GLOBO ITALICO/Italicità e modernità

di Piero Bassetti e Niccolò d’Aquino

D'Aquino - Ormai ho chiaro che cosa intendi per italicità come sviluppo globale della italianità. E spero che siamo riusciti a farlo capire anche ai lettori di America Oggi. Ma ci sono già dei protagonisti della italicità?
Bassetti  «Per rispondere ti porterò a esempio un nome, peraltro facile da fare: Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. Lui, nato in Italia ma cresciuto in Canada e formatosi per sempre a una mentalità che definirei anglo-internazionale, come lo dobbiamo considerare? Semplicemente come un italiano all'estero che, attualmente, dirige un'azienda italiana? Oppure come un Nord Americano di origine italiana che ha salvato un'azienda ormai data per persa usando un'expertise anglosassone sconosciuta in Italia? O, invece, non è proprio il tipico caso di "italico", cioè di questa figura nuova non ancora registrata dalla politica e dalla intellighenzia italiana, uno che - senza nulla rinnegare del proprio vissuto ragiona in termini globali e, per dire, non avrebbe personalmente problemi a trasferire la Fiat a Detroit? Almeno la metà dei protagonisti della italicità sono proprio persone come Marchionne. E credo che, per fare un altro esempio, anche tra i lettori di America Oggi ce ne siano molti».

 Contemporanemente, però, in Italia - e per la verità anche altrove - si rafforzano movimenti, partiti e idee che, anche in chiave anti-globalista, tendono a rafforzare le realtà locali, a chiuderle in difesa dalle contaminazioni delle crescenti migrazioni. Per la prima volta, alla Lega Nord, per anni unica espressione di questa tendenza, potrebbe affiancarsi una Lega Sud.
«Che sembra fatta a fotocopia di quella del Nord. E non a caso questo fermento è sopratutto registrabile  in Sicilia che ha una grande e propria tradizione politica, centrata sull'oggettivo rifiuto del Risorgimento, cioè della occupazione piemontese. Larga parte degli italiani, soprattutto del Sud, che sono emigrati lo hanno fatto sì per ragioni economiche ma anche, magari senza esplicitarlo nemmeno a se stessi, in contrasto con un modello di italianità che era stato imposto dall'alto.Si direbbe che la Storia, implacabile, a cento anni di distanza stia presentando ora il conto. Era quanto già anticipavo in L'Italia si è rotta, un libro che ho scritto nel 1995. Oggi personaggi come il "governatore" della Sicilia, Raffaele Lombardo, con il suo progetto di Lega Sud stanno avviando proprio questo processo».

Ma è un fatto positivo?
«Capisco che si possano avere dei dubbi. Gli americo-italiani, per dire, che finora si sono abituati a guardare all'Italia in un determinato modo possono pensare - come le altre persone di origine italiana che vivono all'estero - che si tratti di una rottura, di una frattura traumatica, con il passato. Secondo me, qualche segno positivo invece c'è. E te lo spiego subito ricordando il sottotitolo di quel mio libro del 1995 che citavo prima, e che recita: "Per un federalismo europeo". Perché, oggi che stanno tramontando i vecchi schemi, i confini e gli ideologismi su cui si è retta la storia europea negli ultimi secoli, la nuova sfida per tutti noi europei è quella della costruzione della dimensione europea. Qualcuno comincia a capirlo. Ed è una sfida che interessa anche gli americo-europei».

In che senso? Non è questione interna all'Italia o, semmai, all'Europa?
«Se dobbiamo trovare - e dobbiamo riuscirci - un nuovo equilibrio, anche culturale e civile, tra il lascito storico europeo e il lascito storico americano questo va trovato nel dialogo tra l'Europa tutta e l'America tutta. Un dialogo che non può essere lasciato alle singole nazioni. Perché non è pensabile che questo rapporto, da parte europea, venga declinato in 27 modalità diverse, quanti sono attualmente i paesi che compongono l'Unione. Del resto, se pensiamo agli americo-italiani ci rendiamo conto che hanno vissuto l'esperienza della costruzione degli Stati Uniti in modi diversi ma anche, per certi versi, simili a quelli di altri popoli come ad esempio gli irlandesi e i polacchi. Portando cioè  la loro specificità, così come hanno fatto gli americo-irlandesi, gli americo-polacchi eccetera, ma anche in nuce il loro essere europei come hanno fatto gli inglesi o i tedeschi».

E questo ha a che vedere con quanto sta succedendo in Italia?
«Se quanto sta succedendo in Italia fosse il preludio di un adattamento serio e tempestivo alla sfida del glocalismo - che postula che i "loci"della politica, del sociale, dell'economia, della cultura non possono più essere gli stati nazionali, bensì aree sub-nazionali - e questo articolarsi fosse finalizzato alla costruzione di un'Europa federale, secondo un modello realizzato dalla Svizzera, bé allora potremmo guardare a fenomeni come quello della Lega con occhi diversi. Capendo perché è "sbagliata" pur avendo qualcosa di giusto nelle proprie motivazioni».

Dov'è che la Lega è "sbagliata"?
«Perché propone il padanismo secondo parametri regressivi e arroccati. Mentre dovrebbe farlo secondo uno spirito progressista».

E questo modello del Nord non rischia di far partire con il piede sbagliato anche un'eventuale Lega Sud?
«Diciamo che non serve un Partito del Sud che nasca soltanto per essere una lobby di pressione sul governo centrale di Roma. Che, insomma, punti a garantire che Roma continui a fare da tramite, per esempio, al trasferimento verso il Mezzogiorno dei soldi e dei finanziamenti dei settentrionali. Si tratta invece di ritrovare le componenti di forza, come quelle del Rinascimento, che avevano fatto grandi città e realtà come Napoli e la Sicilia. Oggi, con nuove modalità, queste componenti si ripropongono».

