PUNTO DI VISTA/Morire per Kabul?

di Toni De Santoli

Morire per Danzica”?, ci si domandava in Europa intorno al 1939. Ora che in Italia si piange la morte del caporalmaggiore della “Folgore” Alessandro Di Lisio, dobbiamo chiederci: morire per Kabul? No davvero. Eppure, Roma, Washington, Londra, Berlino con sconcertante disinvoltura mandano i propri soldati a crepare sulle montagne, sugli altopiani, nei fondovalle dell’Afghanistan. L’Afghanistan è un Paese montuoso, inospitale - per quanto seducente - che confina con Pakistan, Cina, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan. E’ un Paese senza sbocco al mare. Tuttavia ci viene ripetuto, fino a suscitare in noi una certa nausea, che l’Afghanistan riveste grande importanza strategica. Questo non è vero. Da che mondo è mondo, nessun Paese senza sbocco al mare riveste importanza strategica. E’ ancora il mare (e sempre lo sarà) il grande crocevia di popoli e nazioni, il grande crocevia della Terra. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nessuno (nemmeno il Terzo Reich…) si sognò mai d’invadere la Svizzera: la fabbrica di cioccolata e orologi non presentava (non presenta) alcuna valenza strategica. In termini geografici, è molto simile all’Afghanistan…

In Occidente si vuole forse allestire un oleodotto che passi per l’Afghanistan e la cui realizzazione possa recare grossi benefici a milioni e milioni di famiglie europee? A quanto ci risulta, no. Quindi, non c’è nemmeno questa scusa. La ragione del folle neo-interventismo occidentale è un’altra. Detto in una sola parola, essa si chiama ubriacatura. E’ l’ubriacatura in cui scivolano tutti coloro i quali si proclamano alfieri e servitori della democrazia, al punto di volerla esportare a tutti i costi, ovunque, o quasi ovunque. Ma esportare la democrazia, significa volerla imporre… C’è quindi ben poco di democratico in questo indirizzo che sembra nobile e alto, ma nobile e alto, a pensarci bene, non è.
Si tenta forse di contenere in Afghanistan la spinta dell’integralismo musulmano? L’Afghanistan è periferia del fondamentalismo islamico. Come lo è anche l’Iraq. Si trovano altrove le centrali del Terrore scatenato in nome di Allah (con offesa alla figura stessa di Allah). Si trovano nell’”intoccabile”, edulcorata, scintillante Arabia Saudita. Prove, no, non ce ne sono, ma in Oriente e in Medio Oriente le prove non si trovano mai: non esistono o si fa in modo che non ne resti traccia. Sciocco, anzi, stolido o ingenuo chi creda di poterle un giorno scovare.

Il neo-interventismo, qui da noi, in Italia, ha un’altra spiegazione ancora. Per motivi antropologici degni di un’opera di saggistica, ci sentiamo tuttora tenuti a dimostrare di esserci trasformati in una società “compiutamente” democratica. Tale forma mentis (se così la si può definire) è comune sia ai Prodi che ai Berlusconi, sia ai Fini che ai D’Alema. Ma essa deriva da un complesso d’inferiorità, deriva dall’ansia di voler proporre noi stessi come spiriti democratici fra i più squisiti e perciò pronti a batterci senza indugio in nome appunto della democrazia. Pronti a contribuire all’affermazione della Democrazia anche presso popoli che la democrazia non la conoscono o, conoscendone cardini e assunti, tuttavia la respingono, non la ritengono compatibile con la loro tradizione. Ne diffidano. Parliamoci chiaro: essa per quelle genti è come un cuneo conficcato nella carne. E’ un elemento che disorienta moltitudini appartenenti a società neppur lambite dalla civiltà greco-romana. Non tener conto di ciò, è irresponsabile. E’ delittuoso. Destabilizzante.

Quasi ci sembra di assistere alla proiezione de “I vitelloni” o di una pellicola più o meno simile: cosa non si fa per ottenere credito e considerazione da parte dell’amico più colto, più in gamba, “alla moda”… Il paracadutista Di Lisio, molisano, venticinque anni, è morto fra i monti afghani poiché nostri Notabili nel corso di pubblicizzatissimi vertici, convegni, riunioni e di divertentissimi cocktails possano ricevere quello a cui aspirano, piccini e provinciali come sono: la pacca sulle spalle, il sorriso, qualche lusinghiera parola nei loro riguardi da parte dell’Americano o dell’Inglese molto “cool”, piuttosto “dashing”. Quanto ci piacerebbe essere simili a loro…! “Diventare” come loro…
Che tristezza.