Visti da New York

Verità e giustizia fuori dal pozzo

di Stefano Vaccara

Ci sono paesi dove la giustizia è un optional e le scomode verità non hanno diritto di esistere. Il primo grande paese che viene in mente è la Russia di Vladimir Putin, che malgrado certe apparenze "democratiche", ha poco di diverso dalla Russia sovietica così come di quella degli zar. Persino nella maschera del potere, ieri in mano a Stalin, "solo" segretario generale del Pcus, mentre il presidente dell'Urss era lo sconosciuto Kalinin; così oggi il presidente Medvedev, con di fatto tutto il potere sempre in mano all'ex ufficiale del Kgb ora primo ministro. Verità che si sa ma non "esiste". Così come tutti sanno la verità ma senza speranza di affermarla, cioè darle giustizia, su chi continua ad ammazzare chi lotta per il rispetto dei diritti umani, come la coraggiosa Natalia Esterimova.

Questi popoli "senza verità", cioè senza giustizia, non abitano solo a Mosca, a Teheran, a L'Avana o a Pechino. Abitano anche a Palermo, quindi a Roma e Milano fino al villaggio più sperduto nelle Alpi della Repubblica d'Italia.
«La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c′è più né sole né luna, c′è la verità». Queste parole Leonardo Sciascia le fa dire al capo mafia mentre è interrogato in caserma dal capitano dei carabineri Bellodi, ne Il giorno della civetta, il suo primo e più famoso romanzo. Cosa voleva dire Sciascia ai Bellodi d'Italia, cioè a chi crede ancora nella necessità di accertare le verità, nel bisogno primario di una società civile di affermare la giustizia? Siamo agli inizi degli anni Sessanta, lo scritttore siciliano, che si sta affermando, ma è ancora maestro elementare a Racalmuto, dalla Sicilia manda un messaggio a tutta l'Italia. Con quel romanzo giallo, Sciascia dice all'Italia del boom, all'Italia che si appresta a diventare potenza economica mondiale: guardate che quello che avete fatto qui all'inizio della rinascita nazionale, dopo il fascismo e che state continuando a lasciar fare qui giù, in periferia, ciò di cui fate finta di non sapere e per questo ne siete complici, un giorno vi trascinerà nell'inferno di quel buio che c'è in fondo al pozzo. Quell'Italia, appunto, che nasceva nelle ceneri della guerra facendo affermare, ancora una volta in Sicilia - era già accaduto subito dopo l'Unità - quello di cui parlavamo prima: la negazione della verità anche se si può conoscere, l'assoluta impossibilità di far affermare la giustizia.

I sindacalisti uccisi, la Strage di Portella della Ginestra, la messa in scena sulla fine di Giuliano, lo Stato che scende a patti con i mafiosi e fa papelli pensando magari di sacrificare solo la libertà dei siciliani e non del resto degli italiani.
Sciascia scrive romanzi profetici, perché un altro carabiniere venuto da Parma, il Prefetto Dalla Chiesa, darà l'accelerazione venti anni dopo alla serie di 'cadaveri eccellenti' in Sicilia, che raggiungerà il culmine con le stragi dei giudici Falcone e Borsellino e delle donne e uomini che hanno dato la vita per proteggerli ma sono stati uccisi due volte quando lo Stato non ha accertato la verità e affermato la giustizia.

Oggi ricade il 17esimo anniversario della strage di Via D'Amelio. Proprio in questi giorni la Procura di Caltanissetta ha deciso di riaprire le indagini su questo delitto, di cui si sa qualcosa sugli esecutori - ma anche lì stanno affiorando depistaggi- ma nulla sui mandanti, a meno che si voglia credere che Riina e Provenzano potessero veramente organizzare da soli e in poche settimane, azioni di guerra del genere. Tra tutti coloro che da tempo protestavano questa mancanza di verità e giustizia, rifiutando di far finire tutto in fondo al pozzo dei misteri della Repubblica, rimbombano forti le dichiarazioni del fratello di Paolo, Salvatore Borsellino. Da tempo urla giustizia l'ingegnere Borsellino, ma i media sono rimasti sordi. Ora qualcosa si muove. Su Il Corriere della Sera (intervista apparsa solo sul sito internet), solo due giorni fa, ha dichiarato: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. È per questo è stato ucciso. La strage di via D'Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti».

Sempre ne Il giorno della civetta, nelle ultime pagine del romanzo, si legge: forse tutta l′Italia va diventando Sicilia.... Eppure il capitano Bellodi non si arrenderà, Sciascia alla fine ce lo farà scoprire determinato ad affermare la verità contro i soprusi e gli inganni. Come Falcone e Borsellino. Che sono morti, è vero, ma ci hanno trasmesso il valore dell'affermazione della giustizia in Sicilia e quindi in Italia. Il diciassettesimo anniversario porti tanta sfortuna a quei mandanti e più forza a chi lotta senza arrendersi per la verità e la giustizia.