GLOBO ITALICO/Italicità, maturità della statualità

di Piero Bassetti e Niccolò d’Aquino

La questione dei rapporti tra globalizzazione e statualità sta salendo prepotentemente alla ribalta. La cronaca riporta episodi che confermano una debolezza strutturale dello Stato. Per dirne una: le crescenti richieste della Lega Nord assieme alla ventilata nascita di una Lega Sud o, comunque, di un movimento meridionale. Ma i casi da citare sono tanti altri. Ecco, quindi, la domanda: un Paese che ha problemi di controllo del proprio territorio, delle sue istituzioni e persino di alcune parti della sua società come può pensare di confluire in maniera forte in una nuova dimensione metanazionale, molto più ampia e competitiva?
«Cioè, come mettere d'accordo globalizzazione con nazionalità? Ë vero: le strutture statuali italiani, sia quelle centrali sia quelle periferiche, non sono mai state forti. E, oggi più che mai, stanno mostrando la loro fragilità. Anche a non voler parlare della "pochezza" del dibattito e del confronto politico che pure caratterizza questa stagione, gli episodi recenti e concreti sono molti: la spazzatura a Napoli e in altre città del Sud, che i media stranieri hanno riportato con grande enfasi; i barconi dei clandestini respinti in mare, contro ogni spirito cristiano di accoglienza; il calo del commercio estero che sta mettendo in difficoltà il Made in Italy; la cronica arretratezza economica e finanziaria del Sud, dove le banche continuano ad essere praticamente assenti e quindi non forniscono capitali per investimenti, eccetera. Anche il terremoto dell'Aquila ha contribuito al malessere. Ma in questa situazione difficile non siamo certo soli. La globalizzazione sta irrompendo all'interno di tutte le frontiere. Soltanto Paesi fortemente in controllo della totalità del proprio territorio - geografico, economico, sociale - possono pensare di affrontare le sfide della globalizzazione continuando a governare da un centro che, spesso, è molto lontano dalle periferie. Ma non ne vedo tanti, di Paesi così».

L'Italia, però, ha un problema di identità nazionale tutto suo. Non nuovo certo. Ë quasi banale ricordare la celebre frase di Massimo d'Azeglio: "L'Italia è fatta, ora facciamo gli italiani". Auspicio che non è mai diventato realtà. Sono passati quasi due secoli e, all'improvviso, la crisi di identità nazionale appare più forte che mai.
«Sono un uomo del Nord e capisco i motivi che sollecitano e solleticano parti della società e della politica lombarda e settentrionale a spinte centrifughe, che oggi si stanno estendendo al Sud. Ma sono convinto che ciò non significhi che l'Italia non voglia rimanere e sentirsi unita. Solo che questa unità va ricercata in modelli e valenze diversi da quelli che ci hanno insegnato i libri di scuola. Perché non si dice mai, per esempio, che ben prima del Risorgimento c'erano idee e una comune cultura che già univano i "divisi" italiani? La cultura del Rinascimento, per esempio. E forse anche quella della straordinaria stagione precedente: il secolo dei Dante, Petrarca, Boccaccio. Certo, questo tipo di appartenenza e di unità è più vaga e apparentemente ha un minor collante rispetto a quello della tradizionale cittadinanza. Ma, a ben guardare, è in realtà più profonda, proprio perché è costruita attorno a un calderone, un melting pot di valori - e anche, certo, di disvalori che però contribuiscono pure loro a fare comunità e identità - creatisi in secoli di storia comune. Una storia che i confini e le dogane degli statarelli pre-unitari non erano riusciti a frantumare. Ecco perché dico che le "sparate" di alcuni politici del Nord o anche quelle più recenti di altri del Sud vanno storicamente lette soltanto come un rovesciamento dell'approccio che ci è stato insegnato finora. Non quindi: sentirsi italiani prima che settentrionali o meridionali. Bensì l'opposto: sentirsi italiani dopo che ci si è potuti sentire pienamente settentrionali o meridionali».

Ma oggi che i flussi migratori, legali e illegali, stanno cambiando per sempre il volto e la composizione dei paesi ricchi, tra i quali c'è l'Italia, non è limitante il volersi sentirsi settentrionali o meridionali sia pure per, poi, riconoscersi italiani?
«No, non è limitante. Perché anche i tanti figli di immigrati, la cosiddetta G2 o Generazione Due - di origine asiatica, africana, magrebina o est europea - seguono lo stesso percorso. Sanno e sentono di essere di una provenienza non italiana. Ma, poi, si riconoscono in quella italiana. Perché frequentano le scuole italiane, mangiano - magari non a casa - il cibo italiano, frequentano amici italiani e con loro fanno le stesse cose e hanno gli stessi comportamenti e modelli giovanili. E tifano per le squadre italiane. Un caso per tutti, eclatante e che spiega bene: la "nazionale" azzurra dei giovanissimi giocatori di cricket che ha vinto i campionati europei Under 15. Si tratta di uno sport che non è certamente della tradizione italiana ma di quella asiatica di derivazione anglosassone. E i giovani campioncini hanno tutti, tranne uno credo, nomi e cognomi asiatici: pakistani, indiani eccetera. Ma sono nati e/o cresciuti in Italia, per lo più nel Nord. Tant'è che parlano italiano con vari accenti padani. E, al momento della premiazione, hanno cantato convinti l'Inno di Mameli. Ë proprio questo, se vogliamo, il nocciolo del discorso che facciamo sulla "italicità". Che, ripeto - perché lo abbiamo già detto in continuazione - riguarda non soltanto chi vive nel territorio italiano ma anche quelli che stanno fuori e che di italiano hanno solo l'ascendenza. Guarda, per esempio, i militari e funzionari americani di origine italiana che, nel 1943, sbarcarono in Italia al servizio e con il passaporto di un'altra cittadinanza. Non ebbero mai alcuna tentazione di diserzione né mai, giustamente, pensarono di stare tradendo. Ma erano e sono italici».

