TEATRO/BROADWAY & DINTORNI/l talento fa tappa a “Off Broadway”

di Mario Fratti

Poche novità nel mese di luglio . Non ci sono molti spettacoli adatti all’intera famiglia. Ho visto bambini che applaudivano solo in poche occasioni. Alla brillante produzione di “Kooza” (Cirque du Soleil) all’isola Randall. Facile da raggiungere da Manhattan (www.cirquedusoleil.com).
Al teatro Lucille Lortel (121 Christopher St.) dove danno la divertente “Coraline” di Stephen Merritt (musica e liriche) e David Greenspan (libro). Adattato dal noto libro per bambini di Neil Gaiman. La protagonista Coraline dovrebbe avere nove anni. Il regista Leigh Silverman ha scelto, coraggiosamente, la matura, bravissima attrice Jayne Houdyshell. E’ una figlia unica che vive in una vecchia casa con altri inquilini. I due principali sono Miss Spink (January LaVoy) e Miss Forcible (Francis Jue). Le danno i consigli sbagliati. Coraline è una bambina curiosa; apre una porta proibita ed entra in un nuovo mondo, la sua immaginazione. Tante bizarre avventure, con animali, il circo dei topi diretto da Bobo (Elliot Villar) ed una madre interpretata dal convincente attore D.Greenspan.

Liriche abbastanza chiare che aiutano la storia. Specialmente “Not too stupid” e “Love can kill people”. Bisogna solo convincere i bambini che la cinquantenne protagonista ha nove anni. Qualche bambino rideva ed applaudiva anche in “Speedmouse” con i due energici australiani David Collins e Shane Dundas (Joyce Th.175 Eight Ave.). Ci mostrano due abili attori che han sempre tanti guai e umiliazioni.Vengono controllati da una voce fuori scena ed un clown silenzioso che li interrompe e fa spesso dei dispetti. Chiedono al pubblico idée su differenti sport e ce li mostrano, creandoli dal nulla. Anche una corda immaginaria tirata dagli spettatori. E alla fine pupazzetti che ballano e litigano. Applausi. Di tanto in tanto scopriamo nuovo talento nei teatrini off. La giovane Melissa Miller è convincente e ha uno spirito genuino. Non recita. Vive i suoi ruoli con semplicità. E’ in “Heart of the City” di Eric Lane al teatro 259 W 30. Ha molti ruoli in differenti scene. Sfacciata Britannica, quattordicenne, immigrate ebrea. Sempre in controllo del suo personaggio. Altri attori abili sono Max (Martin LaPlatney) che corteggia la scorbutica, diffidente Nola (la brava Marcia Jean Kurtz); Carlos (giovane pronto a tutto per sopravvivere); Scott Kearns; Lynn (Eliza Foss) e Michael (mark Setlock) che vogliono forse un bambino; un figlio alla ricerca del padre. Scena ripetuta più volte. Il padre lo ignora. Ben diretto da Martha Banta.

Al teatro 59 E 59: “Fubar” di Karl Gajdusek ci convince che dobbiamo evitare le droghe. Danno al cervello, confondono e creano tragedie. Una madre si è suicidata e lascia una casa piena di scatoloni alla coppia Mary (Lisa Velten Smith) e David (Jerry Richardson). Aprono di tanto in tanto gli scatoloni e trovano sorprese. Anche una pistola. David ammira e subisce l’influenza di Richard (Ryan McCarthy) che vende droghe e filosofia spicciola. Vivono a San Francisco dove tutti usano droghe e Mary viene assalita e picchiata. Va in palestra dove un robusto atleta (Dan Patrick Brady) le insegna come difendersi usando pugni e calci. Richard ha anche una giovane folle amante pronta a denudarsi e farsi fotografare. Mary diventa gelosa. Le droghe alterano le percezioni e la giovane modella (Stephanie Szostak) diventa agli occhi di Mary, la madre morta.
Tante allucinazioni che ci suggeriscono di evitare il mondo delle facili droghe. Gli spettattori sembravano normali. Non han bisogno di allucinazioni e sogni morbosi. Bravi attori, ben diretti da Larissa Kokernot.Il monologo del mese è “The Amish project” scritto e recitato da Jessica Dickey (Rattlestick Th. 224 Waverly).

Scena nuda dove la scrittrice rievoca per noi l’insolito delitto di un religiosissimo Amish che entra in una scuola e uccide cinque alunne. Cerca di spiegare le ragioni. Difficile trovare una risposta. Ma è caratteristica di quel mondo Amish di perdonare tutto e sempre. Perdonano e aiutano la famiglia dell’assassino. Attrice simpatico e convincente, ben diretta da Sarah Cameron Sunde. Nei drammi irlandesi c’è spesso un prete. Il subdolo prete in “reed in the Wind” di Joe McDonald è il bravo Bob Adrian (Producers Th. 358 W 44 St.). Scopre che l’ingenua, dolce Kate (Heather Snow Clark) ha una relazione incestuosa col fratello Michael (Nic Tyler) e la ricotta. O con lui o la denuncerà dal pulpito all’intero villaggio (siamo nel 1927). Per fortuna c’è il bravo, simpatico contadino Peter (Douglas B. Giorgis) che scopre, perdona e attira il prete in una trappola. Padre Gilroy deve promettere di non mandare lettere anonime e sassi contro l efinestre.

Quattro attori convincenti, ben diretti da Tom Holmes. Il teatro Ensemble di William Carden ha due diverse serate per presentare una maratona di atti unici. La serie B ci da un paio di capolavori. “Blood from a Stoner” di Jeanne Dorsey. Il magnifico David Margulies è un genitore scontroso e avaro. Rivela cento difetti in un ristorante dove sta pranzando con la figlia (Patricia Randell). Il cameriere Thomas Lyons li osserva e interviene di tanto in tanto. Ammiriamo l’infinita pazienza di una figlia che deve accettare i difetti del padre. Buon dialogo, azione, divertimento. Ben diretto da Maria Mileaf.

Il secondo atto, unico ed eccezionale è “Sundance” di M.Z. Ribalow. Il mondo dei cowboys dalla pistola facile. David Deblinger e Richmond Hoxie terrorizzano il cameriere Ean Sheeney e spiegano le diverse ragioni per cui amino uccidere il prossimo. Arriva un Sheeney misterioso, silenzioso cow-boy, tutto vestito di nero. Rob Sedgwick terrorizza con la sua presenza e fa fuori tutti. Tipica storia americana. Precisa regia di Matthew Penn. Gli altri tre atti unici sono “Carol & Jill” di Leslie Ayvazian (due amiche parlano di viaggi e, forse, diventano amanti); “Little Duck” di Billy Aronson (caos in uno studio televisivo; si correggono, odiano, tradiscono); “Daughter” di Cassandra Medley (funerale di un figlio morto in Iraq; commovente). Tutti al teatro 549 W 52.