SPECIALE/REPORTAGE DALL’AFGHANISTAN/Angeli in divisa per i bambini

di Gina Di Meo

Se c'è una cosa davanti a cui il mondo intero si ferma, sono gli occhi di un bambino, ancor più se è uno sguardo sofferente, che ti chiede aiuto. Nella medcamp della Fob Bala Murghab in cui è di stanza la seconda compagnia del 183mo Reggimento Paracadutisti Nembo di Pistoia della Folgore, a circa 260 km a nord est di Herat, entrano tanti sguardi sofferenti di bambini, ma non si lamentano, sono come degli adulti cresciuti troppo in fretta. Hanno piaghe ai piedi perché corrono scalzi sui sassi e camminano nelle fogne a cielo aperto, hanno malattie delle pelle, alcune gravi come la lesmaniosi, molti di loro resteranno sfregiati a vita, oppure hanno problemi di stomaco per il cibo che ingurgitano (superfluo dire quanto questo sia malsano e contaminato da chissà cosa), bevono acqua non potabile. Molti di questi piccoli soffrono di rachitismo, forse non vedranno mai un futuro lontano. I bambini dell'Afghanistan non hanno diritto all'infanzia. Sono lasciati per strada, pochi fortunati impareranno a leggere e scrivere e quando non vengono reclutati dai "cattivi", finiscono a coltivare campi o dietro il bestiame.

I soldati italiani allestiscono periodicamente medcamp, una sorta di ambulatorio da campo dove tramite un altoparlante e con l'aiuto di un interprete richiamano la gente. Non vengono solo bambini a farsi curare ma anche adulti. Ma sono i più piccoli che inteneriscono e spezzano i cuori dei grandi. Alcuni sono timorosi, diffidenti, ma in silenzio accettano qualsiasi cosa. Uno di loro riesce a stento a tenere gli occhi aperti, le lacrime gli escono a fiotti, il medico ci dice che ha un'infezione agli occhi. Non possiamo fare a meno di notare che ha le mani sudice e con quelle stesse mani continua a stropicciarsi gli occhi. Se ne va via con delle gocce e noi restiamo con il dubbio che chissà se mai seguirà le indicazioni, sarà in grado di spiegare ai genitori che dovrà mettere le gocce per diverse volte al giorno. Forse non arriverà neanche a casa con quelle gocce, magari le perderà prima. I medici ce la mettono tutta, ma non possono sapere o controllare quello che succede una volta fuori dal campo.

Non c'è cosa più appagante per i soldati che vedere invece gli sguardi sorridenti dei bambini quando escono dalla tenda medica e si trovano liberi di curiosare tra gli scatoloni pieni di giocattoli, vestiti, dolci. Per loro c'è anche latte in polvere. È nel momento in cui prendono e portano via i doni che si vede il loro essere piccoli, che viene loro restituita un po' di infanzia. Gli occhi si accendono, non riescono a contenere la meraviglia e la gioia. Quel momento ripaga tutto. Si dimentica la guerra, si dimentica la stanchezza, ogni tipo di sacrificio. Bala Murghab dista pochi km dal confine con il Turkmenistan, ma è in una zona "impervia" dal punto di vista delle comunicazioni e da Herat ci vogliono dai due ai quattro giorni almeno per arrivarci. «Siamo arrivati qui a marzo - ci spiega il tenente colonnelo Roberto Trubiani, comandante di battaglione - e l'area era quasi totalmente sotto il controllo dei talebani. Le forze alleate qui ancora non avevano messo piede. La gente ci guardava con diffidenza, non c'era nessuno per strada, ma con il passare dei mesi siamo riusciti a conquistare la loro fiducia. Con le nostre attività Cimic (acronimo di CIvil MIlitary Cooperation, una funzione operativa che presiede all'interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nelle aree di crisi) siamo entrati abbastanza bene nel loro tessuto sociale, le strade si sono ripopolate e anche il bazar, ci sono tante attività commerciali ora. Abbiamo aperto anche una strada, la Lithinum, meno rischiosa della Ring Road (sorta di raccordo anulare di oltre 2mila km che collega le principali città afghane) e ora i contractors vengono qui da soli. La popolazione ha capito che noi combattiamo il nemico e a volte loro ci ripagano dandoci informazioni».

Le truppe italiane continuano a lavorare e a supportare l'esercito locale per togliere ancora più aree ai talebani e garantire un'istituzione governativa. Qui le elezioni non sono andate bene, su 60mila elettori, hanno votato solo 4mila, senza contare i brogli elettorali. Per dare un'idea della pericolosità della zona, basta dire che la Iec non ha aperto seggi nelle zone sotto il controllo talebano. I talebani qui sono come la mafia, seminano terrore sulla popolazione con le estorsioni, chiedono "il pizzo. Quando il 183mo Reggimento Paracadustisti della Folgore è arrivato qui ha subito ogni tipo di attacco, ma è riuscito ad entrare in aree dove nessuno ha mai osato nonostante le difficoltà nel guidare i mezzi blindati su strade che spesso erano dei pantani, appositamente allagate dagli insorti.