Visti da New York

Altro che escort

di Stefano Vaccara

La ricerca della verità, condizione "sine qua non" in democrazia. Anche quando certi crimini fossero "lontani nel tempo" e coloro responsabili dei delitti da perseguire ormai irraggiungibili, una democrazia non dovrebbe mai arrestare il braccio della legge che cerca di accertare la verità, seppur parziale.  Qui in America si è appena ricordato l'ottavo anniversario del 9-11. Nonostante l'inflazione di scanzonate teorie "complottiste", i fatti principali sono stati accertati e con prontezza. La commissione 9-11 del Congresso ha pubblicato da tempo le sue ricostruzioni e conclusioni in un volume, diventato un bestseller. Gli americani hanno potuto subito leggere come e perché i terroristi riuscirono in quella impresa stragista e questa conoscenza ha permesso agli Usa di proteggersi meglio da ulteriori attacchi.

  Delle stragi d'Italia invece continuano ad esserci troppi misteri. Eppure i giornali internazionali continuano a ritenere gli scandali sessuali di Silvio Berlusconi il tema centrale della democrazia italiana. Se fossimo stati al posto del giornalista de "El Pais" alla conferenza stampa con Zapatero, invece di chiedere a Berlusconi delle escort, avremmo voluto più chiarimenti sulla sua ancora calda dichiarazione contro i magistrati che "complottano" indagando sulle stragi di mafia degli anni Novanta. L'argomento su come un capo del governo possa arrivare ad accusare dei magistrati di tramare contro l'esecutivo costruendo accuse gravissime, mi sembra possa essere un po' più rilevante per misurare lo stato di salute di una democrazia che quante donne riescano, pagate o meno, a sdraiarsi nel lettone del premier, non vi pare?

  Secondo il ministro Bossi, tutto l'affaire escort sarebbe "stato messo in piedi dalla mafia". "Abbiamo fatto leggi pesantissime contro la mafia e, quindi, l'ho detto anche a Berlusconi guarda che qui c'entra la mafia".  Tutto detto subito dopo l'attacco di Berlusconi alla magistratura "di Palermo e Milano" per certe indagini riaperte sulle stragi di primi anni Novanta, magistrati che "pagati dal pubblico complottano contro di noi" (indagini riaperte invece dalle Procure di Caltanissetta e Firenze, semmai a Palermo si sta chiudendo il processo d'appello al senatore Dell'Utri già condannato in un processo di mafia).

  Il Presidente della Camera Fini, chissà se per legittime ambizioni politiche o perché sente il vento cambiare, ha replicato davanti ad una platea di fedelissimi di Berlusconi: "Mai dare l'impressione di non avere a cuore legalità e verità. Non dobbiamo lasciare il minimo sospetto sulla volontà del Pdl di accertare la verità sulle stragi di mafia".

  A sorpresa abbiamo letto l'intervento del ministro della giustiza Angelino Alfano, il giovane siciliano che finora deve tutto al leader per la sua fulminante carriera, che invece di assecondare il capo, ha fatto da spalla a Fini: "Se vi saranno elementi per riaprire i processi sulle stragi i magistrati lo faranno con zelo e coscienza e siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità".

  Ma ecco lo stop dal presidente del Senato Schifani, che invece in linea con il premier, avverte: "Nessun pm evochi i fantasmi di un passato lontano". Il ragionamento di Schifani? Gli piace "quando la magistratura si occupa, a volte addirittura pagandone il prezzo in prima persona, del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia per distruggerne l'organizzazione territoriale, sradicandone le radici velenose e profonde". "Mi piace meno - dice - quando alcuni singoli magistrati, seguendo percorsi contorti e nebulosi e avvalendosi di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano per sentito dire, tendono a riproporre teoremi politici attraverso l'evocazione di fantasmi di un passato lontano che avrebbe visto congiure contro il regolare assetto delle istituzioni".

  La dichiarazione della seconda carica dello Stato Schifani, "sull'evocazioni di fantasmi di un passato lontano", potrebbe essere detta in un altro paese dove l'informazione fa veramente le pulci alle prese di posizione di chiunque occupi una carica pubblica così importante?  I lettori di questo giornale forse ricordano l'intervista con Lirio Abbate, cronista a Palermo e co-autore con Peter Gomez del libro "I complici" apparsa su questa pagina il 5 maggio del 2008. Libro dedicato alla "zona grigia" che per anni ha facilitato la latitanza e fatto affari con il boss Bernardo Provenzano o i suoi "capobastone". Nel capitolo "Laboratorio Villabate", il nome dell'attuale Presidente del Senato purtroppo spunta troppe volte. "Zona grigia" documentata con del materiale che per intenderci negli Stati Uniti non farebbe arrivare neanche alla carica di capocondominio... Chi volesse approfondire legga il capitolo di quel libro, che a quanto ci disse allora Abbate non aveva ricevuto nessuna querela da parte del Presidente Schifani.

  Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, quando gli è stato chiesto di commentare le ultime affermazioni di Berlusconi, ha risposto al Corriere della Sera: "Penso che non siano mal spesi i soldi dei cittadini quando si cerca di trovare la verità".  Grasso che cola, finalmente!

  Vorremmo infine ricordare che la mafia si chiama così perché non è soltanto un fenomeno "territoriale", che semina veleno "solo" in Sicilia. Se si chiama mafia, è perché i suoi tentacoli sono riusciti, fin dai tempi della sua nascita - guarda caso proprio in concidenza con l'Unità d'Italia -  a raggiungere le più alte vette dello Stato.  Se si trattasse di criminalità organizzata circoscritta solo in un determinato territorio, la potremmo chiamare in tanti altri modi, ma non mafia.  Il cosidetto mondo democratico fatto di grandi giornali, nel guardare all'Italia si scandalizzi più per la verità mai completa sulle stragi di mafia degli anni novanta come di sessanta anni fa, che su quante fossero le escort nel lettone di Putin!