Il rimpatriato

Treni e giornali fantasmi

di franco pantarelli

Erano mesi che il Treno Fantasma colpiva regolarmente una volta al giorno e la vita era cambiata radicalmente. Persone e merci non viaggiavano più. All'inizio si era ricorsi alle autostrade ma il massiccio avventarsi su di esse le aveva completamente intasate, riducendole a un lunghissimo parcheggio. Tutti esortavano tutti a fare qualcosa, ma nessuno sapeva che fare. Il nemico era inafferrabile e il modo in cui colpiva era sempre lo stesso. Si presentava all'improvviso e di notte di fronte al treno che aveva deciso di attaccare. I conducenti, vedendo le sue luci e calcolando che all'impatto mancavano poche centinaia di metri, si aggrappavano disperati ai freni ma non riuscivano a evitare il disastro.

Poi arrivavano come al solito i soccorritori, come al solito estraevano le vittime dalle ferraglie contorte e come al solito constatavano che le ferraglie erano unicamente quelle del treno attaccato. L'altro, quello che aveva causato il disastro, non aveva lasciato traccia. Di qui l'appellativo di Treno Fantasma che gli era stato dato e il senso di impotenza che aveva preso un po' tutti. Non si sapeva dove si nascondesse. Non si sapeva come facesse ad arrivare sui punti degli scontri senza che nessuno lo avesse notato prima e soprattutto come facesse a uscire indenne dai disastri che esso stesso provocava.

Come combatterlo? La risposta arrivò da un ferroviere che era stato fra i soccorritori di uno dei primi disastri e che ai fantasmi non poteva proprio crederci. Fra i colleghi si parlava molto in quei giorni del fatto che, a causa della crescente scarsezza di gente che chiedeva la promozione a conduttore, gli esami per ottenere quella qualifica era stati resi più facili. Tanto, scherzavano loro stessi, per andare a sbattere contro il Treno Fantasma non bisogna mica essere tanto bravi. Lui - che si era fatto un'idea - fiutò l'occasione, guadagnò la qualifica di conduttore (accidenti se era diventato facile, quell'esame) e dopo un po' si ritrovò su una locomotiva, aspettando che il treno dei disastri (lui rifiutava di chiamarlo fantasma) si facesse vivo.
Accadde al suo quarto viaggio. Improvvisamente, mentre il treno che conduceva stava entrando in una curva, vide sbucare davanti a sé due fari. I fasci di luce si gettavano sul binario e mostravano chiaramente che era lo stesso del treno su cui era lui e che l'impatto sarebbe avvenuto in pochi secondi. Allungò istintivamente la mano verso il freno ma la ritrasse subito, visto che a spingerlo a quell'avventura era stata proprio l'idea che non si dovesse frenare. Ciò non gli impedì di incurvarsi su se stesso aspettando il momento dell'impatto, ma non accadde nulla. Il suo treno proseguì la corsa (aveva appena avvertito un leggero urto, come se avesse colpito un piccolo veicolo) e a quel punto lui frenò, non troppo bruscamente perché c'era la curva.

Diventò un eroe e tutti presero a celebrare il suo coraggio e a magnificare il suo intuito che gli avevano fatto sconfiggere il Treno Fantasma, il quale poi non era un treno ma un piccolo aereo. Il suo pilota volava radente lungo il binario verso i treni che prendeva di mira e si alzava all'ultimo momento, quando già le sue vittime cominciavano a deragliare non per l'impatto, ovviamente inesistente, ma per la brusca, inconsulta frenata. Ecco perché non si trovavano le sue ferraglie contorte. In definitiva, a causare i disastri era la paura.
P.S. Ogni riferimento ai giornali italiani - che di fronte alla denuncia contro uno di loro per avere rivolto domande al capo del governo Silvio Berlusconi, invece di rispondere con un'allegro "Ecco pubblicate anche da noi le stesse domande, che fai, ci denunci tutti?", hanno scelto la paura e hanno deciso di evitare proprio le domande, cioè l'essenza stessa del mestiere - ogni riferimento a loro non è per niente casuale.