SPECIALE/ISTRUZIONE/L’italiano, mon amour

di Florence Leclerc-Dickler*

La mia lingua materna è il francese, benché dopo otto anni negli Stati Uniti, mi sorprenda a mescolare parole francesi con espressioni e parole inglesi e non del tutto kosher per chi dedica la sua vita alla difesa della lingua di Molière.

Se avete letto l'articolo della mia collega, Rita Pasqui, a giugno, avrete capito bene il fenomeno dell'itanglese. Esiste lo stesso fenomeno in francese, ma le reazioni critiche sono più vive visto che il francese, lingua e persona, si sente stranamente minacciato dall'interferenza di parole straniere e reagisce con parole francesi equivalenti, ma ignorate dalla maggioranza.  All'epoca del "walkman", i francesi avevano inventato la parola "baladeur" per evitare a tutti costi l'invasione dell'inglese nella vita quotidiana di tutti i giovani che andavano in giro ("se balader" = andare in giro) ascoltando musica.  Più recentemente, i francesi hanno deciso che il nuovo nemico è l'email che hanno battezzato ‘courriel". "Mi dai il tuo "courriel"? Suona quasi come se facessimo parte di un gruppo ultra esclusivo con codici segreti.

Siccome parlo alcune lingue, il messaggio e la comunicazione mi sembrano più importanti dell'impermeabilità di una lingua all'influenza di altre lingue e culture. L'italiano l'ho imparato a Roma mentre andavo al liceo francese Chateaubriand. A quell'epoca, dall'Italia, oltre la bella lingua di Dante, mi ero anche portata un bel ragazzo romano. Il ragazzo l'avevo presentato alla nonna che sempre mi chiedeva quando parlavo l'italiano: "Ma perche parli così forte quando parli l'italiano?". Sicuramente, le avrò risposto che non era vero, che queste cose se le immaginava lei perche non mi capiva quando parlavo con il mio bel Enrico. Comunque, vent'anni sono trascorsi. Nel frattempo, Enrico è tornato a Roma ed io ho anche imparato lo spagnolo ed il portoghese. E ora mi rendo conto che mia nonna aveva ragione quando mi rimproverava di parlare a voce troppo alta quando mi esprimevo in italiano. E lo faccio ancora! Eppure quelli a cui parlo non sono sordi...allora che sarà? Sarà che la lingua in cui ci si esprime cambia il modo di comunicare con gli altri ed il modo di essere percepiti dagli altri. Perché in francese assolumente non si deve parlare ad alta voce. Mi ricordo anche mia mamma che mi diceva: "Tu non vendi il pesce, non hai bisogno di parlare cosi forte!" Parlare ad alta voce era dunque considerato inaccettabile per una ragazza educata. E allora che succede quando si parla in italiano? Come si spiega questo innalzamento del volume della voce? Non è che venda il pesce fresco del Mar Mediterraneo...A pensarci bene, non è solo il tono ed il volume della voce che cambiano secondo la lingua che si usa, il cambiamento e addirittura più profondo. L'italiano permette di sentire e vivere le emozioni a fior di pelle e man mano che aumenta il volume della voce, cominciano ad agitarsi le mani ed il corpo intero, incluso il cuore.

E con l'inglese, che succede? Quando a Ginevra facevo gli studi di interpretariato dall'inglese al francese, una delle grandi difficoltà era la semplicità con cui si esprimevano i relatori anglofoni che avevo il compito di tradurre. Traducendo in maniera letterale, il loro discorso appariva quasi un insulto alle orecchie del pubblico francese che attendeva la mia traduzione. "Ma come, non sono mica stupido! Mi potete anche parlare in modo astratto." Per gli inglesi o gli americani, era (credo) una questione di chiarezza del messaggio. Invece per i francesi, parlare in modo semplice e concreto costituiva un'offesa quasi mortale. Mi ricordo ancora dell'angoscia che provavo quando dovevo interpretare gli oratori inglesi o americani. Avevo pochi secondi per elevare il livello del loro discorso affinché i francesi si sentissero a loro agio in quell'ambito in cui le parole contano più del contenuto.

Un'altra cosa interessante con l'inglese è l'abuso di parole d'amore o tenerezza che in francese si usano solo con l'amante o forse anche il marito duranti i primi anni di matrimonio. Gli americani dicono: "I love you" alla madre, alla sorella, all'amica, al cane e, fra gli altri, anche alla moglie o al marito... Ma a chi non lo diranno? Attaccano il telefono con la zia e lo dicono. Ai miei studenti francesi spiego che in francese questo non si fa, nemmeno si pensa. Dire alla sorella: "Je t'aime" (I love you) è come ammettere un peccato mortale. Ed alla sorella, che cosa si può dire? In francese, niente, non si parla d'amore con la sorella. La sorella lo sa che il fratello le vuole bene. Non c'è bisogno di dirglielo.

Questi fenomeni che ho descritto mi conducono a interrogarmi sull'identità di un parlante plurilingue, poiché dalla mia esperienza parlare un'altra lingua significa mettersi ‘nei panni di un altro' e in un certo senso acquisirne la personalità. Dunque, un parlante plurilingue ha, in un certo senso, una personalità multipla, poiché, a seconda della lingua che parla, entra in una cultura ‘altra' modificando i propri atteggiamenti, modi di fare, gesti, insomma tutti quei tratti non verbali che però fanno parte integrante della comunicazione. Per illustrare questo concetto, vorrei tornare al tema dell'uso di parole d'amore e tenerezza in inglese. Come ho notato prima, queste parole non si dicono in francese salvo con il marito, la moglie o l'amante. Non mi piace neanche quando mio marito mi dice "I love you" al telefono o quando esce di casa la mattina perché, come è noto, le espressioni troppo frequenti sono quelle più esposte all'usura e di conseguenza alla perdita del significato. Proprio perché mio marito me lo ripete troppo spesso, il suo sia pur affettuoso I love you non trasmette più l'intensità dei sentimenti che "je t'aime" ancora possiede nella lingua francese. Eppure, anche se la francesina che ancora è in me considera semanticamente vuoto questo I love you ripetuto ad nauseam anche ai muri, mi sorprendo quando mi accorgo di usarle anch'io al telefono. Infatti, potrei dire "I love you" alla mia vicina! Credo dunque che vivere in questo ambiente, in una cultura distante dalla mia, e parlarne la sua lingua mi ha profondamente influenzato: quando parlo inglese, divento ‘qualcun altro'; parlare un'altra lingua mi permette di rivelare un'altra parte di me negata dalla lingua francese. Parlare un'altra lingua diventa uno strumento di liberazione, aprendo aree di sé stessi ignorate e mai scoperte. Per tornare all'esempio del volume della voce, di come parlo ad alta voce in italiano senza ricordare il monito della mamma ("Non vendi il pesce!"), si può considerare la possibilità di parlare ad alta voce come una forza esuberante, liberatrice, priva della colpa di non compartarsi secondo le regole protocollari definite dalla società ed espresse attraverso la lingua materna.  

In poche parole, quest'osservazione ribadisce l'importanza di studiare altre lingue, non solo per motivi pratici, accademici o professionali ma anche per liberare l'anima ed il cuore.

*Serie curata dagli insegnanti della Università The New School: Caterina Bertolotto, Giuseppe Manca, Francesca Magnani, Rita Pasqui, Stefano Vaccara, Gina Vutera.
Per maggiori informazioni sui corsi alla New School Tel. 212 229 5676
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