Ma un movimento meridionale non potrebbe finire con l'ingigantire e consolidare alcuni aspetti negativi del Mezzogiorno?
«Stai pensando alla mafia, giusto? Al riguardo ti invito alla rilettura del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Risulta evidente che un grosso contributo allo sviluppo della mafia sia venuto non dall'interno ma dalla reazione locale alla occupazione piemontese».

E l'America che interesse può avere a rapportarsi in questo modo con l'Europa?
«Innanzitutto l'Europa dovrebbe utilizzare in positivo i rapporti che ci sono tra la Sicilia e la East Coast degli Stati Uniti, tra l'Irlanda e larghe aree degli Stati Uniti. Quello che abbiamo davanti è un quadro geopolitico di grandissimo interesse, un futuro ineluttabile. In cui il ruolo degli americo-italiani diventa centrale. Sia nella conferma di quanto acquisito negli ultimi cento anni sia nella revisione e impostazione di nuovi valori. Alcuni, all'apparenza, possono anche sembrare solo formali. Penso, per esempio, al discorso che abbiamo iniziato con il gruppo di studio di i-Italy per una "revisione" del Columbus Day che, senza rinnegare la tradizione e il passato, si aggiorni alla nuova realtà della glocalizzazione. L'arrivo degli italiani a Ellis Island va riletto in chiave moderna. Così come va riletto il viaggio di Colombo. La sua scoperta ha generato negli Stati Uniti, merito certamente degli inglesi (nessuno lo nega), cose ben diverse da quanto è accaduto in America Latina, dove i conquistadores spagnoli si sono comportati diversamente. E non a caso in America Latina la figura di Colombo è vissuta con minor simpatia».

 Torniamo agli americo-italiani. Che cosa devono pensare, in questo momento, dell'Italia?
«Ti dico quello che penso io, sapendo che corro il rischio di non essere capito. L'Italia è un Paese pieno di problemi. Ma sono tutti problemi che definirei storicamente datati "giusti", cioè con una loro ragione. Ma sono anche, nessuno escluso, pieni di futuro. Per esempio - e qui vorrei essere davvero compreso - il nostro Presidente del Consiglio, il giudizio sul quale condivido con Vaccara, ha però intuito venti anni fa che il potere dalla politica è passato ai media. Su questa intuizione è diventato capo del governo. Da capo del governo ha capito che da questa posizione governare conta ben poco, che quello che conta è piacere per avere consensi. Poi ha capito che gli Stati nazionali sono in estinzione. In questa ottica, quando l'Italia evidenzia alcune sue possibili fratture in realtà si dimostra un Paese moderno. Mentre la Francia, che insiste sulla sua monolitica unità, non lo è. Poi ha anche capito che i partiti ideologici sono finiti, da qui la tolleranza per la nascita della Lega Nord e, ora, del tentativo della Lega Sud. Infine, non ha una visione dell'Europa come fine a cui tendere ma come strumento transitorio, di passaggio verso la costruzione del nuovo ordine mondiale. Si tratta, lo capisco, di anticipazioni (che abbiamo fatto anche noi di Globus et Locus in maniera diversa) che per certi versi sono spiazzanti. Ma che stiamo vedendo nei fatti. L'Italia ha rilanciato a livello internazionale alcune delle stagioni migliori della nostra storia, a cominciare dal Rinascimento. E ha riempito il mondo del design italiano, della visione ottimistica e positiva della vita secondo l'Italian way of life. Se ci sta riuscendo è perché, in maniera non a tutti compensibile, è moderna».

 

 

Piero Bassetti, milanese, è da anni considerato il padre ideale della italicità, cioè di quel network transnazionale che accomuna italiani, ticinesi, oriundi, italofoni e italofili. Un network che comincia a riconoscersi e a comunicare. E che Bassetti, iniziò a individuare quando intuì la potenzialità delle Camere di commercio italiane all’estero. Un insieme di realtà molto vitali ma fino ad allora operanti ognuna nel limitato ambito territoriale di competenza e che lui, negli anni in cui è stato presidente della loro associazione ha messo in rete e fatto dialogare per la prima volta fra di loro.
Altro caposaldo del suo complesso pensiero politico è la glocalizzazione, cioè l’adeguamento del sempre più allargato panorama della globalizzazione alle realtà locali, così da studiare meglio le loro relazioni con le istituzioni e le nuove emergenti realtà internazionali. Assumere un’ottica glocale vuol dire pensare gli attori e i processi alla luce dell’intreccio, ormai indissolubile, fra luogo e globo. Vuol dire essere consapevoli dei flussi globali finanziari, economici, migratori, informativi, culturali, che sempre più attraversano i luoghi e vengono da questi ultimi declinati. Questo doppio processo di localizzazione dei flussi e di globalizzazione dei luoghi configura una nuova fenomenologia e una nuova cosmologia, da ripensare e rileggere. Come tale ha dato anche luogo a un Manifesto dei glocalisti (www.glocalisti.org).
Presidente di Globus et Locus, associazione di istituzioni che si prefigge di analizare le conseguenze della glocalizzazione sulla vita politica e sulle istituzioni, Piero Bassetti ha avviato su America Oggi una serie di colloqui su questi temi con Niccolò d’Aquino, giornalista nato e vissuto a lungo all’estero e attualmente inviato del gruppo Rizzoli Corriere della Sera. I testi potranno essere consultati anche sul sito: www.globusetlocus.org