N.J. \ Vizi, virtù e miti mediterranei “visti” da Shakespeare e Molière

di Franco Borrelli

Mito e mistero, amori e passioni, fantasia e realtà, tradimenti e paure, solitudini e gioia di vivere, quel che è e quel che dovrebbe essere sono sin dai tempi della tragedia greca motivi conduttori del teatro. Mettere in scena, convincentemente, gli uomini con la multiformità delle loro tensioni e pulsioni è, poi, compito dei grandi in assoluto, come Shakespeare e Molière ad esempio. Un piacere e una lezione (non solo morale) è quanto ci viene dalle loro parole e dalle situazioni da essi illustrate; è un po' come guardarsi allo specchio e ritrovarvi, sorprendentemente, vizi e virtù di cui si è tutti, più o meno coscientemente, portatori ed attori.

Sapiente e divertente esempio di ciò ci vien da "La tempesta" dell'inglese e da "La scuola delle mogli" del francese, attualmente sulle scene dello Shakespeare Theatre of New Jersey: il primo capolavoro "chiude" oggi, mentre il secondo verrà dato fino al 2 agosto p.v. (tel.  973\408-5600). Il primo sotto le stelle e tra gli alberi che fan corona al teatro greco del St. Elizabeth College, il secondo al Kirby Theatre della Drew University (entrambi a Madison).

Ciò che non si può spiegare con la ragione, le cose nascoste dell'esistere vanno ad arricchire la memoria mitologica che, per catarsi, porta gli uomini a conoscersi (forse) un po' meglio, conducendoli altresì a una sorta di rinascita-purificazione universale. Di ciò si fa allegoria, ironica drammatica e intensa, proprio «The Tempest», sorta di testamento spirituale di Shakespeare (è la sua penultima fatica teatrale) qui coinvolgentemente diretto da Joe Discher che si avvale di un cast affiatatissimo e travolgente che nel Prospero di A. Bernard Cummins, nella dolce romantica Miranda di Rachel Mewbron, nell'Ariel di Joel La Fuente e nel Caliban di Mark Mineart trova le sue punte di diamante.

Tra magìe e memorie (la storia del re Alonso di Napoli e del duca di Milano Antonio), Prospero titanicamente si fa creatore di personaggi e ne svolge i destini, saggio vecchio autoritratto del suo creatore Shakespeare che sa indirizzare odi e violenze verso un regno di giustizia e d'innocenza ove si celebra l'amore fra i giovani (Miranda e Ferdinando). Una follia, un sogno o, semplicemente, un augurio? Tutto può essere, come pure una confessione di debolezza e di impotenza dinanzi all'inevitabile dell'essere. Celebrato, comunque, con un lieto finale e con la composizione di contraddizioni e diversità.

Stessa cosa accade, anche se in tempi e modi diversi, con la molieriana «The School of Wives», al Kirby diretta con buona tensione da Brian B. Crowe. Scandalosa per temi, connotati morali e denuncia di difetti e leggerezze sociali, questa "Scuola" è un testo ambiguo (patologico anche) e anch'esso autobiografico: Molière infatti, nella vita reale, pare si sia trovato a vivere una situazione simile a quella del tutore Arnolfo (Bruce Cromer) che fa "crescere" lontano dalle tentazioni l'innocente Agnese (Erin Partin, che pare uscire dai "Racconti di Hoffman" di Offenbach) per poi poterla sposare senza correre il rischio d'esser tradito.
Differenza d'età e modi di vivere e concepire la vita svolgono poi la storia in maniera diversa da quella progettata, con la giovane che s'innamora e poi sposa il giovane Orazio (Jon Barker). Gelosia e ragione la fanno qui da padrone, divertenti nell'intreccio e tipiche espressioni d'una commedia che risale a un certo Plauto. Scandali e arguzia la dominano, con uomini e donne messi alla berlina, e con psicologie che fanno sì sorridere ma che non si discostano poi molto dalla realtà che tutti, in ogni epoca e geografia, si vive.