PRIMO PIANO/SPETTACOLI/Servillo e la potenza del teatro

di Laura Caparrotti

I grandi testi, scritti da grandi autori, ci fanno riflettere sulle nostre vite, su scelte, emozioni e ragioni; i grandi registi permettono di farci leggere con i nostri occhi, con la nostra mente, quei grandi capolavori, ponendoceli davanti in maniera discreta, in modo tale da invitare alla riflessione, senza imporre alcun punto di vista. La regia di Toni Servillo della Trilogia della Villeggiatura è dunque un capolavoro quanto il testo stesso. Le tre parti si susseguono come i colori di un giorno, raccontando i cambiamenti degli animi come quelli della luce di un'alba che arriva a essere sole pieno per finire in un tramonto. La sua regia da modo di scoprire i dubbi dell'animo di Giacinta, di soffrire delle scelte forzate o meno dei personaggi principali e di rimanere con un pugno nello stomaco alla fine, quando sull'abbraccio quasi robotizzato di Giacinta al futuro marito che ella non ama, ma che sposa ugualmente, le luci - ora fredde e spietate - si chiudono in un colpo solo, quasi fosse la lama di una ghigliottina. Questa regia ci da l'opportunità di rileggere Goldoni, di ricordarci quale immenso scrittore sia, quanto sia realmente attuale e quanto in lui ci sia degli scrittori del passato e di quelli a venire. Il discorso della ragione contro il cuore di  Giacinta ci ha riportato a quello della corda pazza e corda della ragione di Ciampa ne "Il berretto a sonagli" di Pirandello. Immagini fra la prima e la seconda parte risuonano di certe stilizzazioni zen -usiamo il termine semplificando al massimo - presenti in Strehler, ad esempio nella messa in scena del "Re Lear" con Tino Buazzelli. Insomma la storia degli uomini - il coraggio delle scelte, di fare ciò che sembra giusto al cuore e non seguendo una finta ragione fin troppo codarda - legata alla storia del teatro, del pensiero, dell'introspezione.

In questi giorni, Toni Servillo ha avuto modo di raccontare il suo incontro con Goldoni, il suo amore per il teatro e l'importanza di un testo come la Trilogia. Lo abbiamo seguito quando ha incontrato i partecipanti al Directors' Lab del Lincoln Center, quando ha parlato ai giornalisti e quando ha dialogato con il pubblico dell'Istituto Italiano di Cultura a New York. Quello che ha detto ha secondo noi un significato profondo, soprattutto in un'epoca in cui sembra che certi discorsi, certe parole, certe emozioni siano non solo fuori moda, ma persino imbarazzanti. Per questo motivo riportiamo, in maniera quasi letterale, i suoi pensieri, convinti che faranno bene a molti.

Parlando di teatro: «Il teatro ha ancora lo scandalo della presenza viva, del corpo. Della possibilità di poter condividere in diretta pensieri e emozioni in una sala con gli spettatori. Io ho scoperto il teatro vedendo una compagnia russa da ragazzino a Napoli, recitavano "I Bassifondi" di Gorky; non capivo esattamente quello che dicevano, ma rimasi incantato dal loro modo di stare insieme, di mangiare, di innamorarsi, di odiare, di seguire le ambizioni, di interpretare il destino. E questo è quello che il teatro racconta. Questa è la sua grande potenza antropologica che fa sì che l'uno si interessi all'altro. Questo testo poi ( la Trilogia della Villeggiatura, ndr.), che in America è probabilmente rappresentato per la prima volta, è da considerare fra i grandi capolavori di Goldoni. Goldoni forse è pensato ancora semplicemente il riformatore della Commedia dell'Arte, invece è l'autore di grandi capolavori che si iscrivono in una cultura più generale del Settecento, capaci di offrire un ritratto spietato e lucido della borghesia del suo tempo che corrisponde molto alla borghesia attuale, italiana e non solo. Al fondo di questo capolavoro goldoniano esiste un messaggio transnazionale e transepocale, vale a dire vivere al di sopra delle proprie possibilità non solo economiche, ma anche intellettuali e morali rappresenta una catastrofe. Rappresenta qualche cosa che porta una comunità alla deriva. A New York ho notato che, a differenza di una certa acriticità diffusa in Italia nel fare i conti con le responsabilità della propria storia, il pubblico ponesse molta attenzione a tutte le punteggiature che Goldoni metteva riguardo a ciò che una crisi impellente di carattere economico portasse come compromesso alle scelte di vita di questi personaggi. Grazie al testo e al nostro impegno nel recitarlo, credo si possano superare i confini nazionali: il teatro ritorna alla condizione naturale di anonima bellezza, cioè il teatro s'incontra quando succede qualcosa fra due comunità, che condividono in un'assemblea fatta dagli attori e dal pubblico un pensiero, un'emozione e si va a casa con il cuore un po' più caldo e con il cervello un po' più in attività».

