TEATRO/L’EVENTO ALL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA/New York a lezione di Grotowski

di Laura Caparrotti

Una lezione di teatro, ma anche una lezione di ascolto. Ascolto di chi siamo e di come pulsiamo, di quello che diamo e siamo disposti a dare. Si parla di attori, ma alla fine si arriva a parlare di esseri umani che interagiscono fra loro con o senza strutture prefissate. L’incontro organizzato all’Istituto Italiano di Cultura di New York sul centro di lavoro grotowskiano di Pontedera è stato questo e molto di più. Grotowski è conosciuto nel mondo del teatro, da quelli che lo fanno e da quelli che lo amano; ha cambiato la faccia del teatro, ha contribuito con le sue sperimentazioni a creare un rapporto fra attore e attore e fra attore e pubblico, ha praticamente fatto voltare pagina, insieme a Peter Brook e a pochi altri, al modo di lavorare del teatro Borghese di fine ottocento e inizi del Novecento. Nonostante ciò, non ci aspettavamo davvero che l’Istituto fosse pieno come lo abbiamo invece visto giovedì pomeriggio. A parlare Thomas Richards e Mario Biagini, direttori del Centro di Pontedera, chiamato Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards.

L’incontro si svolge fra brani di video che raccontano di spettacoli, di prove, di esperienze, e le loro parole che comunicano con forza e puntualità cosa è il lavoro di Grotowski, cosa vuol dire Arte come Veicolo. Ascoltiamo canti africani e afro-caraibici usati in azioni teatrali e ci viene raccontato come la voce studiata è quella interna, quella che va dentro il corpo dell’attore e risuonando apre vari centri che permettono di aprirsi, di meglio ascoltare chi si ha di fronte, di mettere su un immaginario tavolo se stessi o quello che si è disposti a offrire di se stessi in un determinato momento.

Richards prende esempio da uno dei video per farci vedere come si sviluppa una azione, quanto sia strutturato il lavoro che appare così semplice e forse anche improvvisato a volte. “Io faccio un passo verso il mio compagno in scena, ma mentre faccio il passo, sento quello che lui mi da, sento quanto è disposto a dare e se vedo che ad esempio non c’è, perchè alle volte non siamo con la testa e il corpo dove dovremmo ...essere, allora lo cerco con lo sguardo, con un movimento o semplicemente con l’attenzione, per riportarlo al nostro rapporto. Così fa lui con me, perchè può darsi che sia io a non dare abbastanza, a essere altrove in quel momento.”

Dunque il corpo che è strumento musicale che risuona e l’attore che è un punto interrogativo, nel tentativo di sentirsi. Per poi dare ai propri compagni di lavoro e al pubblico. Il teatro è l’arte di rendere visibile l’invisibile, dicono Biagini e Richards, ma anche la capacità dell’attore di rendersi visibile, di scoprirsi il più possibile, senza imposizioni e senza sovrastrutture, sentendo e allenando questo sentire. E a fine serata, Mario Biagini si presenta a chi scrive. Io testa bassa, forse perchè felice e emozionata. Lui allora viene vicino, mi guarda dentro gli occhi e mi dice “Ciao”. Capisco che vuole scuotermi e senza pensarci afferro i suoi occhi e dico una lunga serie di Ciao. Tutto questo senza prove e senza intenzioni precedenti. Sento che l’imbarazzo, le cosiddette chiusure mi abbandonano e che per un attimo sono stata anche io coinvolta nel gioco grotowskiano. Mi ricordo così della vera funzione del teatro, di comunicare, di emozionare, di coinvolgere. Cosa che purtroppo si vede sempre meno in giro.