e tutte "sold out") che la New York Philharmonic Orchestra (diretta dal maestro Asher Fisch) ha avuto nel tempio della musica per eccellenza (sua "casa" ufficiale è l'Avery Fischer Hall del Lincoln Center), ma sembra aver trovato un repertorio che finalmente si addice in pieno alle sue qualità vocali. Il nostro tenore (anche se su questa importante definizione abbiamo ancora qualche riserva, come diremo più avanti) si è esibito brillantemente in pagine che esaltano al massimo il suo volume vocale (la sua è parsa ancora una volta una voce piuttosto "piccola" per certi ruoli ed arie), la sua partecipazione emotiva e la resa passionale delle stesse.

Lo Stradella di "Pietà, Signore" ha messo subito sul buon avviso lo spettatore, e aperto la strada ad un'esibizione davvero memorabile. A seguire, poi, l'"Ombra mai fu" dal «Serse» di Händel a suggellare una vena tra il malinconico e il partecipativo di gran caratura. Quando poi son venute, una dopo l'altra, le tre "Ave Maria" di Caccini, Schubert e Bach-Gounod, Bocelli è stato in grado di mettere in luce il gran valore del suo bel cantare, con voce rotonda e per nulla stentorea, secca quanto occorre ma non ruvida, leggera nei sostenuti e ben messa nelle scalate alle note alte. Insomma, una prima parte davvero da incorniciare, e da conservare a futura memoria; non fosse stato altro che per la possibilità di confrontare all'istante i tre capolavori della lirica religiosa (con un bel po' di positivo stupore per quella cacciniana, che non gode - e ingiustamente, a parer nostro - le simpatie godute dalle altre due).

Qualche neo, purtroppo, nella seconda metà. L'esordio con "Oh! Fede negar potessi... Quando le sere al placido" dalla «Luisa Miller» di Verdi non è stata, a dire il vero, la cosa più felice. Con Verdi ci vuole infatti ben altra forza e partecipazione, e un uso dei polmoni non da poco. Essere tenore verdiano è davvero altra cosa; non per via delle difficoltà, che anche il bel canto tradizionale sempre reclama e impone, ma per la qualità. Non ce ne voglia il Nostro, ma questa sua resa del Cigno di Busseto ha fatto scolorire quanto di eccellente messo in mostra prima dell'intervallo. Si è rifatto poi, e ugualmente alla grande, nel resto del programma, dalla stupenda "Malinconia ninfa gentile" di Bellini al favoloso "Caro mio ben" di Giordani e alla "Vaghissima sembianza" di Donaudy, ma il danno era stato arrecato. Un po' debole, per stanchezza e tensione, il gran finale con le "Serenate" di Tosti e di Mascagni; perdonabile neo, questo, dato il gran peso che Bocelli s'è posto sulle spalle.

Tutto sommato, ripetiamo, un gran bel cantare che sembra aver additato a Bocelli la via da seguire: a suo perfetto agio con il Barocco e il Bel Canto, spigliato delle pagine appartenenti storicamente al Verismo, un po' impacciato con le arie verdiane che richiedono altra potenza ed altri coinvolgimenti per far venire brividi e suscitare emozioni e fantasie. E lo diciamo, questo, davvero con convinzione; noi che, in passato, non abbiamo mai perso l'occasione per "dare in testa" al nostro artista quando si misurava con pagine forse troppo prematuramente impegnative. Un buon Bocelli, insomma. Si vede e si sente, soprattutto, quanto la sua voce sia qui maturata e quanto serva alla sua arte l'applicazione e l'esercizio costanti. Da plaudire, insomma, anche se con qualche riserva. Verdi, dopo tutto, può anche aspettare ancora un po'...

A fargli compagnia un'ensemble orchestrale, quello della Philharmonic appunto, davvero da favola, formato da virtuosi che, presi singolarmente, potrebbero tutti, senza distinzione, avere una carriera da solisti di gran successo. Impeccabile la guida di Fisch nella "Passacaglia in C minor" di J.S. Bach "rivista" da Stokowski (si avverte, qua e là, qualche eco da una più celebre Toccata) e stupenda la resa operistica dell'"Overture" della «Norma» belliniana nonché dell'incantevole e suggestionante "Intermezzo" dalla pucciniana «Manon Lescaut». Un programma che, in libertà e in maniera assai coinvolgente, ha spaziato da un'epoca all'altra, da un genere all'altro, sottolineando quanto prezioso e stupefacente sia il miracolo che liriche e musica insieme possono e sanno creare.

Fondata nel 1842, la New York Philharmonic è la più antica orchestra degli Stati Uniti e una delle più antiche al mondo. Tutti i grandi maestri sono saliti sul suo podio, da Bernstein a Masur, da Toscanini a Mahler, da Mehta a Muti (solo per citarne alcuni) e, suo gioiello nella storia, è stata la prima orchestra Usa ad esibirsi nella Corea di Pyongyang, un evento osservato con attenzione da tutto il mondo e che all'ensemble newyorkese è valso il prestigiosissimo Common Ground Award for Cultural Diplomacy. Quelli della Carnegie Hall, questa settimana, sono semplicemente stati altri preziosissimi cammei che hanno arricchito ed ingentilito un patrimonio cultural-musicale che nella Philharmonic ha sicuramente, e di là da ogni dubbio, uno dei "sacerdoti" più intensi e sinceri.