SPETTACOLO & ARTE/La macchina dei sogni

di Silvia P. Mazza

Manovra a vista, segreti del mestiere svelati e messi a nudo, il piccolo boccascena senza i confini ristretti del tradizionale Teatro dell'Opra. Ecco come nel ventunesimo secolo si rinnova e continua la sua straordinaria tradizione lo spettacolo che mette ancora in scena i famosi Pupi siciliani, inventati nei primi decenni dell'Ottocento per rappresentare le guerre e gli amori dei paladini di Francia. L'attrattiva di trame che raccontavano di mondi e personaggi tanto lontani dagli spettatori isolani dell'epoca lascia il posto al fascino dei segreti del mestiere alla fine svelati.

L'operazione è resa possibile perché, per la prima volta, gli opranti-pupari e i pupi condividono fisicamente la scena.  La "rivoluzione" avviene dall'interno, essendo compiuta da uno che le carte in regola ce le ha per permettersi anche questa azzardata novità: Mimmo Cuticchio, nato a Gela il 30 marzo del 1948, è il più importante erede della tradizione dei cuntisti (dal termine dialettale "cunto", racconto) siciliani.
Figlio del noto puparo Giacomo Cuticchio, nel 1973 apre a Palermo il Teatro dei Pupi Santa Rosalia, mentre nel 1977 fonda l'Associazione figli d'Arte Cuticchio, che si prefigge di salvaguardare l'arte dell'opera dei pupi. Una grande passione, quella per le tipiche marionette, che gli ha guadagnato, tra l'altro, una breve comparsa ne "Il Padrino - Parte III", di Francis Ford Coppola.

L'ultima trovata di Mimmo la si potrà apprezzare nel suo nuovo spettacolo dal titolo "Tancredi e Clorinda", che apre la XXVI edizione de "La Macchina dei Sogni", il festival che dal 29 luglio al 9 agosto trasforma ancora una volta il centro madonita di Polizzi Generosa (Palermo) in un palcoscenico en plein air, dove si incontreranno opranti-pupari e numerose compagnie di teatro, italiane e straniere, che metteranno in evidenza le strutture fondamentali del teatro popolare e, nello stesso tempo, le somiglianze e le differenze semanticamente significative che, attraverso la musica antica, le marionette, la messa in scena sonora, hanno una corrispondenza con la tradizione epico-cavalleresca.

"Tancredi e Clorinda" offrirà anche altre idee originali già sperimentate in precedenza, come quella di unire pupi, canto lirico e musica classica (di Monteverdi, orchestrata dall'Associazione per la Musica Antica Antonio Il Verso). D'altra parte, Mimmo Cuticchio, nella costruzione di uno spettacolo, non è nuovo nemmeno alla contaminazione di altre tecniche artistiche e poetiche.
Per chi non ha mai assistito ad uno spettacolo del genere sarà forse interessante entrare, anche se solo attraverso la "deminutio" consentita da queste poche righe, nei suoi meccanismi per cercare di cogliere un barlume della capacità attrattiva che era in grado di esercitare una volta.
Serviamoci, dunque, della nuova produzione di Mimmo. La struttura narrativa e drammatica, pur nella semplicità costruttiva, segue due livelli e due piani di rappresentazione: quello popolare, che accoglie compiutamente la tecnica dell'improvvisazione su un canovaccio ben definito, e quello dell'esecuzione musicale del "Combattimento di Tancredi e Clorinda" di Monteverdi.

E in due parti è strutturato anche lo spettacolo, dove l'una introduce l'altra. I pupi agiscono, nella prima parte, raccontando l'antefatto del canto XII della "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso (1544-1595)  ovvero dal Consiglio di Goffredo di Buglione alle battaglie sotto le mura di Gerusalemme.
Nella seconda parte, durante il "Combattimento di Tancredi e Clorinda" di Monteverdi, lo spettacolo prevede un'azione scenica con i pupi che renderanno "visibili" i versi del Tasso (nel 1096 i Normanni di Sicilia partecipano alla prima Crociata, per liberare la Palestina, la "Terra Santa", dal dominio musulmano: loro duce è Tancredi, figlio di Emma d'Altavilla, la sorella minore di Roberto il Guiscardo e di Ruggero I: cugino  primo quindi di re Ruggero. Nella "Gerusalemme Liberata" è celebrato come invincibile guerriero e come fulcro d'un triangolo, tra due principesse musulmane: di lui, e della sua magnanima clemenza, si innamora Erminia, figlia del re d'Antiochia; ma egli ama invece Clorinda, fortissima guerriera avversaria).

