ARTE/Tra scoperte e defezioni

di Silvia P. Mazza

Due facce della stessa medaglia. La mortificante inaccessibilità, totale o anche solo parziale, di tanta parte del patrimonio monumentale dell’isola, spia della difficoltà in cui verso un settore che potrebbe essere il fiore all’occhiello dell’economia siciliana e che invece appare sistematicamente messo in croce dalle limitate risorse ad esso riservate; e, dall’altra parte, un territorio, e delle acque costiere soprattutto, che incessantemente, pur a distanza di secoli, restituiscono segmenti di un passato glorioso di cui è pregna finanche l’aria di Sicilia.

Beninteso, le “restituzioni” sono sempre meno frutto di casualità e sempre più dovute – quelle dai fondali marini – a «un’attività sistematica di ricerca, basata su una profonda conoscenza e una vasta esperienza acquisite nel tempo», per usare le parole del Soprintendente regionale del Mare. «Le scoperte – aggiunge, infatti, Sebastiano Tusa – avvengono perché la ricerca è costante e, soprattutto, perché la Soprintendenza del Mare è ormai radicata tra la gente che vede ormai in essa non l’ennesima entità vessatoria, ma piuttosto un consesso di operatori al servizio della collettività e, quindi, di persone affidabili cui consegnare i segreti della propria memoria».

A ciò si aggiunga la sempre più vasta azione di tutela e monitoraggio svolta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale della Sicilia in difesa dell’immenso patrimonio culturale sommerso che, recentemente, ha portato al ritrovamento di numerosi reperti archeologici dai fondali di Gela (Caltanissetta).
Cominciamo da questi per familiarizzare con il lato buono della medaglia. Negli anni, lo specchio d’acqua antistante Gela non ha certo lesinato importanti scoperte agli archeologi. Ammonta addirittura a tre il numero di antiche imbarcazioni individuate in questi fondali, cifra che da qualche settimana salirebbe a quattro. È quanto ipotizza il soprintendente Tusa a seguito del recupero, il 17 giugno scorso, a 200 metri dalla costa, in località Bulala (già interessata dalle precedenti scoperte) di ben 28 reperti, di datazione eterogenea (dal V sec. a.C. all’VIII d.C.).

Si tratta per lo più di vasellame di uso comune, tra cui c’è però anche una preziosa patera (piatto ampio e poco profondo, usato in antichità per bere, soprattutto in un contesto rituale) bizantina in ceramica rossa, perfettamente integra, con il bordo sagomato a stella e il simbolo cristiano della colomba impresso al centro e in rilievo. Intanto, del relitto navale più importante, risalente al V sec. a.C., stanno per concludersi i restauri in Inghilterra presso i laboratori di Portsmouth: si tratta di una delle tre uniche imbarcazioni esistenti “cucite” (la altre due sono in Israele e in Francia), ossia costruite con un sistema, ricordato anche da Omero, in cui le tavole sono connesse per mezzo di cuciture.

Sempre a Gela – ma spostandosi adesso sulla terraferma – sono stati rinvenuti a fine giugno dalla Soprintendenza di Caltanissetta, non lontano dalle mura di fortificazione timoleontee, su un costone a strapiombo sul mare, i resti di una villa di età ellenistica (fine IV - inizi III secolo a. C.): sono stati riportati alla luce setti murari che definiscono un’area probabilmente adibita alle cucine e numerosi reperti da mensa (tra i quali, frammenti di piatti a vernice nera, teste di tanagrine o statuetta per offerte funerarie, parte di un louterion – piccolo altare domestico che serviva per accendere fuochi agli Dei – decorato con palmette e una fuseruola) provenienti da un vano limitrofo verosimilmente destinato a feste e banchetti. Nello stesso scavo sono stati rinvenuti anche frammenti di raffinati intonaci blu, rosso e crema, con modanature a rilievo, appartenenti a un porticato della villa. Di interesse, inoltre, è che la dimora insiste, da quanto rilevato in prima battuta, su strutture riferibili ad almeno un secolo prima.

All’azione del Nucleo speciale dei Carabinieri si deve, invece, l’intervento che ha sventato a fine giugno il saccheggio di cinque anfore romane del I secolo d. C., verosimilmente appartenenti ad un relitto naufragato a breve distanza dal punto del rinvenimento, in località Capo Graziano a Filicudi (Isole Eolie). Ciò che desta attenzione è la modalità con cui avevano agito i contrabbandieri: le anfore erano state prelevate dal loro sito d’origine a 57 metri dalla superficie e occultate in un punto meno profondo, a 38 metri, in un anfratto naturale, pronte per essere trafugate e immesse sul vasto mercato clandestino dei reperti archeologici di provenienza marina.

Nello stesso periodo è stato recuperato anche, al confine con la Svizzera, un importante reperto archeologico trafugato, in data antecedente al 2003, dal museo archeologico «Salinas» di Palermo. Si tratta di un’anfora attica a figure nere (fine VI sec. a.C.), proveniente da una tomba etrusca di Chiusi, facente parte della famosa collezione «Casuccini» esposta presso il museo palermitano e composta da centinaia di pezzi archeologici etruschi. L’anfora raffigura su di un lato due centauri che si affrontano, e sull’altro due figure sedute, una donna ed un suonatore di lira.

