TEMI & DIBATTITI/Il dolore del ritorno

di Giorgio Lombardo (*)

 A metà agosto ho desiderato si rompesse per me il silenzio che ha avvolto le conseguenze del sisma che ha colpito l'Aquila e la sua provincia, lo stato d'animo dei cittadini vittime del terremoto e le loro aspettative circa la ricostruzione, e gli esiti di questa, al di là della vetrina che il terremoto è divenuto per  il Premier in occasione del G8 e degli annunci trionfalistici circa la ricostruzione. Ascoltare e vedere è stato l'incitamento che mi sono dato. L'invito rivoltomi da amici a una cena semplice da consumarsi  al "Campo Cave" di Tempèra, un borgo di L'Aquila quasi interamente distrutto, e a un concerto  che si sarebbe tenuto nel tendone delle riunioni del  "Campo base" di Villa S. Angelo, un comune della Valle dell'Aterno anch'esso ferito a morte, è stata l'occasione che ho colto al volo per colmare con un'ora di auto la distanza che corre tra Roma e L'Aquila.

Una passeggiata mattutina per contornare un tratto delle mura della Città, traversare la Villa Comunale e risalire il Corso Federico II fino alla piazza del Duomo, unico tracciato di accesso al centro storico di L'Aquila, mi ha comunicato il convincimento di una città morta, dai quartieri  sbarrati e i negozi chiusi nelle cui vetrine e sporti si leggono le invocazioni a che venga presto il tempo di una riapertura ("verba volant sisma manet" è una di queste), quasi messaggi di naufraghi affidati al galleggiamento di una bottiglia vuota in un mare deserto.

Il concerto serale nel tendone di riunione del "Campo base" di Villa S. Angelo  mi ha rivelato un'altra faccia della realtà, quella dell'anima collettiva di un popolo di " sfollati e attendati", al cui fondo arde come una fiamma d'amore il legame con i luoghi della loro vita quotidiana da cui il terremoto li ha strappati in pochi secondi, una fiamma capace di dare loro le energie per  concepire e realizzare una ricostruzione che sia una ri-progettazione del quotidiano e al contempo una riscoperta e valorizzazione delle loro radici, tradizioni e relazioni. L'esecuzione di composizioni latino-americane da parte di due eccezionali concertisti, Mario Stefano Pietrodarchi e Luca Lucini, ha rivelato agli oltre 400 ospiti delle tendopoli presenti,  dai volti concentrati nell'ascolto, il loro personale dolore per le persone, le relazioni e le cose perdute e, insieme, la forza ispiratrice delle loro incancellabili radici, di cui la musica diveniva occasione di condivisione e di schietto entusiasmo sciolti in applausi scroscianti.

Il giorno successivo, trascorso al "Campo Cave" di Tempèra, ospite di Linda Ciuffini, responsabile del Campo, e della Sua famiglia, mi ha offerto l'occasione per fissare in un quadro razionale le impressioni ricevute e le intuizioni colte nella visita al centro di L'Aquila, nella cena sotto l'albero del noce e nell'ascolto del concerto a Villa S. Angelo.  Posso sintetizzare il giudizio che mi sono formato nell'affermazione che l'entità delle distruzioni  e la complessità  del tessuto socio-economico e di relazioni sconvolto dal sisma sono tali da rendere inafferrabile da qualunque politica calata dall'alto l'obiettivo di una loro ricostruzione, quale che sia la qualità e l'efficienza della macchina di sostegno ai terremotati.  

L'obiettivo delle politiche di intervento messe in atto dalla Protezione Civile appare semplice e raggiungibile in tempi brevi: assumere il carico di spesa corrente delle famiglie colpite, richiesto dal riparo dalle intemperie, dalla fornitura del nutrimento e dei servizi di base, sanitari, scolastici, amministrativi e della garanzia di sicurezza, dare un'abitazione nel più breve tempo possibile a chi l'ha perduta e un contributo economico a chi può renderla di nuovo agibile. E' un obiettivo da perseguire quale che sia il suo gravame per la spesa corrente dello Stato, del cui importo non si dispone di stime accertate: le voci indicano un intervallo compreso tra i 10 milioni di euro al giorno di spesa diretta, che esclude gli stipendi pagati da ciascuna amministrazione ai propri dipendenti impegnati nell'opera di sostegno ai terremotati, per circa la metà dei 50.000 sfollati alloggiati nelle tendopoli e di 2,5 milioni al giorno per i circa 20.000- 25.000 ospitati negli alberghi o in case private.