Dinanzi alla drammaticità della vicenda affidata al canto, i pupi diventano speculari all'uomo: è il meta teatro, il  teatro nel teatro. Il motivo delle armi (battaglie collettive d'eserciti e duelli) si intreccia con il motivo dell'amore in crescendo spesso drammatici ed appassionati, che trovano proprio nel combattimento fra Tancredi e Clorinda la rappresentazione più perfetta e sublime. L'intreccio tra il canto e il racconto visualizzato consentirà di vivere l'esperienza di un'immersione totale nell'arte dei pupi, della musica e del canto.

Il "Combattimento di Tancredi e Clorinda" (narrato nel canto XII del poema del Tasso, alle stanze 52-62 e 64-68, intonate da Claudio Monteverdi) avviene di notte: al buio e senza testimoni. Ella, in armatura negra, tentava di rientrar di soppiatto a Gerusalemme, dopo aver incendiato la gran torre dei Crociati assedianti. Ma Tancredi la coglie: "Vuol ne l'armi provarla: un uom la stima \ Degno a cui sua virtù si paragone" (XII, 52).Stupito dalla sua forza valorosa, l'invita a dichiararsi, ma ella rifiuta; e il duello riprende con maggior vigore. L'opera conclude i "Madrigali guerrieri" di Monteverdi: guerre d'amore; ma qui amore, guerra e morte sono strettamente commisti: "D'or in or più si mesce e più ristretta \ si fa la pugna, e spada oprar non giova: \ dansi co' pomi, e infelloniti e crudi \ cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi. \\ "Tre volte il cavalier la donna stringe \ con le robuste braccia, ed altrettante \ da quei nodi tenaci ella si scinge, \ nodi di fer nemico e non d'amante. \\ [...] \\ "Spinge egli il ferro nel bel sen di punta \ che vi s'immerge e il sangue avido beve" (XII: 56, 57 e 64).

Clorinda, figlia del re moro d'Etiopia, era nata cristiana, ma bianca; la regina, temendo d'esser accusata d'adulterio, l'aveva affidata al suo eunuco egiziano Arsete, e l'aveva sostituita con una negretta. Arsete era fuggito con la bimba bianca e bionda in Egitto, sua patria: le aveva fatto da padre e l'aveva cresciuta nella fede musulmana; ma vedendola quella sera uscire dalla città con "l'armi cangiate" e consapevole "del gran rischio... ove ella gía" (XII, 19), per dissuaderla le aveva svelato il segreto della sua nascita. Così ella, sentendosi morire, perdona e chiede non solo perdono ma anche il battesimo, "ch'ogni mia colpa lave" (XII, 66).
Negli stessi giorni del festival "La Macchina dei Sogni", una mostra, allestita nell'Auditorium San Francesco che accoglie alcuni dei più importanti pittori d'Opra di area palermitana, rivelerà come la complessa tessitura di storie cavalleresche, religiose, eroiche, leggendarie che s'intrecciavano nel Teatro dei pupi trovava essenzialità espressiva e decorativa nella semplicità pittorica di cartelloni e fondali.
I cartelloni, dotazione necessaria del "mestiere" di un oprante-puparo, servivano a segnalare, appesi nella vicina piazza, la presenza del Teatro dei pupi e, soprattutto, ad informare il pubblico sull'episodio che si sarebbe rappresentato la sera. I pittori li realizzavano su commissione degli opranti, rispettando rigorosamente le sequenze cronologiche delle rappresentazioni cicliche. I soggetti, dipinti nei vari scacchi, avevano per tema le vicende più amate, in modo da sollecitare l'interesse del pubblico.