Che si dice in Italia

CHE SI DICE IN ITALIA/Chissà le risate di Indro

di Gabriella Patti

Il giornalismo italiano si rinnova e si svecchia. Finalmente una buona notizia, direte. Invece, trattandosi di questa Italia, è solo una bufala, l'ennesima. Spiegazione: dopo oltre quattro anni dalla scadenza dell'ultimo contratto nazionale, il sindacato dei giornalisti è riuscito a firmare un nuovo accordo collettivo con gli editori. Un accordo pessimo, con due soli punti buoni. Il primo: avere un contratto, per quanto brutto, è sempre meglio che non averlo. Il secondo: il lavoro dei redattori che operano su internet e nei siti web è stato alla buon ora equiparato a quello dei giornalisti tradizionali, della carta stampata e delle radio-tv. Niente più giornalisti di serie A e di serie B, insomma. Per il resto, il nuovo contratto è veramente disastroso.

Ed eccoci al punto iniziale: lo svecchiamento. D'ora in poi i giornalisti che lavorano nelle testate in crisi, cioè: tutte o quasi verranno mandati in pensione o fortemente "convinti" ad accettare il prepensionamento a... (tenetevi forte) 58 anni, purché abbiano raggiunto il numero minimo di contributi per la pensione. E' un errore macroscopico: sociale, politico, economico, professionale. Intorno ai 60 anni la mente normalmente raggiunge la propria pienezza. Tranne, appare ovvio, quella dei sindacalisti italiani. Sociologi, politologi, politici, economisti internazionali (e il sano buon senso) hanno scoperto da tempo che oramai si resta giovani più a lungo e che, per evitare squilibri sociali e anche per non far affondare i bilanci, è meglio andare in pensione il più tardi possibile. Anche in Italia il capo del governo dice le stesse cose. E obiettivamente - piaccia o non piaccia il signore in questione - le dimostra di persona. Aggiunge, il responsabile del nostro esecutivo, che si deve premiare il merito, cioè qualità e bravura della persone. Giusto. Ebbene, nelle redazioni italiane in queste settimane è tutto un frenetico e ansioso interrogarsi: "Quanti anni ha quel collega?". Il nuovo "merito" è anagrafico: se si hanno 57 anni e 11 mesi si è bravi. Un mese dopo: andare a casa. Risultato: stanno per "lasciare" le newsroom giornalisti di prestigio e di indubbia capacità. E, magari, restano delle mezze schiappe con la sola grande qualità di essere nati l'anno giusto (per ora, perché è chiaro che poi toccherà anche a loro). Agli editori non importa tutto questo scempio e distruzione di professionalità in un mestiere che, nonostante i suoi difetti, resta indispensabile per la democrazia. E men che meno importa al capo del governo che, tra le tante cose che fa, è anche proprietario di un impero editoriale e multimediale. Gli editori guardano solo ai numeri per risparmiare e salvarsi da questa crisi che, nessuno lo nega, c'è ed è pesante.   

E ora arriviamo al capolavoro dell'ipocrisia. Questo sciagurato contratto è stato presentato dal sindacato come "un patto generazionale": i vecchi si sacrificano, in un momento difficile, per far posto ai giovani. Molto bello, molto nobile e molto giusto, direte ancora una volta. Anche perché, comunque, da che mondo è mondo, le nuove generazioni hanno sempre messo da parte le vecchie, in maniera più o meno gentile o brutale a seconda dei casi. La vita va avanti - giustamente e per fortuna - sulla base del "largo ai giovani". Tranne che nel nuovo contratto dei giornalisti italiani. Già, perché il fatto incredibile è che il posto lasciato libero dai matusalemme cinquantottenni non verrà preso dai giovani, se non in misura minima. A Repubblica, per dirne una, ne manderebbero via 84 per prenderne 16, ovviamente a stipendi molto più bassi. Gli editori, infatti, hanno chiarito anche un'altra cosa: niente nuove assunzioni, se non con il contagocce e con il freno tirato al massimo. Quindi, tradotto, il "patto generazionale" va rivisto così: non "largo ai giovani, mettendo da parte i vecchi" ma, "mettere da parte i vecchi e niente spazio ai giovani".

Chissà Indro Montanelli, che ha scritto fino all'ultimo e la cui mente non è mai andata in pensione, come se la riderebbe. E con lui tanti altri grandi e vecchi giornalisti, ancora operanti o, purtroppo, non più tra noi: Enzo Biagi, Gaetano Afeltra, Tiziano Terzani, Giorgio Bocca, Paolo Franchi, Giampaolo Pansa. Pensate che cosa avremmo perso se li avessero mandati in pensione a 58 anni. E quando gli attuali cronisti di valore - i primi nomi che mi vengono in mente a destra e sinistra, chiedendo scusa ai tanti altri: Gian Antonio Stella, Marco Travaglio, Gianni Barbacetto, Concita De Gregorio, Maurizio Belpietro, Antonello Piroso, Franco Venturini, Marina Terragni - avranno raggiunto la soglia fatale, mandiamo a casa pure loro?