A modo mio

Fermare Attila

di Luigi Troiani

Mentre negli Stati Uniti continua il rilancio degli studi di lingua e cultura latina, in Italia e in Europa si continua a demolire quel poco di “classico” che è rimasto nell’ordine degli studi. Ultimo contributo all’insana tendenza che data ormai quasi mezzo secolo, la pubblicazione in Italia di un sondaggio tra ex studenti di liceo, dal quale risulta lo scarso valore attribuito all’insegnamento di latino e greco, la preferenza per le lingue moderne e per materie ritenute più utili alla vita lavorativa. Il sondaggio è fuorviante. Come chiedere a un bambino se preferisca le patatine fritte o l’insalata: semmai la domanda va posta al pediatra. Il sondaggio andava rivolto ad adulti professionalizzati, investigando se la presenza o l’assenza di formazione umanistica avesse influenzato rendimento e carriera. Le risposte sarebbero cambiate significativamente in favore del buon vecchio latino (e del greco, e della filosofia, e the Humanities in genere), visto che l’eredità classica continua ad essere fertile ispirazione di convinzioni, stili di vita, capacità di indirizzo e leadership.

Ho avuto modo di affrontare recentemente la questione con il qualificato gruppo dell’”International Young Leaders Network” intervenuto a un seminario universitario centrato sul tema “Managing the Global and the Local: Rome as a case study”. Ho articolato l’intervento intorno a due concetti: universalismo e umanesimo dell’urbs. Mi ha aiutato il libro di Luca Canali, edito da Bompiani, “Fermare Attila, la tradizione classica come antidoto all’avanzata della barbarie”. La tesi dell’autore, nella quale mi ritrovo, è che annichilire la cultura classica significhi la scomparsa di una civiltà dove conoscenza e bello consentono ogni ulteriore conquista, fornendone la chiave di fondazione e sviluppo. Senza la cultura classica, è scritto nell’introduzione al libro, “la scienza e la tecnica possono trasformarsi in una fabbrica di mostri”. E i mostri, in effetti, arrivarono in Occidente quando Roma fu distrutta dall’interno per corruzione ingiustizie e illibertà, e dall’esterno per il maglio delle orde barbariche. Significativo il lamento di Agostino vescovo d’Ippona. Il grande filosofo e teologo, anello di congiunzione tra la classicità e la cristianità, morì nel 430 mentre la sua città era assediata dai Vandali: lasciò scritto che la fine di Roma altro non era che la fine del mondo.

Possiamo concordare che si trattò della fine di quel mondo che, pur con tragici limiti, aveva prodotto la forza del diritto oltre che del gladio e reso cittadini i molti già sudditi, che si era lasciato volutamente contaminare da filosofie, religioni, costumi non romani, perché universale e aperto (“Graecia capta ferum victorem cepit”, La Grecia conquistata conquistò il rozzo vincitore” scrisse Orazio nelle Epistulae). Un mondo dove il termine humanitas aveva significato il rispetto reciproco tra i principi della Natura e della Razionalità. Roma aveva un rapporto ideale con il limes (confine), che muoveva di continuo, come spostava le capitali dell’impero; diventando diversa, ma sempre Roma, in Costantinopoli, almeno sin quando l’Islam avrebbe abbattuto l’impero d’Oriente nel 1453.
Una lingua è anche contenuto ovvero civilizzazione. La sua perdita tocca l’identità di un popolo.

Ancora qualche secolo fa il latino era la lingua franca d’Europa, non solo di quella colta. Con il mondo nuovo prevalsero le lingue romanze, quindi l’inglese: ma non si è data la nuova lingua franca, perché non è più esistito il mondo “universale”. Una ragazza italoamericana, vera e intelligente, mi ha fatto notare che i popoli del Mediterraneo si parlano con una lingua, l’inglese, che non è loro, accettando una “dominazione” culturale che potrebbero evitare. Attila è dentro le porte.