Il recupero, in questo caso, è stato reso possibile grazie alla spontanea riconsegna di un collezionista elvetico che, una volta venuto a conoscenza che l’opera da lui posseduta era ricercata dai Carabinieri italiani, non ha esitato a riconsegnarla ai militari dell’Arma tramite un antiquario di Basilea. In altri casi, laddove le istituzioni non arrivano, è la passione dei singoli a far registrare notevoli progressi nella conoscenza e approfondimento della nostra storia. Ci spostiamo a Terrasini (Palermo), dove è stato rivelato il segreto di Monte Palmeto.
Qui, in passato, erano stati già rinvenuti frammenti di ceramica e monete bronzee siracusane, agrigentine e cartaginesi, ma di altri “segni” presenti sul territorio non si riusciva proprio a dare una valida spiegazione. Alcune foto aeree, accostate a quelle di siti archeologici britannici e spagnoli, hanno suggerito la lettura delle particolari geometrie dei muretti a secco – finora scambiati per quelli tipici siciliani ad uso agricolo – che delimitano un perimetro quadrato di 1.288 m. e uno rettangolare di 2.549 m., al centro del quale si individuano rettangoli più piccoli: si tratta dei resti di un accampamento romano del III sec. a. C.

Frutto di anni di lunghi studi, la scoperta è consegnata da Benedetto Giambona, archeologo dilettante, al suo libro «Heirktai e gli accampamenti romani di Monte Palmeto», redatto in collaborazione con lo storico e filologo Adalberto Magnelli, con l’introduzione di Sebastiano Tusa che ne promuove a pieni voti il metodo di ricerca.
Risolto anche il giallo di Erbesso, roccaforte dei siculi contro le invasioni dei coloni greci e dove i Romani posero gli accampamenti durante l’assedio della città di Agrigento (262 a C): si trova vicino a Siculiana Marina, proprio nella provincia arigentina. Lo rivela, questa volta, la ricerca di una studentessa di archeologia, Antonina Armato Barone, che partita da nient’altro che alcuni cocci intravisti nella tana di un animale selvatico, ha individuato, insieme al prestigioso collezionista di reperti siculi, Primo Veneroso, il sito dell’antica città di cui avevano scritto Polibio, Diodoro Siculo, e poi Fazello e Vito Amico: si trova alla foce un tempo navigabile del fiume Canne.

La lista “buona” dei traguardi raggiunti nelle ultime settimane potrebbe allungarsi, ma riteniamo che sia sufficientemente significativa per consentire di evidenziare, al confronto, come quanto poco possa valere incrementare il nostro patrimonio se al contempo non si interviene adeguatamente nei confronti di quello da tempo acquisito. La lista nera non fa sconti di sorta. Musei e monumenti durante i mesi estivi saranno off limits in Sicilia, e non è la solita polemica che investe ricorrente i siti archeologici.

Tra di loro ci sono, infatti, anche i principali musei dell’isola, dall’archeologico “Salinas” a Palermo chiuso per restauro dal 13 luglio alla Galleria regionale di palazzo Bellomo a Siracusa che ha visto i suoi ultimi visitatori nel novembre del 2004 e la cui riapertura, attesa per il G8 Ambiente dello scorso aprile, slitta inesorabilmente in autunno; mentre l’attesa riapertura dell’altra Galleria regionale di palazzo Abatellis nel capoluogo è arrivata solo in piena stagione turistica, nello stesso periodo in cui la Casina Cinese, riaperta da poco, è stata interessata da ulteriori lavori riguardanti i materiali lapidei e l’esedra d’ingresso che ne hanno nuovamente precluso l’accesso dal 12 giugno. Senza dire poi del Museo regionale di Messina, con le sue collezioni praticamente divise tra la tuttora impraticabile “nuova sede” (in corso d’opera dai primi anni ’80) e il vecchio edificio dell’ex Filanda Mellinghoff (nei mesi scorsi l’ultima trasferta è toccata alla sfarzosa berlina settecentesca del Senato messinese).

E ancora, percorso espositivo ridotto per un altro importante museo archeologico isolano, il “Paolo Orsi” di Siracusa, che per lavori strutturali e di adeguamento impiantistico è stato costretto a precludere l’accesso al settore A (preistoria e protostoria siciliana) e al D, appena inaugurato nel 2006 (riservato a Siracusa ellenistica-romana), in vista della riapertura totale, ancora in autunno, che si coniugherà anche con l’attesa inaugurazione dei nuovi locali del museo destinati al prestigioso Medagliere, una delle maggiori collezioni numismatiche del mondo proveniente dal vecchio Gabinetto di piazza Duomo.

Ma la lista dei monumenti negati, durante tutta o parte della bella stagione, si allunga nel capoluogo con la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, il piano terra di palazzo Aiutamicristo con il museo lapideo, il Villino Florio, il Castello a Mare e il museo delle carrozze a Villa Raffo; senza contare che gli oratori del barocco siciliano come quello di Santa Cita o l’altro del Rosario di San Domenico la domenica rimangono chiusi.

Al di là di ogni altra considerazione, evidentemente l’attesa per le riaperture è stata condizionata anche dall’assegnazione dell’incarico al nuovo assessore ai Beni culturali nel Lombardo-bis, avvenuta solo il 7 luglio (lo scioglimento della Giunta Regionale era stata voluta dallo stesso Governatore il 25 maggio) e che ha ridato la delega a Lino Leanza, segretario regionale dell’Mpa, predecessore dell’uscente Antinoro, in quota Udc.