L'attesa radicata nelle persone colpite dal sisma, sia abitanti della Città sia nel territorio che su di essa gravitava, al di là dell'urgenza di abbandonare le tendopoli, è di non essere privati di un punto di riferimento essenziale per le attività economiche, amministrative, di servizio sociale, religioso, culturale e scolastico che la città di L'Aquila ha rappresentato finora per il territorio della provincia e dell'intera regione. Al tempo stesso, l'attesa muta e disperata degli abitanti della cintura dei borghi è di non essere privati del tessuto dei nuclei abitativi antichi in cui sono radicate le memorie loro e dei loro avi. Sono memorie di realtà irripetibili a cui li lega l'amore per le proprie radici, di attività economiche che sfruttavano con sapienza le risorse locali, di luoghi e oggetti simbolo di sorgenti di vita come le acque fresche e purissime del fiume Vera che sgorgano dalle vene del Gran Sasso o la manifattura artigiana delle brocche di rame dalle grandi anse e la vita stretta che richiamano il corpo fertile delle fanciulle e delle giovani spose, stretto nei costumi tradizionali, indossati dalle giovani nelle feste fino a ieri, con fierezza e allegria.

Il reticolo delle antiche case di pietra e mattoni addossate l'una a l'altra che animava i quartieri storici della Città non potrà forse rivivere nella sua storica integralità ma gli edifici e le piazze simbolo di quel fitto tessuto di vita quotidiana dovranno pur ritrovare la loro integrità. Gli antichi proprietari che lo vorranno dovranno pure tornare, almeno in parte, ad abitare il centro storico e ad animare la vita quotidiana della Città.
I nuclei storici degli antichi borghi distrutti dal sisma probabilmente non potranno essere recuperati se non in minima parte. Tuttavia, il restauro e la ricostruzione degli edifici che caratterizzavano i borghi segnandone la storia, degli antichi opifici dove le attività produttive erano alimentate dalla forza idraulica e dagli ingegnosi sistemi per la sua captazione e la trasformazione in energia meccanica (molini e pastifici, cartiere e ramerie) e, ancor più, le fresche e dolci acque delle sorgenti (di cui è simbolo e ricordo la fontana monumentale dalle 99 cannelle), prima ragione dello sviluppo dei borghi storici, sono simboli di vita associata di forte valenza evocativa che altrove sono divenuti richiamo turistico e fonte di piccole attività economiche oltre che ragione e stimolo alla preservazione dell'ambiente naturale.

 Investimenti di restauro e di ricostruzione mirati permetterebbero agli abitanti dei  nuclei storici urbani e dei borghi di riannodare quei legami relazionali e di memoria con il passato che aiutano enormemente a rinvigorire le energie degli adulti, servono a comunicare ai giovani l'affetto per la loro terra e per la loro comunità  che ha costruito il presente e ne sostiene il futuro. Il desiderio dei giovani di proiettarsi nel futuro sarebbe vissuto come preparazione a cogliere le opportunità offerte dall'apertura  alla diversità dell'intera umanità che sta caratterizzando il nuovo secolo, non  come fuga e alienazione dal passato ma come continuità del lavoro quotidiano dei loro avi, inteso come lotta paziente per ridurre la precarietà della vita.
In quest'opera di recupero, di ri-progettazione e  di ricostruzione del tessuto abitativo preesistente, da realizzare rispettando le tipologie morfologiche abitative ed urbanistiche tipiche dei luoghi, operazione possibile pur impiegando tipologie costruttive e volumetriche moderne, il ruolo dei titolari dei diritti di proprietà come delle autorità cittadine e dei livelli territoriali superiori è imprescindibile. I poteri di scelta tipologica delle ricostruzioni  e di spesa devono  tornare nelle mani delle comunità locali e le risorse economiche non potranno affluire che nel quadro di politiche regionali  di valorizzazione urbanistica e ambientale che raccolgano il consenso della maggioranza, avendo dapprima riproposto il meglio delle esperienze maturate nelle aeree sismiche dove sono state realizzati interventi ricostruttivi.

A una politica della ricostruzione siffatta sono sicuramente estranei  gli interventi in corso posti in atto per fronteggiare l'emergenza abitativa. Questi ultimi, pur indispensabili nella loro finalità, sottraggono  alla destinazione agricola terreni preziosi per il recupero economico dell'area, privandone i proprietari con scelte imposte dall'alto (la Protezione civile), e con strumenti assai difficilmente opponibili, quali l'esproprio per pubblica utilità, compensato al prezzo dell'uso d'origine e non a quello di terreno edificabile (si veda la lettera, firmata, pubblicata da La Repubblica del 22 agosto u.s., a p. 26, "Dopo il sisma ricostruiscono sulla mia terra"), mentre terreni  già edificabili restano nella disponibilità dei proprietari e il loro valore commerciale aumenta a vista d'occhio e terreni demaniali e per usi civici restano inutilizzati.

