A modo mio

Una questione epocale

di Luigi Troiani

Rientro da Atene, dove ho partecipato, dietro cortese invito dell' Istituto ellenico per le politiche delle migrazioni, a due giorni di discussioni con Fondazioni americane, grandi imprese come Microsoft Kellog e Western Union, esponenti della Banca mondiale e della Commissione europea, sulle posizioni del mondo imprenditoriale nei riguardi delle migrazioni. Un dibattito di forte respiro, avvertito sulla spinosità del problema, con gente (e capitali) impegnata(i) a capire una questione ormai globale e a sostenerne la buona gestione. Ho avuto conferma che si tratta di qualcosa che tocca l'intera nostra epoca ed è decisiva per il futuro delle nostre società. Rientro a Roma con Alitalia, apro i nostri giornali, ritrovo il provincialismo becero, l'altercare incartato della nostra politica tra Tripoli e Roma tra Roma e Bruxelles, la muffa di un paese gamberizzato: fa un passo e si scopre retrocesso, perché il mondo va avanti, eccome, mentre noi stiamo a contare le rughe rifatte sul viso del signor premier, e i cadaveri (purtroppo!) nel mare tra Malta e l'Africa!

   Ma come farà un paese, il nostro, a risolvere i suoi problemi vecchi e nuovi, se non la smette di guardare a tutto attraverso la lente deformante dell'ideologia e dell'interesse di bottega? Sono tre i punti fermi della questione migrazione globale e non c'è Lega Nord o Chiesa o Partito che ne possa cambiare la natura: le nostre donne non fanno figli o ne fanno troppo pochi, i nostri ragazzi e ragazze non accettano lavori considerati umili e faticosi, la fame e il bisogno spingono torme di non aventi a spingere alle nostre frontiere per entrare e mangiare qualche briciola della nostra abbondante torta. Meno male che ci sono, perché date le due premesse iniziali, non sapremmo come andare avanti senza di loro!

   L'unica questione aperta e da regolare è come battere l'immigrazione clandestina e fuorilegge, specie quella manipolata e governata da criminali e sfruttatori. Ma apriamo le braccia (e il portafoglio, e la mente, e il cuore) agli altri  immigrati, per utilità loro e nostra. E smettiamola di litigare persino sul diritto (internazionalmente garantito) dei  fuggiaschi politici e dei combattenti per i diritti umani, a chiederci asilo.
   Dal seminario ateniese è risultato con chiarezza che è nell'interesse dell'economia in genere, e delle imprese occidentali in particolare, che non si arresti il flusso di lavoratori ospiti, persino durante l'attuale crisi, perché una loro uscita di scena causerebbe conseguenze irreparabili alle nostre speranze di recupero, comportando tra l'altro la riduzione delle rimesse dei migranti verso i paesi d'origine, dove generano acquisti di nostri beni e nuove imprese pronte agli affari con noi. Fortunatamente le previsioni globali per quest'anno, mentre parlano di -10% per il commercio internazionale e -57% per gli investimenti diretti esteri, fermano a -7% la diminuzione di rimesse da parte dei lavoratori migranti. Il loro numero, anche se tende in questa fase a restringersi (i primi occupati ad essere colpiti dalla crisi nei paesi industrializzati sono stati, con poche eccezioni, gli stranieri, soprattutto in Spagna, Belgio, Austria, Finlandia, Francia  e Svezia), si aggira comunque intorno ai 200 milioni, grazie anche alla capacità di adattarsi ai cambiamenti della domanda di lavoro, e piegarsi all'offesa della sottoccupazione.

   La Ue, con gli orientamenti espressi a metà settimana, conferma di voler allargare il proprio raggio di azione in materia di migrazioni. Ce ne gioveremo tutti, in particolare i paesi che, come l'Italia, sono più esposti ai traffici illegali e clandestini di esseri umani.