Su "La Trilogia della Villeggiatura": «La Trilogia è un capolavoro di architettura drammaturgica, nel senso che sono tre testi, che l'autore ha scritto separati, ma con la speranza che venissero rappresentati tutti e tre in un'unica serata. E' una di quelle occasioni in cui il teatro si distende in un tempo che ha del romanzesco e quindi come accade nei romanzi, si conoscono i personaggi in un certo modo, sotto i nostri occhi cambiano attraverso le vicende che accadono e si congedano da noi completamente diversi da come li abbiamo conosciuti. Il primo a mettere in scena questi tre testi fu Giorgio Strehler con il Piccolo teatro di Milano; le cronache del tempo raccontano che lui aveva dato una visione cecoviana di questo testo, come voler significare un cambiamento epocale, che avveniva nella trasformazione di questa borghesia, e in cui Giacinta era dipinta come vittima di questo cambiamento. Nella nostra edizione, forse più cinica e meno malinconica, diamo una lettura di Giacinta come un personaggio corresponsabile del suo destino, che non è capace di affrontare un cambiamento che pure la vita gli offre, ma si accomoda nelle secche dell'atteggiamento convenzionale che la sua classe di appartenenza le impone e alla quale lei per ignavia intellettuale, emotiva, spirituale non riesce ad opporsi. Un finale in minore, quindi, che secondo me oggi racconta drammaticamente qualche cosa che riconosciamo più evidente nell'empasse di certe generazioni che si affacciano e che devono affrontare la vita. La protagonista si trova nel corso della sua vita davanti alla possibilità offertale dal destino di cambiamento, ma questo rinnovamento impone scelte coraggiose e soprattutto un forte dissidio fra ragione e sentimenti; lei non impugna con coraggio questa possibilità di cambiamento e affida a qualcun altro, nel nostro caso ad un tutore, un padre, la possibilità che apparentemente le cose cambino perché sostanzialmente restino sempre le stesse. Questa credo sia la nota profondamente malinconica che in una atmosfera invece di estrema leggerezza di eloquio, di tessitura linguistica, di atmosfera tipicamente goldoniane lo fanno secondo più vicino a Mozart, che non a Checkov».

Su Goldoni e non su Servillo: «Io insisto a parlare di Goldoni e non di me, perché trovo che Goldoni abbia dato alla cultura italiana molto più di quanto abbia fatto io. Ci troviamo davanti a geni come Goldoni o come Mozart e continuo a citare Mozart perché i due si conoscevano molto bene. Nelle rispettive biblioteche sono stati trovati testi dell'uno e dell'altro e non bisogna dimenticare che, nella sua infinita produzione, Goldoni ha scritto più libretti d'opera che teatro. In Goldoni come in Mozart c'è uno sguardo dall'alto, che non prende parte, come qualche cosa di divino. Anche ne "Le Nozze di Figaro" non sappiamo da che parte stare. Alle volte pensiamo che la vita sarebbe bella vissuta come Susanna, qualche volta rimpiangiamo di non essere stati Cherubino tutta la vita, qualche volta ci arrabbiamo come il Conte, qualche volta viviamo le malinconie come la Contessa. Mozart li mette tutti insieme in un boschetto alla fine e li confonde, confonde le fisionomie dell' uno con l'altro in questo chiaroscuro che ci rende indistinti e fa finire l'opera con un corale citato con estrema chiarezza dalla  musica sacra, perché rimette tutto nelle mani di qualche cosa che ci rende limitati in quanto uomini e ci fa pensare alla nostra vita come a qualche cosa di misterioso. Questa è la ragione per cui i geni come Goldoni sanno guardare nella profondità della comicità quanto c'è di tragico. Questa è la grandezza dei grandi comici, come Goldoni, Molière, Marivaux che sapevano offrire l'altra faccia della medaglia, saper far guardare la gravità nella leggerezza, la leggerezza nella gravità».