Sì, ma questa tradizione culturale comune può bastare? Come la si utilizza politicamente per aggregare la nuova comunità degli italici?

«Questa è la vera sfida. Noi pensiamo che per farlo si debba farlo "dal basso". Le aggregazioni non possono essere imposte. Meno che mai in questa era di globalizzazione e di frontiere sempre più aperte, anche contro la volontà dei governanti. Una partenza dal basso, oggi, è quella elettronica. Il web si sta rivelando la vera risposta politica e democratica di questa era. E, per venire alla italicità, basta che tu pensi ai tanti siti in rete che affrontano l'italicità nei modi a loro più consoni. Magari nascono individualmente, per esigenze locali anzi glocali. Ma poi, lo stiamo vedendo, finiscono per l'entrare in contatto tra loro. E a non poter più fare finta che gli altri non ci sono. Se non altro, sono gli stessi motori di ricerca che alle parole "Italia", o "italicità" e via dicendo li accomunano, li mettono a confronto e li spingono verso l'aggregazione. Di cui non possono non tenere conto. Questi strumenti di localismo che emergono e vanno a porsi su uno stesso piano sono l'humus di una nuova politica. Così come, per dire, la passione per la cucina italiana è anch'essa un aggregante, altrettanto lo sono le nuove istituzioni che, non collocate in Italia ma fuori, sono però italiche perché di italicità si occupano. Un esempio fra tutti, ma ce ne sono tanti: il Calandra Institute di New York, le cui lezioni e i incontri si svolgono a New York ma ne possiamo essere a conoscenza tutti, grazie a internet. E da qui allo stimolare interventi di altri italici, per esempio dall'Australia, il passo è rapidissimo. Perché in rete non ci sono distanze. E' di questo che la politica deve occuparsi. Perché è attraverso queste nuove realtà e istituzioni che sempre più passano i grandi temi: della pace, dei rapporti internazionali, del dialogo tra le culture, del positivo confronto tra le religioni. E' una realtà in emersione che pochi politici hanno ancora capito. Per tornare agli italici, la loro aggregazione dà vita a un soggetto politico nuovo, non limitato ai confini nazionali. E, inevitabilmente, richiede una nuova statualità. E' evidente che la statualità corrisponde sempre alle finalità politiche che una singola comunità si pone. E' sempre successo in passato con la nascita di nuove nazioni, come quella statunitense, ma anche quella francese, italiana eccetera. E, a livelli più ampi, il discorso è lo stesso se si guarda alla nascita delle civilizzazioni transnazionali come quella anglosassone o ispanica».

E come sarà questa nuova statualità italica? Sarà innanzittutto virtuale, o almeno in parte visto che si forma partendo dalla rete anche se non solo?

«Sì, ma il punto non è tanto questo. Sarà una statualità del tutto diversa da quella che questo termine ha finora espresso. Certo, non si svilupperà sul territorio fisico come è avvenuto finora. Ma nemmeno sull'uso della violenza come strumento per affermare se stessa. Si svilupperà, invece, su una serie di poli attrattivi. In primo luogo: la comunicazione, lo scambio di informazioni, lo scambio di servizi. E poi si svilupperà sull'associazionismo finalizzato alla realizzazione di compiti e/o interessi comuni. Quindi, proprio per la diversità sia del nuovo "territorio" sia delle finalità, è chiaro che l'aggregazione non avverrà dall'alto, sotto la spinta e il controllo di uno Stato o di una istituzione centrale e centralizzante. Anche il modello Onu, per dire, non va più bene. Il collante più "esterno" che ci potrà essere sarà quello delle reti già esistenti: le reti regionali e di linguaggio/dialetto ma, anche, le reti di eventi associativi - culturali, economici, di stili, di cucina e pure di tradizioni folcloristiche che, al di là di quanto si possa pensare, sono invece importanti ai fini dell'aggregazione e del sentirsi parte di una comunità. Pensa al Columbus Day, per esempio: non è certo soltanto una parata sulla Quinta Avenue. Un collante per questa nuova comunità - non solo quella italica, in questo caso - verrà anche da quelle che chiamo le "funzioni" : l'impegno verso il clima, il miglior utilizzo dell'acqua, la lotta alla fame, la gestione delle nuove mobilità. I politici che capiranno tutto questo avranno davanti degli anni davvero stimolanti».