L'efficienza e la rapidità realizzatrici con cui questi interventi abitativi sono condotti rispondono a un bisogno primario temporaneo mentre le tecniche costruttive rigorosamente antisismiche impiegate prospettano soluzioni urbanistiche definitive, cioè un futuro di ghetti di ex terremotati, avulsi dalle loro radici, per i loro assegnatari.  Le linee squadrate e uniformi delle nuove costruzioni richiamano le periferie costruite ai margini delle città per dare un tetto agli ex baraccati, non certo quelle degli antichi "castelli" che punteggiavano da oltre un millennio la valle dell'Aterno, facendo da collare al Re Gran Sasso, dopo la distruzione, da parte dei barbari, delle antiche città romane (Amiternum, Forcona, Foruli, Peltuinum).  
I 20 nuovi contesti abitativi che si stanno realizzando prescindono dal riferimento agli edifici simbolo della comunità: la casa comunale, la scuola, la chiesa, il dispensario sanitario, l'ufficio postale, lo sportello bancario, che dovrebbero ritrovare per quanto possibile la loro antica ubicazione in modo da non resecare il rapporto urbanistico tra antico e moderno, tra memoria e contemporaneità. La possibilità offerta ai titolari di mutui accesi sulle case crollate dei nuclei storici di cedere il debito capitale residuo a un ente controllato dallo Stato (Fintecna) è un  altro incentivo all'abbandono dei nuclei storici, destinati a restare cumuli di macerie o, al meglio, a essere ricostruiti ad opera di imprese che avessero acquistato i diritti di superficie da Fintecna nell'intento di farne occasione di profitto. L'offerta di acquisto delle nuove abitazioni agli antichi proprietari, a un prezzo inevitabilmente assai più elevato di quello sostenuto in origine, sarebbe una beffa maggiore del danno.

Il passaggio dalle tendopoli o dagli alberghi della costa a nuove abitazioni andrebbe graduato nel tempo, ad esempio attraverso il passaggio intermedio ad abitazioni temporanee ricavate da container, che non sottraggono definitivamente il suolo alle destinazioni originarie, solitamente agricole o per usi civici, per lasciare alla definizione di politiche urbanistiche territoriali e alle risorse economiche ricostituite dei proprietari di assumere le decisioni definitive circa la ricostruzione.  
Per contro, i poteri locali appaiono paralizzati dai pieni poteri, conferiti dal Parlamento con lo strumento della legge delega, di cui dispone il Governo centrale, che ha fatto dell'efficienza e dell'efficacia dei suoi interventi sul teatro del sisma una vera e propria vetrina delle sue capacità di gestire le emergenze (si dice che il Sottosegretario Bertolaso, responsabile della P.C., abbia visitato tutte le 130 tendopoli nell'imminenza delle elezioni), con l'intento di discreditare senza appello il passo, apparso lento e burocratico, di precedenti  governi nel gestire altre emergenze. Il diverso orientamento politico che ha prevalso nel governo della Regione Abruzzi, dopo la débacle della giunta Del Turco, da quello al potere alla provincia e al comune di L'Aquila, guidati da giunte di Centro Sinistra, non facilita di certo da parte dei poteri locali la rivendicazione concorde dell'autonomia delle scelte nella gestione del territorio.

La difficile soluzione di questo conflitto tra politiche governative, volte ad assicurarsi l'incasso di un largo consenso puntando sull'efficacia delle soluzioni nel breve periodo che inevitabilmente produrranno disgregazione del tessuto territoriale e comunitario nel medio-lungo e anelito delle comunità locali ad una ripresa di un'autonoma  vita civile che non le resechi dalle loro radici, appare per ora tutta affidata a un'opinione pubblica che non si stanchi di raccogliere i suggerimenti, le proteste e le istanze che sono in grado di offrire i cittadini vittime del sisma più intelligenti e responsabili, per amore alla loro terra e per lungimiranza, affinché la richiesta di correzioni di fondo nella politica di ricostruzione diventi voce dei poteri locali e territoriali. Quest'azione di osservazione e di ascolto delle istanze che emergono dalle comunità colpite è stata finora debole e scarsamente incisiva, almeno nel senso auspicato. Occorre insistere.    

(*) Economista e storico dell’economia contemporanea