Italiani in America

Miracolo a Virginia City

di Generoso d’Agnese

Vivere a Virginia City, nel Montana, era davvero impresa difficile negli anni '60 dell'Ottocento.  Città di frontiera per eccellenza, aveva nel proprio nome l'unico tratto gentile, illudendo il viaggiatore di passaggio con la sua malcelata esuberanza. In realtà  quell'ammasso informe di casupole di legno tenute insieme dalla sottile, fangosa  linea stradale, era un covo di gente senza troppi scrupoli, in gran parte cercatori d'oro inselvatichiti da una vita aspra e gretta, pronti a tutto per soddisfare il loro sogno personale di ricchezza. Pionieri della costa orientale in cerca di nuovi territori da colonizzare, scalcagnati allevatori boemi, robusti contadini tedeschi, iracondi manovali irlandesi e fantasiosi artigiani italiani sfiniti da una continua e sfibrante corsa verso la grande occasione: era questa la variegata e lacera umanità che si presentò alla vista del giovane prete in abiti neri, capitato nel disarticolato groviglio urbano nei giorni finali dell'anno solare.

Padre Giuseppe Giorda aveva fondato una missione (San Pietro) lungo il corso del fiume Missouri  e nei suoi primi anni americani era entrato in simbiosi con i nativi del grande Nordovest continentale. In quell'aspro territorio che un giorno sarebbe diventato il parco nazionale dello Yellowstone, l'uomo di chiesa aveva condiviso il suo bivacco con i pellerossa Coeur 'Alène e aveva lavorato, con un manipolo di "preti di frontiera",  intorno a una serie di dizionari e grammatiche delle lingue autoctone. Ma tutte le energie spese in quella faticosa opera linguistica, tutte le fatiche superate nell'attraversare territori segnati dall'incontaminata natura, le sofferenze patite nel selvaggio Nordovest e le torture inflitte dagli indiani ostili anche ai più miti degli uomini bianchi, non avrebbe eguagliato lo scoramento provato da Farnese in quei pungenti giorni di inizio inverno a Virginia City.

Giuseppe Giorda era un uomo di ferro. La sua tunica nera lo indicava alla gente come "blackrobe" e per gli uomini della frontiera lui era un vero soldato di Dio. L'italiano era uomo di Dio ma anche uomo di cultura e per entrambi si era sempre battuto nei suoi anni nel Nordovest. Ma in quella città tra le montagne non c'era una chiesa per celebrare il Natale. Non avevano tempo per Dio gli uomini in cerca del metallo giallo. Tra uno scavo e un ritrovamento, la famelica umanità si eliminava l'un l'altra senza tanti perché, e nel domani di ognuno c'era semplicemente... il domani e, con un po' di fortuna, la fatidica pepita dell'oro.

Quegli uomini senza anima scrutarono con astio l'esile uomo in logori abiti neri, in sella a un piccolo asino, in cerca di amici di fede. Non erano indiani dal cuore di spirito, gli avventurieri di Virginia City, forse non erano più nemmeno uomini, vi assomigliavano soltanto nelle forme esteriori; questo almeno nei pensieri del tenace "blackrobe". Ma c'era pur sempre qualche italica voce tra le tante smorfie sfatte di alcool e fatica del primitivo Montana e le loro baracche non potevano sfuggire all'occhio dell'uomo di Dio. Peperoncini e corone di aglio indicarono la strada allo sfinito missionario e nelle case profumate di sugo egli trovò la sua prima capanna ristoratrice del corpo.  In quel granello di mondo, circondato dalle forze soverchianti della natura, anche un piatto di pasta odorava di casa.

C'erano pochi giorni per il Santo Natale e non una chiesa per le anime sparse e disperse del freddo Montana. Soprattutto non c'era la voglia di fermare i pensieri alla Natività del Signore.
Padre Giorda non fermò la sua lingua e le sue gambe, in quei tristi momenti di fede. Ma nella vigilia del Santo Natale il piccolo grande uomo in tunica nera rimaneva solo con il suo Vangelo di fede, sul limitare del bosco, a contemplare la Natura brutale che nella stessa tempra aveva trasformato le anime perse di quella fetta di mondo.

La voce si sparse infine tra i clienti di un bar cittadino. Alcuni di questi, non disdegnando una bevuta di whisky in onore dell'impegno, decisero di chiamare in causa Thomas Francis Meagher, un possente irlandese facente funzione di governatore del Montana. Ascoltato il loro appello, Meagher aderì allo sforzo di raccogliere più oro possibile per affittare un teatro all'incrocio tra via Wallace e via Jackson già impegnato per una compagnia di varietà. Con modi rudi e spicci, gli attori vennero invitati a riposare per una settimana e nel giro di 24 ore uomini di tutte le etnie e di tutti i mestieri trasformò il teatro. Scomparvero le scritte allegre, l'interno fu ridipinto, altri uomini costruirono l'altare, la balaustra della comunione, il confessionale.
 La prima chiesa di Virginia City fu pronta per la messa di mezzanotte ma non riuscì a contenere tutti i fedeli accorsi: molti si inginocchiarono sulla neve, ascoltando la funzione impassibili all'inclemenza del tempo. Il Natale aveva avuto il suo miracolo. Uomini rozzi e dannati chiesero grazia dei loro peccati al piccolo uomo in tunica nera. La città del peccato aveva pagato con polvere d'oro la sua prima chiesa, e aveva pagato con l'amore l'acquisto del loro primo parroco.

Padre Giorda, invitato dagli abitanti di Virginia City, si fermò in città per quasi vent'anni e rifiutò con modestia la mitra vescovile offertagli a Roma: imparato con grande fatica i rudimenti dell'inglese, il torinese continuò il suo apostolato tra i Nasi Forati, insegnando la catechesi al grande Capo Giuseppe, e predicò in sei lingue diverse tra gli indiani Flathead (Testepiatte) e i bellicosi Blackfoot. Fu scelto come cappellano della seconda Legislatura territoriale del Montana e i Nativi lo chiamarono "Capo Romano". Insieme a Mengarini e a Bandini, Giorda redasse il Kalispel Dictionary e pubblicò il Varrative from the Holy Scripture in Kalispel. Anche gli indiani poterono finalmente leggere e comprendere le Sacre Scritture.