ARTE/Un cartoon come metafora

di Silvia P. Mazza

Stellariooooooo… annamuuuuuuu!!! Un grido dell’anima, o di quel che resta di un’anima. Non individualmente intesa, ma traslata a un popolo intero, che di anima sembra ormai quasi non averne più.

Siamo a Messina - o in quel che resta, di Messina – e questa settimana parliamo di un’arte minore: il video fai-da-te pensato e prodotto per Youtube, la versione contemporanea del vecchio messaggio in bottiglia lanciato nell’oceano. Arte minore per impegno concettuale e mezzi adoperati, ma che, in questo e simili casi, trova in sé la potenza espressiva di trascendere l’uno e gli altri, assurgendo a simbolo di un momento storico che nessun’altra fonte cognitiva è in grado in miglior modo di rappresentare. Il che la dice lunga anche sulle facoltà obnubilanti (o sull’impotenza autentica, dipende dai punti di vista) dei media oggi in Italia, al cospetto (e ai piedi) di un sistema di potere che avvelena le coscienze e offende i fatti, per la gioia e l’edificazione (non di cittadini senzienti ma) di sudditi beoti, cortigiane giulive e buffoni di corte.
Meglio dunque, per un giorno, occuparci di un cartone animato, fermo restando che chi vuol saperne di più può consultare il sito www.cafonstreet.com. Ne è autore un ragazzo di Messina che si chiama Marcello Crispino e ne sono protagonisti Mimmo e Stellario, spietatissime metafore di messinesi del “popolo”.

Quasi inutile soffermarsi su psicologie o presunte tali. Basti dire che Mimmo è uno sbruffone grasso, ossigenato e urlante, zoccoli ai piedi e catena d’oro al collo. Stellario è il suo opposto: segaligno, ombroso, acquiescente, infimo di pensiero e privo di spessore e personalità. Entrambi coprono le due facce dell’eterna medaglia (o cappio) al collo dei messinesi intesi come popolo e che ben si esemplifica nell’ingiuria di “buddaci”, nome dialettale di un pesce, piccolo di corpo e largo, larghissimo di bocca, a lasciar intendere vane chiacchiere e poca sostanza. E poco da dire anche su situazioni e sceneggiature, in ciascuno dei cinque episodi (il sesto è annunciato in uscita il 15 luglio) volutamente lasciate a livello di frammenti, senza pretese narrative e men che meno intenti ermeneutici.

Piuttosto, i cartoons vivono di citazioni  idiomatiche, squarci di dialoghi, sotto i quali e dietro i quali modi di dire, comportamenti, gesti compulsivi, formae mentis, affiorano e scompaiono, traboccano con Mimmo, e con Stellario quasi negano se stessi. Soprattutto imbarazzano, infastidiscono, ripugnano.  Eppure hanno un loro macabro fascino, e in qualche misterioso modo mettono chi a Messina vive con le spalle al muro. Quel che stupisce, e va a segno in un modo che è più eloquente di mille parole, sono i dettagli. Le strade su cui scorrazzano i nostri antieroi in motorino e senza casco sono sudice e piene di cartacce, a far da sfondo ci stanno periferie squallide, gesti e piccoli tic, e ancor più le ambizioni e gli orizzonti rasoterra di Mimmo e Stellario sono punture di spillo intinto nel curaro per gente abituata, nel sentirsi chiedere “come va?”, a rispondere null’altro che “cca semu”, qua siamo, vita intesa come mera presa d’atto dell’esistenza, contemplazione vegetativa di uno sfascio morale e materiale divenuto abitudine, ed ogni giorno più refrattario ad ogni sorta di indignazione.

Non solo questa, certo, ma anche questa è Messina (o Sicilia, o Calabria, o Meridione, forse): bellezza, enorme, smisurata, incommensurabile e immeritata, quindi avvilita, bestemmiata, sepolta da colate di cemento da speculatori senz’anima,  disgovernata da una classe politica interamente fallimentare, oppressa da indolenza, maleducazione, malaffare, e una rassegnazione che produce generazioni su generazioni di vinti, nella migliore delle ipotesi destinati alla fuga, nella peggiore pronti a mettersi in coda per un posto da usciere in Comune, da portantino al policlinico, da posteggiatore in cooperativa, da galoppino elettorale, da co.co.co senza prospettive, da mendicante di prebende a tempo indeterminato. O, come Stellario, da custode del cimitero, con ben guadagnato diritto di nullafacenza.

Una terra, una città talmente bella e privilegiata dalla natura che il visitatore dovrebbe pagare il biglietto solo per entrarvi, e la cui unica illusione di sviluppo sembra affidata a un ponte. Un ponte che la scavalchi.
Ben vengano Mimmo e Stellario allora, e che persino il loro becero grido di guerra diventi per noi fonte di indignazione e speranza di salvezza.